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  <title>Openpolis - Argomento: iraq</title>
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  <updated>2011-10-24T00:00:00Z</updated>
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  <title>David-Maria SASSOLI: Chiesa interpreta le inquietudini di tutti</title>
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  <updated>2011-10-24T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&quot;Ancor una volta la Chiesa dice a tutti che senza giustizia non si esce dalla crisi&quot;. Lo afferma da Strasburgo il capogruppo del Pd al Parlamento europeo, David Sassoli. &quot;Come è già accaduto in altri momenti cruciali della storia - il pensiero va a Papa Wojtyla e alla sua coraggiosa presa di posizione contro la guerra in Iraq - anche oggi la Chiesa si fa portavoce dell'inquietudine e delle preoccupazioni che stanno attraversando il nostro tempo, interpretando i sentimenti di tutti, credenti e non credenti&quot;. &quot;In particolare - aggiunge Sassoli - la proposta per una tassa sulle transazioni finanziarie, un tema su cui da mesi si battono i progressisti europei, è la dimostrazione che quando al centro c'è la reale volontà di contrastare le iniquità e di non lasciare indietro nessuno, non esistono steccati ma solo buon senso. Adesso, dopo l'ennesimo autorevole richiamo, il Consiglio europeo di mercoledì dica finalmente una parola chiara su una misura necessaria e urgente&quot;.&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20111024-crisi-sassoli-pd-chiesa-interpreta-inquietudini-di-tutti&quot;&gt;AGENPARL&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Antonio POLITO: La battaglia più difficile è il dialogo</title>
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  <updated>2011-05-04T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>560267</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Si può dichiarare finita la &lt;i&gt;war on terror&lt;/i&gt;, la guerra al terrore? Sì, si può.&lt;br /&gt;

Però solo il comandante in capo può dichiarare finita una guerra, ed è improbabile che Barack Obama lo farà. E non solo per ragioni di prudenza: è evidente che la lotta al terrorismo continuerà, che il nemico è tutt`altro che scomparso e il pericolo nient`affatto estinto. Ma la parola «guerra» vuol dire molto di più, e perciò George W. Bush la usò, e perciò la dichiarò usando un termine ben più astratto di terrorismo: terrore.
&lt;p&gt;
La guerra al terrore, che è stato il paradigma della storia globale negli ultimi dieci anni, dall`11 settembre del 2001 al 1° maggio del 2011, non era solo fatta di operazioni militari su larga scala, comprendenti anche occupazione e conquista di territori.
&lt;p&gt;
La guerra al terrore è stata anche un conflitto culturale, religioso, etnico, filosofico, in cui si è creduto di interpretare la fase finale dello scontro secolare tra Islam e Occidente. Una sfida da molti ritenuta mortale, al punto che uno dei due contendenti doveva soccombere perché il duello potesse davvero finire. Essa si basava su una identificazione più o meno esplicita, talvolta reale ma più spesso immaginata, del mondo arabo con l`islamismo fondamentalista. 
&lt;p&gt;Nel momento in cui la morte di Bin Laden, con l`eccezione dei fanatici di Hamas e degli assassini del nostro Arrigoni, non suscita neanche una lacrima nella strada araba, né nel Maghreb liberato dai tiranni né nel Mashrek ancora sotto il tallone dei despoti, è evidente che quella guerra si conclude: i destini dell`Islam si sono ormai separati da quelli di Al Qaeda. La storia non è finita, men che meno la storia del mondo arabo. Ma quella storia è finita.
&lt;p&gt;

Covava sotto le ceneri della Guerra fredda da tempo, da molto prima delle Due torri.&lt;br /&gt;

Almeno dalla sconfitta sovietica in Afghanistan, che infatti fu il battesimo del fuoco per il combattente Osama. Vent`anni fa comparve per la prima volta in un articolo l`espressione «scontro di civiltà»: a scriverlo fu il grande islamista Bernard Lewis, e il saggio era titolato non a caso &lt;i&gt;Le radici della rabbia islamica&lt;/i&gt;. Quando poi Samuel P. Huntington canonizzò quel concetto nel suo celebre libro si era già nel `96, e le «linee di faglia tra le civiltà», fatte di identità, di religione e cultura, invece che di ideologia e di interessi geo-strategici com`era stato nel lungo confronto con il comunismo, apparivano a tutti molto chiare: si allungavano dalle anse del Tigri e dell`Eufrate fino alla linea Durrani, che divide le aree tribali dell`Hindu Kush dall`ex India britannica: Iraq e Afghanistan, non a caso l`alfa e l`omega della guerra al terrore.
&lt;p&gt;
Non si può dire che quella guerra sia stata inutile, o inefficace, nonostante gli errori di cui si è macchiata, il sangue che ha versato, l`odio che ha generato e la divisione dell`Occidente che ha provocato. Anche per questo Obama non la dichiarerà formalmente finita, perché lui è il tipo di condottiero che Enzensberger chiamerebbe «eroe della ritirata», che non perde tempo a cercare di emendare il passato ma lo usa per costruirsi una exit strategy nel presente, per esempio per andarsene presto da Kabul: un leader anti-ideologico interessato solo a ciò che funziona. &lt;br /&gt;


Ed è indiscutibile che un bel po` del lascito di George W. ha funzionato. Gli elicotteri del commando che ha ucciso Osama, per esempio, si sono alzati in volo dall`Afghanistan occupato. E le informazioni cruciali per scovare il corriere che ha portato fino al covo sono state strappate ai detenuti di Guantanamo, con o senza il waterboarding (prigione che, tra l`altro, Obama non ha ancora chiuso come aveva annunciato).
&lt;p&gt;
Più in generale, la ventata dei neo-conservatori, che ha dato un pensiero alla &lt;i&gt;war on terror&lt;/i&gt; in America e che tanti seguaci ha seminato perfino in Italia, una cosa buona l`ha fatta: spazzare via quel filone di «isolazionismo» sempre presente nella storia d`America, che può essere più pericoloso per la pace nel mondo perfino degli eccessi dell`interventismo. 
&lt;p&gt;In fin dei conti, il Nobel per la pace Obama ha vinto la sua guerra qualche settimana prima di ordinare l`uccisione di Bin Laden, e l`ha vinta proprio quando, dopo molte titubanze, ha scelto di intervenire nella crisi del Maghreb dalla parte dei giovani in piazza piuttosto che dalla parte dei regimi amici, nonostante «idealisti» come Cheney e «realisti» come Kissinger gli suggerissero di salvare Mubarak. 
&lt;p&gt;La «rabbia islamica», di cui scriveva Lewis, per la prima volta si rivolgeva non contro l`Occidente ma contro i dittatori di casa propria; chiedeva regimi politici all`occidentale, invece di bruciare le bandiere dell`America. Obama ha avuto la prontezza di capirlo, mollando il raìs egiziano. E forse anche noi italiani oggi dovremmo capire meglio perché spariamo sul raìs libico.
&lt;p&gt;
La dottrina Obama, che porta i segni dell`interventismo liberale di consiglieri della prima ora come Susan Rice e Samantha Power, testimoni l`una del genocidio del Ruanda e l`altra del massacro dei Balcani, è ancora incerta e contraddittoria: si ferma sulla soglia dei regimi o troppo amici (Yemen e Bahrein) o troppo pericolosi (Siria e Iran). 
Però dà un`alternativa ai giovani arabi: per il loro «risveglio» non è necessario buttarsi tra le braccia dei fanatici con la barba lunga. E la dà anche ai giovani americani scesi per le strade a festeggiare: per vincere il terrorismo non è necessario combattere l`Islam.
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=ZKA30&quot;&gt;Corriere della Sera&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Furio COLOMBO: Chi ha tradito Tripoli </title>
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  <updated>2011-04-27T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>560087</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Sto cercando di immaginare come sarà il capitolo Italia-Libia nei libri di Storia della Carlucci, cioè libri non comunisti. I protagonisti, come è noto, sono il sanguinario Colonnello Gheddafi, a cui ci lega ancora il più stretto trattato di fraterna amicizia (ratificato trionfalmente da un Parlamento quasi unanime, meno quattro gatti radicali e pochi cani sciolti); sono gli Insorti, che da due mesi vengono massacrati dal loro ex glorioso e celebrato leader; sono un presidente francese sotto elezioni che ha immediatamente capito che lo si notava di più se bombardava; sono un’alleanza detta NATO priva del tutto di visione politica al momento. E l’Italia.
&lt;p&gt;

Il suo capo prima dice che non interviene, per non disturbare il Colonnello. Poi i nostri aerei volano come richiesto dalla NATO. Ma, ripete il ministro della Difesa tutto d’un pezzo, La Russa, “noi non bombarderemo mai”. Infine, passa da Roma un senatore americano importante e arriva a Palazzo Chigi. Ed ecco che il governo italiano, con la fierezza di chi non ce la fa più a tollerare le stragi a Misurata, proclama: “Bombardiamo anche noi”.
&lt;p&gt;

Restiamo con tristezza, ai fatti. Primo, in tutto il mondo democratico che ha passato decenni a fare affari con la Libia non c’è uno, religioso o ateo, che abbia credibilità e forza per mediare. Qualcuno avrà ripensato con nostalgia al tempo in cui Pannella si batteva, con la Lega Araba e contro Gheddafi, per portar via Saddam Hussein dall’Iraq. Qualcuno avrà sperato in una guida ferma degli Stati Uniti, che hanno un presidente come Obama, premio Nobel per la Pace. Non è andata così.
&lt;p&gt; È un mondo in cui si deve chiedere un favore a Berlusconi e ti accorgi subito che stiamo vivendo in un mondo in cui, molto prima di dover correre in aiuto dei rivoltosi, si doveva correre in aiuto dei migranti fermati in mare, e tutti sanno cosa vuol dire: un cimitero nel Mediterraneo. Il Nordafrica chiedeva aiuto ben prima di Misurata. Ciò che chiedeva costa meno della guerra. 
&lt;p&gt;Io sono fra coloro che vogliono correre in aiuto di chi si rivolta contro Gheddafi. Rimpiango che accada ora e in questo modo, e con la guerra come il solo strumento e dopo una lunga festa celebrata mentre Gheddafi stava già massacrando il suo popolo e incassando la sua taglia.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=ZD7KZ&quot;&gt;il Fatto Quotidiano&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Ramon MANTOVANI: L'Onu e la guerra</title>
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  <updated>2011-03-23T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>559238</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse negli articoli di fondo e di commento pubblicati nelle ultime settimane su Liberazione circa la vicenda libica. Non ripeterò, quindi, i giudizi articolati sui diversi regimi investiti dalle rivolte popolari. Come non ribadirò il senso delle diverse motivazioni che militano contro l'intervento militare guerrafondaio in corso in Libia. Mi interessa, invece, mettere in evidenza un punto controverso (forse il più controverso) della questione pace-guerra oggi. Si tratta della presunta legittimazione dell'Onu a consentire intraprese militari, del tutto assimilabili alla guerra, ancorché condotte con i moderni strumenti militari che permettono alle potenze occidentali di condurre la guerra dal cielo senza subire perdite, e trasformando una delle fazioni in lotta nelle proprie truppe di terra. &lt;br /&gt;

Non c'è telegiornale o talk show, non c'è pensoso commentatore ed &quot;esperto di politica internazionale&quot; o di &quot;politica militare&quot;, tranne qualche mosca bianca generalmente censurata, che dica o scriva che le Nazioni Unite hanno autorizzato..., hanno legittimato…, hanno deciso…, e così via.
&lt;p&gt;
Come qualcuno dovrebbe pur ricordare, la guerra contro la Repubblica Federale Yugolslava del '99 non fu nemmeno discussa in sede di Consiglio di Sicurezza Onu e l'allora Segretario Generale lamentò di non essere nemmeno stato informato dell'inizio dei bombardamenti. Fu, invece, il G7 allargato alla Russia a decidere, pur essendo un puro incontro informale non retto da alcun trattato internazionale, la fine del conflitto. Come qualcuno dovrebbe ricordare, sul precedente conflitto bosniaco l'Onu esercitò la propria funzione predisponendo una missione militare d'interposizione allo scopo di impedire la continuazione del conflitto armato. Peccato che, non disponendo di propri strumenti militari, per altro previsti fin dal 1945 nell'articolo 43 dello Statuto, ma mai organizzati a causa della guerra fredda, dovette ricorrere al buon cuore di paesi volontari ed organizzò una forza di circa 5000 unità invece delle 60.000 considerate necessarie. Così i baschi blu dell'Onu nulla poterono contro le diverse pulizie etniche fino all'intervento della Nato, che venne fatto esattamente dai paesi che si erano rifiutati di mettere a disposizione dell'Onu le truppe necessarie affinché la missione di interposizione avesse successo. Senza ricordare questi due precedenti è difficile capire cosa stia succedendo oggi in Libia, giacché si tratta di un caso analogo a quello della Repubblica Federale Yogoslava. Analogo perché si tratta di un paese membro dell'Onu, dilaniato da una guerra civile interna. L'analogia, però, finisce qui. Anche se distingue inequivocabilmente questa fattispecie di casi da quelli dell'Afghanistan e dell'Iraq. 
&lt;p&gt;
Lasciamo perdere i &quot;motivi umanitari&quot; ai quali credono solo gli ipocriti e cinici complici degli obiettivi neocoloniali conclamati delle potenze occidentali. Stiamo sul punto della funzione dell'Onu e sulla sua presunta facoltà di legittimare e autorizzare intraprese militari di parte. 
&lt;p&gt;
Di fronte alle tragedie umanitarie prodotte da un conflitto armato che sia in grado di minacciare la pace a livello internazionale, senza entrare nello specifico della situazione libica, cosa dovrebbe fare l'Onu?
&lt;p&gt;
In più articoli dello Statuto si parla chiarissimo. Non ho qui lo spazio per citare lo Statuto (ne consiglio però una ri-lettura periodica come per la Costituzione Italiana). Ma non temo smentite se affermo che è improntato alla soluzione negoziale e diplomatica di ogni conflitto, all'idea di riduzione drastica degli apparati e delle spese militari ed alla ricerca di soluzioni collettive e concordate dei conflitti. Ovviamente lo Statuto prevede anche interventi militari, ma solo nel caso falliscano tutte le azioni non militari (previste negli articoli 40 e 41). 
Chiunque può giudicare se l'Onu abbia o meno esperito tutti i tentativi che il suo statuto prevede per mettere fine ad un conflitto nel caso della Libia. Eppure ci sono state proposte per esercitare una funzione di mediazione, proposte per avviare un negoziato. Tutte volutamente ignorate sia dai ribelli anti-Gheddafi sia dalle potenze occidentali. E fin qui è normale e sembra la copia esatta della vicenda kosovara. Ma sono state ignorate anche dal Segretario Generale dell'Onu! Che però, per questo, è venuto meno ad un suo preciso compito statutario. A nulla vale dire che bombardare una parte in lotta in una guerra civile è una azione in difesa dei civili, come ha fatto Ban Ki-moon. È un grottesco aggiramento e svuotamento dello Statuto dell'Onu. 
In altre parole la risoluzione del Consiglio di Sicurezza è illegittima, ed anche ove la colpevole astensione di Cina e Russia, che solo ora sembrano accorgersi della vera natura guerrafondaia della risoluzione (sic), lo abbia reso apparentemente legittimo, è più che criticabile. E non giustifica in nessun modo l'atteggiamento di chi, governo od opposizione che sia, vorrebbe venderlo come oro colato. &lt;br /&gt;

Ma c'è di più. &lt;br /&gt;

Anche questa vicenda dimostra che è assurdo, sempre che i principi e il diritto internazionale abbiano un valore, che dopo ventidue anni dalla fine della guerra fredda l'ONU non disponga di una propria forza militare permanente per esercitare la funzione di polizia internazionale, come previsto dall'articolo 43 del suo Statuto. 
&lt;p&gt;
Rimanendo nel regime &quot;transitorio&quot; per cui il Consiglio di Sicurezza deve &quot;autorizzare&quot; missioni di paesi &quot;volonterosi&quot;, spiegato se non giustificato dall'equilibrio della guerra fredda, si codifica e cristallizza il monopolio occidentale (leggi soprattutto Nato) dell'uso della forza militare. 
Mi si scuserà la sommarietà del paragone, ma è come dire che uno stato emana leggi ma non avendo una polizia ai propri ordini, deve affidarsi alle polizie private dei più potenti cittadini, per farle rispettare. Ci saranno leggi per cui si troverà la polizia ed altre che rimarranno inapplicate per mancanza della forza necessaria. Ed è esattamente ciò che succede nel mondo. 
&lt;p&gt;
Tutti quelli che si dichiarano difensori dei diritti umani, preoccupati per le crisi umanitarie, desiderosi di promuovere la democrazia in ogni dove, e che fanno finta di non sapere queste cose o, peggio ancora, le ignorano, accettando l'idea che lo Statuto dell'ONU sia una variabile dipendente dagli interessi dei paesi più armati e più potenti non è solo ipocrita. È complice e servo della dittatura &quot;occidentale&quot; che trascina il mondo nella catastrofe e che uccide lentamente le Nazioni Unite riducendole sempre più a &quot;notaio&quot; delle proprie decisioni.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it/news-file/L-Onu-e-la-guerra---LIBERAZIONE-IT.htm&quot;&gt;liberazione.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PERDUCA: Che Gheddafi sia &quot;per la libertà e contro la censura delle idee&quot; è una novità, la provi e ci parli dell'esilio di Saddam Hussein</title>
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  <updated>2010-12-03T00:00:00Z</updated>
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  <id>548564</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&quot;Sulla base di quanto rivelato dai cablogrammi di WikiLeaks, oggi il Colonnello Gheddafi avrebbe condannato la doppiezza degli Stati Uniti nei confronti dei propri alleati, affermando di essere &quot;per la libertà e contro la censura delle idee&quot;. 
&lt;p&gt;Premesso che la libertà e le idee tanto care al Colonnello sono esclusivamente le sue - visto che proprio oggi si hanno notizie sul mistero della vicenda di Nuri El-Mismari, capo del protocollo di Gheddafi, arrestato nei giorni scorsi a Parigi, dove si era rifugiato, in seguito a una rogatoria promossa da Tripoli con l'accusa di uso illecito di fondi pubblici - a ammesso, ma sicuramente non concesso, che ci si possa fidare delle parole di un dittatore, e in attesa di altre scottanti rivelazioni del sito WikiLeaks, perché Gheddafi non racconta dei suoi contatti cogli americani all'inizio del 2003 quando, per il tramite di Berlusconi, tramava per boicottare l'alternativa della guerra in Iraq rappresentata dall'esilio che Saddam Hussein aveva accettato?”&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://radicali.it/print/comunicati/wikileaks-perduca-che-gheddafi-sia-libert-contro-censura-delle-idee-una-novit-provi-ci-pa&quot;&gt;Radicali.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: «Chiedo al Ministro Frattini di accompagnarmi a Bagdad per incontrare Al Maliki per scongiurare la pena di morte per Tarek Aziz e gli altri con lui condannati» </title>
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  <updated>2010-10-31T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>547543</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Marco Pannella nel suo intervento al IX Congresso di Radicali italiani ha annunciato che porrebbe fine al suo sciopero della sete, che dura ormai da cinque giorni e che lo accompagna nello sciopero della fame dal 1 ottobre scorso, se il Ministro Frattini lo accompagnera' a Bagdad al Premier Al Maliki per un incontro che tenti di scongiurare la morte di Tarek Aziz e degli altri condannati dall'Alta corte irachena alla pena capitale la settimana scorsa. 
&lt;p&gt;Mercoledi 27 e giovedi' 28 la Camera e il Senato avevano votato una risoluzione che dava mandato al Governo di adoperarsi per scongiurare la Pena di Morte per l'ex vicepremier Tarek Aziz, Saadun Shaker, ex Ministro dell'interno, e dell'ex segretario personale di Saddam Hussein, Abdel Hamid Hamud e perche' in Iraq venga adottata una moratoria della pena di morte&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/print/comunicati/radicali-pannella-chiedo-al-ministro-frattini-di-accompagnarmi-bagdad-incontrare-al-malik&quot;&gt;radicali.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: Berlusconi ormai fa paura, ma non solo lui, tutto il Regime dovrà assolutamente pagare i suoi debiti di illegalità e i suoi “profitti” ai danni del Paese; come per il Ventennio precedente</title>
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  <updated>2010-09-11T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">&quot;Per Simon Weil amicizia e amore sono costituiti dalla costanza dell’attenzione che si dedica all’altro, e quindi non nascondo che Silvio Berlusconi, per l’attenzione che gli ho sempre dedicato dal 1993 a oggi, il premier adesso fa letteralmente paura”, ha detto Marco Pannella questa mattina in diretta ai microfoni di Radio Radicale. “Fa paura vedere la logica delle cose che lo possiede”, prosegue il leader storico dei Radicali, che definisce “simbolo splendido e terrorizzante di tutto ciò” il fatto che il premier si sia precipitato, “in mezzo a tutti i problemi che ha l’Italia, nel grande convegno putiniano sulla democrazia”. “Naturalmente anche Massimo D’Alema”, ha aggiunto Pannella, per il quale il problema non è soltanto che “Berlusconi ostenta amicizia e fiducia con i vari Gheddafi, Putin, etc., con il loro modo di essere democratici – e io direi molto spesso assassini -”: “E’ infatti anche l’ora di dire: Silvio, tu hai tradito il nostro Parlamento e l’hai tradito quando invece di difendere l’obiettivo dell’esilio per Saddam Hussein, che lo stesso dittatore aveva notoriamente ormai deciso di accettare, hai scientemente collaborato alla criminale decisione di Bush e Blair di far scoppiare la guerra in Iraq. Per impedire la ormai sicura pace, con la liberazione dell’Iraq.
A maggior ragione “il voltare la pagina di questo infame sessantennio partitocratico dovrà essere formalmente chiaro, motivato – spiega il leader radicale – e indicandone il come. Per esempio è chiaro che per chiudere questa fase non soltanto si dovrà interrompere la violazione costante della legalità, anche per impedire nuovi Piazzali Loreto, ma pure che i responsabili non dovranno restare senza pagare gli immensi ‘profitti di regime’. Dovremo studiarli, valutarli sin da subito”. Tra questi profitti indebiti, Pannella inserisce “la truffa dei rimborsi ai partiti, dieci volte più onerosi dei finanziamenti aboliti con referendum”.  
Infine l’esponente radicale dedica un “ringraziamento” al Fatto Quotidiano che lo ha inserito tra i sei leader tra i quali i lettori possono scegliere ‘chi potrà fermare Berlusconi’. “Ringrazio il Fatto ma voglio notare che tra i ‘perché no’ della redazione a mio carico c’è il fatto che io appartengo ‘a un’altra epoca’, ‘a un’altra cultura, vecchia’. Ma se è incontestabile che rivendico come titolo, del quale vado fiero, il fatto di essere un nato nel 1930, se guardiamo alle culture che in Italia e nel mondo si sono manifestate, e che sono caratterizzate dalla durata della loro influenza o della loro forza civile, politica, umana, allora la nostra cultura Radicale ha vinto. Quindi, è vero Travaglio, è vero amici del Fatto, noi rappresentiamo una cultura di altri tempi. Ma se solo si riflettesse un minuto su che cosa ci consente da 60 anni di essere presenti, attivi, e oggetto di ostracismi di ogni sorta da parte di questa seconda maledetta incarnazione partitocratica della nostra storia, allora la mia risposta è urgente: “noi siamo, la nostra cultura è, d’altri tempi! ma questi altri tempi sono quelli futuri”.&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/comunicati/pannella-berlusconi-ormai-fa-paura-ma-non-solo-lui-tutto-regime-dovr-assolutamente-pagare&quot;&gt;Radicali Italiani&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Margherita BONIVER: «Per l'Italia un ruolo chiave nel Medio Oriente»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-06-03T00:00:00Z</updated>
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  <id>391445</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Quello di Barack Obama in Medio Oriente è un viaggio «importantissimo da molti punti di vista», spiega Margherita Boniver, presidente del Comitato parlamentare di controllo sull`attuazione dell`accordo di Schengen ed inviata speciale del ministero degli Esteri per le emergenze umanitarie. Non si tratta di una visita di cortesia diplomatica riò del solito atto di routine di inizio presidenza, ma di una missione dai fortissimi connotati politici che «ha lo scopo di rappresentare agli alleati sauditi ed egiziani il forte cambiamento nella strategia della politica estera americana».&lt;br /&gt;


Ovviamente, tutto è incentrato sulla crisi permanente tra Israele e palestinesi, ma nel modo stesso in cui la nuova amministrazione ha affrontato il problema l`on. Boniver vede «un approccio diverso».
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Qual è il dato che personalmente l`ha più colpita?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 La novità spettacolare, a mio avviso, è la ripresa a tutto campo dei rapporti con la Siria, Paese chiave di volta e dal quale non si può prescindere, se davvero si vuole risolvere quella che da sempre è la madre di tutte le crisi internazionali.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Tra Israele e Stati Uniti si sono raffreddati i rapporti. Questo non rappresenta un danno oggettivo per il dialogo sulla pace?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 Sì, negli ultimi colloqui tra Obama e Netanyahu, entrambe le parti si sono irritate: il neopremier israeliano, in carica da marzo, per le richieste americane di fermare gli insediamenti e per l`insistenza sulla politica dei «due popoli, due Stati», e il capo della Casa Bianca per le nette chiusure da parte di Tel Aviv, ribadite anche successivamente ai colloqui.&lt;br /&gt;
 Tenendo sempre presente che il compito, e le difficoltà, che gravano sull`amministrazione americana sono enormi, tuttavia ri tengo che la forza e l`ambizione di una presidenza appena insediata come quella di Obama possano fare la differenza rispetto al passato.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Dunque è ottimista, c`è una possibilità di successo?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 Ci sono molti fattori di cui tener conto, su cui dovremmo riflettere al termine della missione. Moltissimo può fare l`asse con il Cairo, ormai consolidato, ed è mia ferma convinzione che se il presidente egiziano Hosni Moubarak metterà sulla bilancia delle trattative tutto il suo peso, si aprirebbero reali prospettive per una soluzione della crisi.
&lt;br /&gt;

Ma saremmo stupidi se ci nascondessimo i problemi che resistono.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Si riferisce all`atteggiamento di Israele?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 Israele non ha certo chiuso le porte a Obama. Semplicemente vive una realtà difficile.&lt;br /&gt;
 Ci sono andata a marzo, dopo alcuni anni di assenza. Quella che mi ha colpito è l`adattarsi, quasi rassegnato, della popolazione a uno stato di terrore permanente, derivato da lunghi anni di terrorismo da parte dei terroristi fondamentalisti.&lt;br /&gt;
 Un`altra cosa che colpisce è la presenza di questi muri, ovunque, innalzati per proteggersi dagli attacchi degli estremisti palestinesi suicidi, che mietevano vittime soprattutto tra i civili. Fanno effetto a vedersi, però dobbiamo considerare anche che hanno abbattuto del 90 per cento i blitz esplosivi.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt; Obama delinea anche una nuova politica verso l`Iran...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


Sì, ma quello dell`Iran è un discorso totalmente a parte. In questo ha ragione Israele che dice di non credere alle parole di Teheran sul nucleare e che il regime islamico abbia gettato ombre an che sull`Iraq. &lt;br /&gt;
Quello persiano è un popolo stupendo, intelligente, dinamico, oppresso da una spaventosa dittatura clericale.&lt;br /&gt;
 Fino a che il popolo non riuscirà a liberarsene, pochi discorsi potranno essere affrontati con successo.&lt;br /&gt;


Rimane il fatto che l`Iran è, o potrà essere, un protagonista importante di quello scenario.&lt;br /&gt;
 Però voglio ribadire che l`approccio dell`amministrazione Obama è innovativo, perché cerca di affrontare tutti i termini e i variegati aspetti della questione mediorientale, differenziando gli interventi e le operazioni diplomatiche, e non puntando solo su una carta.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Un ultimo aspetto riguarda la posizione del nostro governo. Come si colloca l`Italia in questa complessa partita nel Vicino Oriente?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 L`Italia nella partita c`è già entrata, e nel modo migliore. Quella del governo Berlusconi è una posizione razionale e intelligente, costruita giorno dopo giorno. Siamo un partner privilegiato per Israele, che ci considera amici sinceri, e nel contempo siamo il Paese europeo che fornisce maggiori aiuti ai palestinesi moderati di Abu Mazen. Siamo inoltre un partner commerciale importantissimo per l`Egitto e abbiamo una rete di eccellenti relazioni diplomatiche ed economiche con tutti i Paesi del Medio Oriente, mai tralasciati da questo governo.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Abbiamo anche un ruolo centrale in Libano...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


Certo, non dimentichiamo che l`Italia è a capo di Uniffi 2, la forza Onu in missione in Libano, comandata dal generale Graziano. E non c`è dubbio che questa forza ha pacificato e normalizzato la situazione nel Paese del Cedri, forse per la prima volta in modo definitivo dal 1975.&lt;br /&gt;
 Per questo l`Italia ha ulteriormente aumentato il proprio prestigio internazionale, e non c`è dubbio che quando sarà il momento tutte le parti in causa in Medio Oriente ascolteranno le nostre parole e le nostre proposte. Tra l`altro, in Libano ci saranno le elezioni proprio negli stessi giorni in cui noi italiani andremo alle urne...&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=MDGN6&quot;&gt;Il Secolo d'Italia - Antonio Pannullo&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: Sull’assoluzione di Tareq Aziz.</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/03/02/marco-pannella/sull%E2%80%99assoluzione-di-tareq-aziz/390504"></link>
  <updated>2009-03-02T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>390504</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Quando ritenemmo necessario e indilazionabile intervenire per impedire un nuovo assassinio di Stato in Iraq ai danni di Tareq Aziz, principale responsabile di collaborazione e di sostegno del dittatore Saddam, ci decidemmo a farlo perché tutti coloro che, sino all’ultimo momento del sanguinario e disastroso regime saddamita avevano avuto contatti ufficiali, solenni, con lui in particolare in Italia e in Vaticano, non avevano mostrato di occuparsi della salvezza di questo loro onoratissimo amico e complice.

&lt;p&gt;
A quel punto, in realtà, nulla si sapeva e tutto si temeva sulla sorte di Tareq Aziz. Uno dei suoi avvocati era fuggito in Giordania dopo l’assassinio dell’altro, mentre il tribunale speciale continuava a sfornare “giustizia” di stampo anch’esso e ancora saddamita. Ad agosto potemmo sapere, con l’Avvocato Mario Lana recatosi a Baghdad, con l’ufficioso consenso del Governo italiano e la confermata neutralità di quello Vaticano, che si stava per passare in una fase finalmente chiara degli iter processuali a carico dell’ex principale collaboratore di Saddam.

&lt;p&gt;
Il Governo di Baghdad intanto continuava ad essere informato della nostra ininterrotta azione di vigilanza in Italia, nelle istituzioni italiane e in quelle europee.

&lt;p&gt;
Oggi apprendiamo la notizia della piena assoluzione e (addirittura!) della scarcerazione di Aziz, ma anche la notizia della condanna a morte di quattro dei suoi coimputati fra i quali il familiare di Saddam, Ali il Chimico. Per quanto sta a noi, in particolare per il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino, restiamo impegnati per impedire il rapido e incontrollato passaggio ad esecuzione di questi condannati, tra l’altro testimoni e/o imputati in altri processi importantissimi.

&lt;p&gt;
Rivolgiamo un appello pubblico urgente alle massime autorità di Baghdad, in particolare al Presidente Talabani perché non si riprenda, anche ufficialmente, a mozzare le teste per tappare le bocche di personaggi che avrebbero sicuramente molte cose da raccontare e svelare. Se una qualche forma di assicurazione in tal senso non dovesse sia pure ufficiosamente giungerci è chiaro che dovremo tornare a dar corpo alla legalità dei diritti umani, alla Moratoria Universale proclamata dall’Assemblea Generale dell’ONU. Speriamo davvero e vivamente che questo non si renda necessario. Ringraziamo in particolare i premi Nobel e gli esponenti politici europei e italiani che ci avevano sostenuto. Sin d’ora contiamo che grazie all’informazione (lì dove tutt’ora esista, civile, libera e democratica) si faccia comprendere all’attuale regime iracheno, perché è interesse, in primo luogo delle loro popolazioni, per decenni massacrate, con primaria responsabilità dei ceti dirigenti del paese, che tutto questo sia conosciuto.

&lt;br /&gt;

	



&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=138154&quot;&gt;official web site - Radicali Italiani&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco CAPPATO: Bruxelles: aperti i lavori del Consiglio Generale del Partito Radicale</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/12/11/marco-cappato/bruxelles-aperti-i-lavori-del-consiglio-generale-del-partito-radicale/382899"></link>
  <updated>2008-12-11T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>382899</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;Si sono aperti oggi a Bruxelles presso la Sede del Parlamento europeo i lavori del Consiglio Generale del Partito Radicale NVtt sotto il patronato del Gruppo ALDE e degli eurodeputati Radicali.
&lt;p&gt;
Presenti rappresentanti del dissenso democratico Cinese, l'Inviato Speciale del Dalai Lama per i negoziati con Pechino, oltre che parlamentari iracheni, asiatici, africani ed europei e di Ong internazionali che si battono per i diritti umani.

&lt;p&gt;
 




Dopo un minuto di silenzio per le vittime dei terrorismi delle dittature, Marco Pannella ha aperto i lavori, introducendo l'Inviato Speciale di Sua Santità il Dalai Lama Kelsang GYALTSEN, che ha illustrato gli esiti e lo stallo dei negoziati con Pechino per un'autentica autonomia per il Tibet. Sono intervenuti tra gli altri, il Presidente del Parlamento del Kurdistan Iracheno Adnan al Mufti ed Anthony Kuria della Commissione Diritti Umani del Kenya, l'eurodeputata Renate Weber e Monica Frassoni, Presidente del Gruppo dei Verdi al PE.

&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=133751&quot;&gt;Radicali.it&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
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  <title>Marco PERDUCA: Iraq.: Berlusconi mente sapendo di mentire. E' complice di Bush del boicottaggio dell'esilio di Saddam</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/12/02/marco-perduca/iraq-berlusconi-mente-sapendo-di-mentire-e-complice-di-bush-del-boicottaggio-dellesilio-di-saddam/382665"></link>
  <updated>2008-12-02T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>382665</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Il Presidente Berlusconi, come del resto il suo collega Bush, mente, sapendo di mentire. Insieme all'altro amico Gheddafi Berlusconi ha agito per boicottare ciò che il Parlamento gli aveva dato mandato di perseguire con una delibera di metà febbraio del 2003: l'esilio di Saddam Hussein e la sua sostituzione con un'amministrazione gestita dall'Onu. Siamo pronti a un pubblico confronto per documentare quanto imputiamo a Bush e Berlusconi stesso. Nella giornata di domani forniremo le prove della nostra imputazione.
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=133172&quot;&gt;Radicali.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: «Nessuno tocchi Tareq Aziz, la Rai non censuri questa battaglia»  -  Intervista</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/07/18/marco-pannella/%C2%ABnessuno-tocchi-tareq-aziz-la-rai-non-censuri-questa-battaglia%C2%BB-intervista/358113"></link>
  <updated>2008-07-18T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>358113</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
«Con il probabile assassinio di Stato di Tareq Aziz&lt;/i&gt;&lt;/b&gt; tutta una storia di atrocità e di complicità connesse che segnarono sino agli ultimi giorni del regime di Saddam Hussein, potrebbero restare per sempre sepolte». Dodici giorni di sciopero della fame, non intaccano la lucidità intellettuale e la passione civile di Marco Pannella: l’europarlamentare radicale è impegnato in una battaglia di civiltà, e di verità, per impedire l’esecuzione capitale dell’ex ministro degli Esteri e vicepremier iracheno. Una battaglia oscurata dai mass media, «malgrado che ad ora 385 parlamentari italiani ed europei, fra i quali i 3 ex presidenti della Repubblica viventi - Cossiga, Scalfaro e Ciampi con gli altri 4 senatori a vita e nel Parlamento europeo tutti i presidenti dei gruppi parlamentari, abbiano fatto proprio l’obiettivo di questa lotta» . Pannella lancia un duro j’accuse: «Io accuso la Rai Tv in particolare di oscurare deliberatamente questa vicenda e di essere da sempre la principale responsabile di delitti come questo che si annuncia per Tareq Aziz. La conventio ad excludendum non è più solo nei confronti di noi Radicali ma di chiunque, per illustre che sia, che si impegni come e con noi su fondamentali battaglie per i diritti umani e per la pace».&lt;br /&gt;
 

 

&lt;b&gt;Di nuovo una battaglia per bloccare il boia di Stato in Iraq.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 

«Vorrei citare un episodio che è illuminante della situazione di oggi: noi, con Nessuno tocchi Caino, prim’ancora della conclusione del &quot;processo&quot; (si fa per dire) di primo grado, demmo vita alla campagna &quot;Nessuno tocchi Saddam&quot; che registrò molte adesioni a livello internazionale e anche nelle istituzioni italiane. Quando Saddam fu condannato a morte, ci facemmo promotori di iniziative non violente (non solo scioperi della fame ma financo della sete) in vista del processo di appello e della sicura conferma della condanna a morte e dell’esecuzione che ne sarebbe scaturita. Allora i compagni iracheni del Partito radicale, quasi tutta la resistenza antisaddamita, la popolazione e le istituzioni curde, non si sentirono di sostenere la nostra lotta. Risultato: è stata mozzata una testa per tappare una bocca...Ora questo rischia di ripetersi con Tareq Aziz...».&lt;br /&gt;
 

 

&lt;b&gt;Con quale risultato?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;


«Con il risultato che tutte le ignominie, le infamie di decenni di regime ai loro danni non saranno più sottoposte alla pubblicità di un processo. e alla conoscenza del mondo. Questo dimostra, in modo particolarmente evidente e scandaloso, cosa si celi, comunque, dietro ad ogni condanna a morte, anche per l’ultima delle persone, la più misera e non solo miserabile».&lt;br /&gt;
 

 

&lt;b&gt;Negli Usa va avanti la richiesta di impeachment di George W.Bush per crimini di guerra, avanzata dal parlamentare Dennis Kucinich...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 

«Direi che quanto agli Stati Uniti essi, e non noi, sono direttamente responsabili di quasi tutto il bene (semmai ci fosse) e del male di questa vicenda &quot;irachena&quot;, che sappiamo essersi rivelata costosissima per la causa delle democrazie della pace nel mondo, in primo luogo per la stessa immagine degli Usa. Comunque sia, negli Stati Uniti esiste ormai una letteratura sterminata che imputa al presidente Bush una serie grave e numerosa di fatti, anzi di misfatti. D’altra parte, proprio questa richiesta di impeachment da tempo riproposta dal membro della Camera Dennis Kucinich, è approdata a poco o a nulla, tranne la novità che la speaker della Camera Nancy Pelosi ha accettato che la Commissione giustizia discuta, ma solo in parte, le imputazioni avanzate da Kucinich. C’è da aggiungere che al Congresso e al Senato americani restano in realtà poche settimane di lavoro prima della chiusura per le elezioni presidenziali del 5 novembre».&lt;br /&gt;
 

 

&lt;b&gt;Cosa è possibile fare per evitare questo «assassinio di Stato»?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 

«Noi Radicali, nonviolenti gandhiani e non &quot;pacifisti&quot;, abbiamo per intanto di già, incardinato un prestigioso schieramento di compagni di lotta per questo obiettivo. Purtroppo l’opinione pubblica lo ignora. Ora il problema principale è questo: come uscire dalla &quot;clandestinità mediatica&quot; questa battaglia di civiltà che è anche contro il tempo, perché la vita di Tareq Aziz può essere stroncata anche fra poche settimane. A misfatto compiuto le responsabilità del peggio, non solo del passato ma anche quelle presenti, risulterebbero incontrollate e incontrollabili. Oltre che non sanzionate e sconfitte.&lt;br /&gt;
 Appare sempre di più letteralmente terrorizzante la responsabilità dei media. &lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;i&gt;Io accuso la Rai Tv in particolare&lt;/i&gt;&lt;/b&gt; di esser già stata la principale responsabile del compiersi di una guerra evitabile. con Saddam ormai pronto all’esilio. Infatti Bush arrivò addirittura ad anticipare al 10 Marzo la guerra annunciata perché era ormai maturata la piena disponibilità di Saddam ad accettare l’esilio, e quindi ad avere per l’Iraq un passaggio alla democrazia senza spargere una sola goccia di sangue. Se la Rai Tv non avesse fatto ignorare, seppellendola, questa possibilità, pur assunta dal Parlamento e dal governo italiani, l’Italia sarebbe stata, come lo scorso anno per la proclamazione della moratoria universale sulla pena di morte, la nazione cui avrebbe potuto essere attribuito il primato di una grande vittoria della pace e della democrazia, contro la guerra».
 

 
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=IQFWB&quot;&gt;L'Unità - Umberto De Giovannangeli&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: Aziz «Farà la fine di Saddam» - Intervista</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/07/08/marco-pannella/aziz-%C2%ABfar%C3%A0-la-fine-di-saddam%C2%BB-intervista/357598"></link>
  <updated>2008-07-08T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>357598</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Vorrebbero fargli fare la stessa fine di Saddam Hussein, impiccato nel 2006 «in diretta tv». Tarek Aziz, ministro degli Esteri e vice-premier durante il regime del rais in Iraq, è sotto processo per l'esecuzione di 42 commercianti. «Lo condannano la sera e l'indomani lo fanno fuori», tuona l'europarlamentare Marco Pannella che domenica ha iniziato lo sciopero della fame per tentare di scacciare via lo spettro dei boia. Sette mesi fa, l'Italia, coi Radicali di Pannella in prima linea, ha vinto una battaglia lunga 13 anni ottenendo il sì dell'Onu alla moratoria sulla pena di morte. Secondo Amnesty International, nel 2007 le esecuzioni sono diminuite, passando da 1591 a 1252. Ma se il numero dei paesi abolizionisti (oggi sono 62 quelli in cui vige ancora) continua ad aumentare, c'e da dire che l'Iraq, proprio dopo la caduta di Saddam, ha ripristinato la condanna capitale, trasformandola in una sorta di vendetta contro i responsabili di pulizie etniche e altre atrocità della dittatura.&lt;br /&gt;


 

&lt;b&gt;Pannella, anche per Saddam digiunò, ma invano. Forse ora è cambiato il clima?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;

«Senza dubbio. La vittoria all'Onu ha rappresentato una svolta. Certo, non dimentico che Aziz veniva trattato come un gentiluomo dalla diplomazia internazionale. Ma appena ho saputo che ad agosto potrebbe esserci la conclusione del processo e l'esecuzione, ho deciso di fare lo sciopero della fame, proprio nell'anno del Grande Satyagraha per la pace».&lt;br /&gt;


 
&lt;b&gt;
Chiede anche un'operazione-verità sull'Iraq?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Proprio ora stiamo per documentare che Saddam di fatto aveva accettato l'esilio e che, se non ci fosse stato l'intervento degli Stati Uniti, avremmo assistito ad un passaggio indolore verso la democrazia in Iraq. Senza la guerra la storia sarebbe stata   diversa e non avremmo messo un’arma tremenda nelle mani del terrorismo».  

 
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=125795&quot;&gt;La Gazzetta dello Sport - Marco Iaria&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Franco Frattini: &quot;Missioni all'estero, il modello Italia funziona.&quot; - Intervista</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/06/24/franco-frattini/missioni-allestero-il-modello-italia-funziona-intervista/357195"></link>
  <updated>2008-06-24T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>357195</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PdL) -  Ministro  Affari Esteri (Partito: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
«L'Italia è una nazione che può parlare a tutti». È anche per questo che, nel quartier generale della Farnesina, il ministro degli Esteri Franco Frattini continua a lavorare senza sosta. Dietro la scrivania del suo studio, incorniciato da un enorme arazzo, prepara gli ultimi appunti per il viaggio in Turchia.&lt;br /&gt;

Sa che ci vorrà del tempo prima di vedere Ankara nell'Unione europea, ma il messaggio che sta per portare è positivo. E non riguarda solo l'Italia. &lt;br /&gt;

Le foto di rito con George W. Bush, Kofi Annan e Berlusconi, raccontano parte della sua storia politica. Frattini, che ministro degli Esteri lo è già stato tra il 2002 e il 2004, e fino a pochi mesi fa ha ricoperto l'incarico di vicepresidente del Consiglio europeo, è sicuro che il sogno dell'Ue debba continuare grazie anche ai rapporti provilegiati tra Roma, Parigi e Berlino. &lt;br /&gt;
Durante il colloquio con Il Tempo ha confessato che solo uno scenario internazionale vede, per ora, nebbioso: la sarà la politica del nuovo presidente americano nei confronti dell'Europa.&lt;br /&gt;


&lt;b&gt;Ministro Frattini, l'Ue su quale cammino deve proseguire?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Il tema dell'Ue si può declinare in due modi. Da un lato non c'è alternativa ad avanzare nel processo di integrazione, perché è chiaro che anche dagli esiti di incontri internazionali si capisce che se non si lavora come Unione europea, su temi come il petrolio o il terrorismo siamo tutti molto più deboli.&lt;br /&gt;
 L'integrazione europea, quindi, serve a dare forza agli Stati membri e non a indebolirli.&lt;br /&gt;
 Quello che all'inizio sembrava un cedimento della sovranità nazionale, oggi è chiaramente un rafforzamento della capacità di incidere.&lt;br /&gt;
 Perché se vogliamo negoziare con i cinesi norme anti dumping, una cosa è se negozia l'Italia, un'altra se negozia l'Europa. &lt;br /&gt;
Il secondo aspetto è come spiegare ai cittadini tutto ciò che fino a questo momento non hanno compreso: che questa complicata struttura istituzionale è in realtà utile per prendere decisioni proprio per i cittadini. &lt;br /&gt;
I nostri padri fondatori avevano in mente un sogno: la pace e la prosperità. Raggiunti questi obiettivi si è pensato il mercato unico.&lt;br /&gt;
 E oggi ci sono i diritti delle persone. &lt;br /&gt;
L'Europa, come vedete, non si risolve solo in un voto a maggioranza o meno».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Come spieghiamo l'Europa ai suoi cittadini?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Investendo di più nella comunicazione diretta. &lt;br /&gt;
Il Trattato di Lisbona è difficile da leggere per gli addetti ai lavori, figuriamoci per il cittadino.&lt;br /&gt;
 Quindi prima di tutto semplifichiamo la comunicazione, poi serve uno sforzo di tutte le istituzioni per puntare su risultati concreti. &lt;br /&gt;
La commissione adotta spesso proposte legislative ed ha il diritto di iniziativa, ma accanto a quello serve comunicare».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Per comunicare serve una leadership. C'è?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Ci sono leadership che si stanno rodando.&lt;br /&gt;
 Penso a Merkel e Sarkozy che stanno assumendo una capacità di leadership europea.&lt;br /&gt;
 In questo contesto teniamo presente che, per esempio, Sarkozy ha riaperto un tema che Berlusconi aveva già proposto in passato: il ruolo della Bce e della politica rispetto alle decisione, quasi meccaniche, che prende.&lt;br /&gt;
 Questo lo dico perché le nuove leadership europee si devono saldare con le vecchie leadership.&lt;br /&gt;
 Berlusconi è stato tre volte nel Consiglio europeo e i colleghi lo considerano il leader anziano a cui chiedere di essere la memoria storica del Consiglio stesso.&lt;br /&gt;
 Quindi, è una leadership che trova saldature importanti tra Roma e Berlino e Roma e Parigi.&lt;br /&gt;
 E a questo aggiungo una presenza forte come quella di Gordon Brown che, nonostante i problemi dentro casa, ha le condizioni per allineare il sistema britannico e il Regno Unito ad un asse pre-europeo.&lt;br /&gt;
 Io credo che parlare oggi di un rapporto privilegiato Roma-Berlino Roma-Parigi si può».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Ma per il 5+1 la Germania pone un veto all'Italia.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Non parlerei più di veto, ma di una situazione fluida in cui i tedeschi non hanno obiettato alla partecipazione alla fase tecnica per i negioziati con l'Iran, tanto è vero che il mio direttore politico partecipa alle riunioni.&lt;br /&gt;
 Quindi è come se fosse un 5+2.&lt;br /&gt;
 È chiaro che se oggi dicessimo: fermiamoci tutti a discutere di formule, mentre non sappiamo se gli iraniani risponderanno e come risponderanno all'offerta di Solana, faremmo un errore. &lt;br /&gt;
Ecco perché ho detto di lavorare nel 5+2 tecnico e non di ragionare su i modelli.&lt;br /&gt;
 Se tra qualche mese la proposta di Solana sarà respinta al mittente, si discuterà dell'eficacia di quel modello e se è idoneo. &lt;br /&gt;
Anche per questo condivido l'iniziativa dei giapponesi di parlare dell'Iran a Kyoto durante il G8 dei ministri degli Esteri».&lt;br /&gt;


&lt;b&gt;Noi siamo fondamentali in Medioriente. &lt;br /&gt;
Pensa che l'Italia possa entrare in mediazione anche con gruppi come Hezbollah e Hamas?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«L'Italia è sempre stata, a livello politico, un Paese con la possibilità di parlare a tutti.&lt;br /&gt;
 Il nostro ruolo con Unifil 2 ci mette in condizione di parlare in Libano con Hezbollah e con il governo Siniora.&lt;br /&gt;
 Di parlare con la Siria e certamente con Israele.&lt;br /&gt;
 Andrò tra qualche settimana in Israele a trovare la mia collega israeliana, vedrò a Ramallah il presidente Abu Mazen e tornerò in Egitto per una visita politica.&lt;br /&gt;
 Noi siamo rispettati da tutte le parti.&lt;br /&gt;
 Siamo convinti che sulle fattorie di Shebaa ci sia la possibilità per l'Italia di collaborare positivamente, di dare agli amici israeliani qualche argomento in più per accettare un suggerimento che viene ormai anche dagli Usa: di valutare in un contesto più ampio la demarcazione dei confini tra il Libano e Israele, e tra Israele e Siria.&lt;br /&gt;
 Queste fattorie hanno dato a Hezbollah l'alibi per essere lì con le armi.&lt;br /&gt;
 Se noi eliminiamo questo alibi aiutiamo anche il governo Siniora ad andare verso il disarmo di tutte le milizie.&lt;br /&gt;
 Il semplice fatto che Israele inizi a parlare delle fattorie di Shebaa è un segno importante, nonostante il governo israeliano stia passando un momento di turbolenza».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Quindi il suo giudizio sulla missione internazionale al confine tra Libano e Israele è positivo?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Credo che la missione Unifil stia lavorando bene, perché fa si che non ci sia più il lancio di missili nel nord di Israele».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Un'analoga esperienza andrebbe tentata al confine con Gaza?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Lì la situazione è più preoccupante, perché Gaza è sotto il controllo di Hamas che non è un interlocutore rispetto a cui l'Europa si può impegnare, fino a che non cancella dalla sua Carta la distruzione di Israele.&lt;br /&gt;
 C'è una differenza: una cosa è trattare a livello di intelligence per la restituzione di un progioniero, ma altra cosa sono le diplomazie.&lt;br /&gt;
 La trattativa oggi è impraticabile e l'Italia ha delle idee molto ferme. &lt;br /&gt;
Noi avremmo difficoltà sullo schieramento di un contingente in quell'area. &lt;br /&gt;
La mia priorità politica è rafforzare Abu Mazen e non legittimare Hamas».&lt;br /&gt;


&lt;b&gt;
In Israele parte dell'opinione pubblica crede che oggi il problema sia interno al Paese.&lt;br /&gt;
 Alcuni abitanti di una nazione in guerra da 60 anni rinuncerebbero a tutti i territori pur di arrivare alla pace. Lei condive questa visione?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Io sarei almeno per evitare la moltiplicazione delle colonie, come purtroppo sembra volersi fare anche adesso.&lt;br /&gt;
 Evitiamo di moltiplicare gli insediamenti prima ancora del ritiro da quelli che ci sono.&lt;br /&gt;
 La replica dei miei amici israeliani è ragionevole, comprensibile, ma è chiaro che l'immagine che si dà se continuiamo a fare altri insediamenti, è un'immagine negativa.&lt;br /&gt;
 Anche perché non credo che Israele abbia una forza politica tale al suo interno da poter dire: ci ritiniamo domani da tutto.&lt;br /&gt;
 Questo si può fare se gli accordi di Annapolis saranno rispettati.&lt;br /&gt;
 Niente è concordato finché tutto non è stato concordato».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;L'11 settembre del 2001 è una data che ha cambiato la storia. &lt;br /&gt;
I due più importanti effetti sono le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. &lt;br /&gt;
Di queste operazioni, oggi, che giudizio possiamo dare?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Si può dire che nel momento storico in cui esse sono nate è stato giusto farle. È stato giusto liberare l'Afghanistan dai talebani.&lt;br /&gt;
 Alla luce di quello che emergeva in quel momento, la scelta fu corretta. Ed è giusto che noi oggi rimaniamo in Iraq. &lt;br /&gt;
Io non sono per mandare nuove truppe, ma penso che sia fondamentale che il Prt di Nassiriya continui a essere lì, diretto dall'Italia».&lt;br /&gt;


&lt;b&gt;
In Afghanistan in modello-Italia funziona. &lt;br /&gt;
Non è il caso di «imporlo» al resto della coalizione Nato?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Non è facile ma ci proviamo. &lt;br /&gt;
Bisogna immaginare che il comportamento dei vari contingenti è influenzato dalla storia e dalla personalità delle provenienze territoriali.&lt;br /&gt;
 Gli italiani hanno un approccio italiano, che coniuga la risolutezza a un'azione di antiterrorismo, alla gentilezza nei rapporti umani. &lt;br /&gt;
Noi siamo fatti così, anche con le armi in mano.&lt;br /&gt;
 Questa &quot;diffusione&quot; (del modello, ndr) potrà esservi tanto più quanto gli altri contingenti nazionali capiranno che è anche nel loro interesse comportarsi così».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;I canadesi lo stanno facendo.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Lo so bene».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;C'è qualcosa di italiano, quindi, nel modello Petreus per l'Iraq?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«C'è e devo dire che loro ce lo riconoscono.&lt;br /&gt;
 Ho parlato con il primo ministro Al Maliki e lui ha detto: &quot;Caro ministro, i nostri poliziotti, quando sono addestrati dai vostri carabinieri, le operazioni le fanno meglio&quot;.&lt;br /&gt;
 Noi lavoriamo, siamo così».&lt;br /&gt;


&lt;b&gt;
Tra cinque mesi gli Stati Uniti d'America eleggeranno il nuovo presidente. &lt;br /&gt;
Qual è la sua riflessione alla vigilia del cambiamento?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Intanto lasciatemi dire che Bush sarà apprezzato più da ex presidente che da presidente.&lt;br /&gt;
 Inoltre, credo che dopo di lui su alcuni grandi temi la politica estera americana non cambierà.&lt;br /&gt;
 Ho invece un grande punto interrogativo sull'Europa.&lt;br /&gt;
 Lo devo dire con chiarezza: non abbiamo ancora capito i due candidati cosa pensano dell'Europa.&lt;br /&gt;
 Non è stato tema di campagna elettorale, non perché non interessa, ma comunque è un dato di fatto. &lt;br /&gt;
Bush, per esempio, al suo secondo mandato ha fatto la sua prima visita ufficiale alle istituzioni europee dando un forte segnale. &lt;br /&gt;
Cosa faranno i due candidati? Il nuovo presidente lo deve dire».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Tornando all'Italia, quali obiettivi ci poniamo per l'Africa?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Vogliamo interessarci di più a questo continente, infatti la delega sull'Africa, come per il G8, è mia.&lt;br /&gt;
 Saranno materie di mia specifica attenzione e interesse. Chiaro che per fare politica sull'Africa serve uno sviluppo e i tagli subiti non aiutano. Quindi dobbiamo ridefinire le priorità.&lt;br /&gt;
 Noi diamo molti soldi per cooperazioni unilaterali di cui perdiamo le tracce, ma riorientiamo la cooperazione italiana verso una cooperazione bilaterale».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;Ministro, i due grandi protagonisti di questo secolo sono l'India e la Cina.&lt;br /&gt;
 Oltre ad apprezzarne il grande sviluppo economico c'è qualcosa che ci preoccupa?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Mi preoccupa un interrogativo: se questi due Paesi sono pronti o meno a lavorare contro la degradazione dell'ambiente.&lt;br /&gt;
 Loro devono essere i grandi alleati nella strategia del G8 sulla tutela dell'ambiente».&lt;br /&gt;



&lt;b&gt;La Turchia che speranze ha di entrare in Europa?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;



«Deve essere aiutata a continuare i negoziati. &lt;br /&gt;
Io sarò domani mattina (questa mattina, ndr) ad Ankara per incontrare il presidente Erdogan e porterò un messaggio anche da parte di un gruppo di Paesi europei che simpatizzano molto con le aspirazioni turche: dal Regno Unito alla Spagna fino alla Polonia.&lt;br /&gt;
 L'interesse dell'Europa è non chiudere la porta in faccia alla Turchia, anche se ci vorrà del tempo per portare a termine i negoziati».

&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=II3T2&quot;&gt;Il Tempo - Roberto Arditti, Maurizio Piccirilli&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: «Guerra in Iraq Bush ha mentito»</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/06/24/marco-pannella/%C2%ABguerra-in-iraq-bush-ha-mentito%C2%BB/357181"></link>
  <updated>2008-06-24T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>357181</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Sulla guerra in Iraq George W. Bush ha mentito, e ha tradito il suo giuramento di presidente.&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;
Vogliamo che il Congresso degli Stati Uniti ascolti quello che ha da dire il Partito radicale sull’argomento, dice Marco Pannella. &lt;br /&gt;
Una verità molto semplice: c’era tutto lo spazio diplomatico e politico per evitare la guerra, perché Saddam Hussein era disposto ad imboccare la via dell’esilio, e molti Paesi (l’Arabia Saudita, ma anche il Bahrein) erano disposti ad accoglierlo. Una linea sostenuta e approvata da centinaia di deputati di mezzo mondo.&lt;br /&gt;
 Abbiamo, dice Pannella, i documenti per provarlo. Ma si è preferito scegliere la via della guerra.
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=124868&quot;&gt;Corriere della Sera&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: Vorrei portare al Congresso Usa le prove che la guerra non era inevitabile</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/06/24/marco-pannella/vorrei-portare-al-congresso-usa-le-prove-che-la-guerra-non-era-inevitabile/357179"></link>
  <updated>2008-06-24T00:00:00Z</updated>
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  <id>357179</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
L’unica alternativa alla guerra in Iraq del 2003 era l’esilio di Saddam ma Bush e Blair non lo vollero, optando invece per la guerra. &lt;br /&gt;
E quanto ha sostenuto in una conferenza stampa convocata presso la Camera dei deputati il leader di Radicali italiani, Marco Pannella, che ha voluto ricordare alla stampa come nel 2003 fu proprio il suo partito a promuovere l’iniziativa «Iraq libero» Unica alternativa alla guerra. &lt;br /&gt;
Pannella ha fornito ai giornalisti la lista dei 501 parlamentari italiani che allora firmarono l’appello, che aveva l’obiettivo di liberare l’Iraq convincendo il suo dittatore ad andare in esilio. «Quando Bush si è reso conto - ha affermato Pannella - che la nostra iniziativa stava avendo successo e che Saddam era disponibile all’esilio, ha accelerato le manovre che hanno portato all’invasione dell’Iraq, dimostrando così che il suo interesse era nella guerra in sè e non nella liberazione del Paese. Ora noi vogliamo che si ristabilisca la verità.». «Vogliamo inoltre - ha aggiunto il leader radicale - dare alla memoria del nostro Paese il fatto che la maggioranza assoluta dei parlamentari italiani sosteneva la risoluzione dell’offerta di esilio come unica alternativa alla guerra». Pannella ha annunciato che i Radicali avanzeranno la richiesta di essere ascoltati dal Congresso Usa e di portare in quella sede la loro documentazione&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=124869&quot;&gt;L'Unità&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Marco PANNELLA: Bush: «Ha tradito gli ideali del suo Paese».</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/06/23/marco-pannella/bush-%C2%ABha-tradito-gli-ideali-del-suo-paese%C2%BB/357157"></link>
  <updated>2008-06-23T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>357157</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Pannella va in America. Il Partito radicale chiederà di essere ascoltato dal Congresso statunitense. Lo annuncia lo stesso leader sul quotidiano telematico «Notizie Radicali» ricordando che «il 2008 è l’anno del primo Satyagraha mondiale per la pace, la democrazia e la libertà». Il messaggio di Pannella continua in chiave anti-Bush: «E’ ora di far coincidere la lotta per una alternativa al degrado morale e civile, sociale e politico del nostro Paese con quella del presidente Bush contro il disastroso tradimento della verità e del suo giuramento di fedeltà al proprio Paese». La politica del presidente americano uscente, dicono i Radicali, è andata contro ogni ideale, le istituzioni, la morale. E ora «affiorano le documentate menzogne di George W. Bush per poter imporre non la caduta di Saddam e la democrazia in Iraq ma la sua guerra contro le leggi Usa». Perciò «se non bastano gli americani per cittadinanza a difendere la democrazia, la verità, la legge, noi, americani da sempre, da mezzo secolo almeno, e sempre più decisi ad esserlo, dobbiamo impegnarci per accorrere in loro aiuto, come essi hanno salvato l’Europa con la loro forza e il loro sangue».
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=124780&quot;&gt;Notizie Radicali&lt;/a&gt;</summary>
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<entry>
  <title>Marco PANNELLA: IRAK: IL CONGRESSO USA ATTESTERA' LE NON VERITA' DI BUSH. CHIEDIAMO DI ESSERE ASCOLTATI, L’ESILIO DI SADDAM AVREBBE EVITATO LA GUERRA.</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/06/23/marco-pannella/irak-il-congresso-usa-attestera-le-non-verita-di-bush-chiediamo-di-essere-ascoltati-l%E2%80%99esilio-di-saddam-avrebbe-evitato-la-guerra/357155"></link>
  <updated>2008-06-23T00:00:00Z</updated>
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  <id>357155</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'  Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l' Europa) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
L'esilio di Saddam Hussein fu davvero un'alternativa credibile e realizzabile per evitare la guerra in Iraq.&lt;br /&gt;
 L'opportunità, tuttavia, malgrado raccolse per iniziativa dei Radicali Italiani un vasto consenso internazionale, venne ignorata dall'amministrazione statunitense che già era pronta per il conflitto.&lt;br /&gt;
 

Lo ha ricordato oggi in una conferenza stampa alla Camera Marco Pannella, alla vigilia dell'inizio dei lavori della commissione Giustizia del Congresso degli Stati Uniti.&lt;br /&gt;
 &quot;A meno di inattese sorprese -ha dichiarato Pannella, rimarcando che della vicenda si è già occupato il Comitato Rockfeller del Senato americano - è facile prevedere che verrà confermato in modo inequivoco che il presidente George Bush e la sua amministrazione non hanno detto tutta le verità sulle cause della guerra in Iraq&quot;.&lt;br /&gt;
 &quot;Nulla si sa di concreto né mai sono state fornite prove attendibili - ha aggiunto Pannella - sulle armi di distruzione di massa o del complice legame tra Saddam Hussein e Bin Laden&quot;.&lt;br /&gt;


Oggi come cinque anni fa, quando Pannella e i radicali per primi si mossero per ricercare una via d'uscita al dittatore iracheno, viene confermato che &quot;non si è cercato di convincere Saddam della convenienza dell'esilio.&lt;br /&gt;
 Per questo chiediamo di essere ascoltati dal Congresso Usa per rendere pubblico ciò che avevamo denunciato&quot;.&lt;br /&gt;
 Proprio in una nota trasmessa ieri, Pannella aveva ricordato che dopo le conclusioni del Comitato Rockefeller del Senato la Commissione Giustizia del Congresso avrà modo di affrontare &quot;le documentate menzogne e irresponsabilità del presidente per poter imporre non già la caduta di Saddam e la democrazia per l'Iraq, ma la 'sua' guerra contro la verità e le leggi del proprio Paese''.
&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.radicali.it/view.php?id=124793&quot;&gt;Radio Radicale&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
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  <title>Franco Frattini: IRAQ: L'ITALIA NON INVIERA' ALTRI ISTRUTTORI.</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/05/29/franco-frattini/iraq-litalia-non-inviera-altri-istruttori/356381"></link>
  <updated>2008-05-29T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>356381</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PdL) -  Ministro  Affari Esteri (Partito: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
L'Italia non ha &quot;sul tappeto&quot; l'invio di altri istruttori militari in Iraq, in aggiunta al centinaio che gia' opera nel Paese. &lt;br /&gt;
Lo ha precisato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel corso di un incontro con la stampa a Stoccolma dove il titolare derlla Farnesina ha partecipato alla conferenza internazionale sull'Iraq. &lt;br /&gt;
&quot;Non ho mai parlato, non essendo il ministro della Difesa, di mandare piu' uomini ma di estendere l'addestramento a settori che non sono forze di polizia, come l'aeronautica e la marina&quot;. &lt;br /&gt;
Frattini ha voluto smentire le notizie che indicavano un aumento degli istruttori italiani destinate all'addestramento della polizia irachena.&lt;br /&gt;
 Il passaggio che faceva pensare a una opzione di questo tipo era contenuto nella frase con cui Frattini aveva concluso l'intervento alla conferenza internazionale, laddove si diceva: &quot;Oggi posso dire, se vi saranno le condizioni necessarie, che l'Italia e' pronta ad affrontare un ulteriore contributo alla missione dia addestramento della Nato in Iraq&quot;.&lt;br /&gt;
 Questo passaggio era stato interpretato come l'annuncio di un aumento del numero di addestratori da inviare in Dhi Qar, dove gia' opera un centinaio di istruttori.&lt;br /&gt;
 Questa frase, che appariva nel testo consegnato ai cronisti, non e' stata pronunciata da Frattini.&lt;br /&gt;
 Per &quot;ulteriore contributo&quot;, ha detto la Farnesina nella conferenza stampa, non si deve intendere un aumento del numero di unita' ma una estensione ad altri settori dell'opera di formazione oggi messa in atto dai carabinieri.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.agi.it/politica/notizie/200805291735-pol-rt11137-art.html&quot;&gt;AGI&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Elettra DEIANA: La guerra dimenticata</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2008/03/25/elettra-deiana/la-guerra-dimenticata/331053"></link>
  <updated>2008-03-25T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>331053</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: Rifondazione comunista - Sinistra europea) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il 20 marzo del 2003, cinque anni fa, le armate statunitensi e britanniche scatenarono l’attacco militare contro Baghdad, misero a ferro e fuoco l’intera Mesopotamia  - crocevia della civiltà umana, come in pochi, con passione, ricordammo nelle aule parlamentari e in molti, con la stessa passione, nelle piazze - e aprirono una nuova era politica: quella segnata dal diritto della superpotenza americana e dell’Occidente  all’aggressione preventiva di un altro Stato. Il che causò, tra le altre cose, anche la pressoché finale liquidazione dell’Onu. 
Si scrisse e si disse in quei giorni che era stato definitivamente cancellato il principio fissato tre secoli e mezzo fa con la pace di Westfalia, quello secondo cui gli Stati si riconoscono tra loro e non interferiscono nelle faccende interne l’uno dell’altro. Lo Stato aggredito, l’Iraq di Saddam Hussein, era colpevole di essere nelle mani di un regime dittatoriale, iniquo e violento fino al massacro perpetrato contro i Kurdi e gli Sciiti, che costituivano una parte importante, numericamente maggioritaria, della popolazione irachena. Ma era lo stesso regime che gli Stati Uniti avevano apprezzato e aiutato quando il rais sunnita di Baghdad, venti anni prima, si era impegnato nella lunga e sanguinosa guerra contro l’Iran sciita della rivoluzione komeinista. 
Anche questo venne ricordato, da pochi, in tutte le salse e in tutte le occasioni in cui fu possibile dirlo. Vanamente, come è ovvio.
L’Iraq, nel 2003, non possedeva armi di distruzione di massa, come dimostrarono gli ispettori dell’Onu e dichiararono in varie occasioni le stesse agenzie dell’intelligence statunitense; né offriva ospitalità alle reti terroriste legate ad Al Qaeda – la forza del regime era ancora tutta nella sua impenetrabilità alle pressioni dall’esterno - né soprattutto preparava alcun attacco ai Paesi occidentali. Subiva ancora duramente le conseguenze – in primis l’embargo - della prima guerra del Golfo, quella del 1991, quando Saddam Hussein, sperando incautamente nella benevolenza ormai venuta meno degli Usa, aveva tentato l’avventura di prendersi il Kuwait e aveva subito invece una durissima batosta da parte di un vasto schieramento di forze guidate dagli Usa di Bush senior. 
Anche una bambina avrebbe capito che, nel 2003, l’ipotesi di un attacco iracheno al mondo costituiva un’assurdità. 
Ma il gioco era un altro. E fu giocato fino alla fine.
Dal 2001, con il primo mandato presidenziale di Bush junior, la teoria della guerra preventiva e la catalogazione di alcuni Stati come “rogue states” (Stati canaglia) hanno rappresentato gli elementi di fondo, non solo teorici ma operativi, di una strategia di dominance globale di tipo unilateralista e apertamente bellicista, già da vari anni elaborata negli ambienti della destra statunitense e fatta propria da George Bush. Il nuovo presidente infatti di quella destra estremista e cristiano-fondamentalista si è alimentato ideologicamente così come la sua politica interna ed internazionale si è fondata sull’appoggio dei grandi gruppi dell’apparato industriale-militare  del Paese. Alla clintoniana politica del “containment” – il nuovo ordine mondiale deve essere a stelle e a strisce ma va perseguito con metodo multilaterale e dunque in accordo con gli alleati (do you remember Belgrado 1999?) -  subentrò la strategia della guerra in senso assoluto – la politica è tout court guerra e, viceversa, la guerra è politica - da gestire in proprio, senza perdite di tempo e ripensamenti, nel disprezzo e nella delegittimazione di tutto ciò che abbia a che fare con le regole, il diritto, il ruolo delle Nazioni Unite. Inutile ciarpame di un’altra epoca, ingombrante e fastidioso: questo più o meno ciò che è stato detto più volte del Palazzo di vetro. La guerra preventiva sia come risposta a una per altro non dimostrata responsabilità diretta del regime dei Taliban nell’attacco alle Torri gemelle, sia come atto di prevenzione contro il pericolo di un attacco nucleare da parte di Baghdad, messo spudoratamente in scena per giustificare la guerra. “Stati canaglia” e organizzazioni del global terrorism furono portati e continuano a essere portati a giustificazione dell’illegalità internazionale così a largo raggio dispiegata. Tra gli “Stati canaglia” primeggiava allora l’Iraq, e non per caso, dal momento che chi decideva (e ancora decide) il grado di canagliaggine di un Paese è Bush in persona. E l’Iraq era il primo della lista, quello che più facilmente poteva fungere da capro espiatorio del nuovo nemico globale e più facilmente poteva implodere sotto l’attacco. Come successe e continua a succedere, tra azioni di resistenza contro le truppe occupanti e scontri all’ultimo sangue tra opposte fazioni,  ritorsioni delle armate occupanti e massacri indiscriminati di civili a opera dei gruppi terroristi affiliati ad Al Qaeda, che hanno avuto finalmente in Iraq un nuovo terreno di pascolo. 
Un conflitto, quello globale, una guerra, quella preventiva, che hanno ormai largamente annientato le regole faticosamente messe a presidio dei rapporti internazionali, cancellato la funzione di terzietà delle Nazioni Unite, affogato il diritto internazionale.
Sarebbe il caso che, a cinque anni da quel disastro, se ne parlasse seriamente e ampiamente nelle sedi politiche, parlamentari, di governo. Nei luoghi in cui si forma l’opinione pubblica. Nei partiti. Si tratta di un punto dirimente e essenziale, che dovrebbe obbligare la politica, soprattutto quella di sinistra, a non dimenticare o sottovalutare o annoverarla tra le tante, la guerra dell’Iraq; a non considerarla soltanto un “errore”di Bush, un incidente di percorso da sistemare in qualche modo e voltare pagina. Forse i marines torneranno a casa nel 2009, come promette qualcuno, forse si arriverà a un modus vivendi tra Sunniti e Sciiti, forse quelli del Baath, il partito al potere all’epoca dell’odiato rais, accoglieranno l’invito del generale Petraeus a rientrare nei ranghi, a fare la loro parte per portare un qualche ordine nel Paese devastato. Insomma un mucchio di chiacchiere che nascondono il punto vero, che impediscono di capire la portata di quello che è avvenuto e avviene nei teatri di guerra compresi tra Kabul e Baghdad, tra la Palestina e Teheran, il Libano e la Siria. C’era e c’è in gioco il controllo delle risorse energetiche. Fin troppo evidente e anche dichiarato. C’era e c’è in gioco la necessità per gli Usa di una strategia a vasto raggio e penetrazione, in grado di tenere sotto osservazione, militarmente ravvicinata, le dinamiche di aspirante grande potenza mondiale in cui è impegnata la Cina nonché le nuove ambizioni di grande potenza regionale della Russia. E c’era, c’è ancora, poi vedremo che farà chi vincerà le elezioni d’autunno, la corsa degli Stati Uniti a conquistare sul campo, manu militari, la leadership del sistema mondo, imponendo le nuove regole della competizione tra le grandi potenze, la destinazione delle risorse, il destino del mondo. 
Insomma in tutto e per tutto quella contro l’Iraq è stata una guerra imperiale all’interno di una strategia imperiale, come chiaramente spiega la mole di documenti ufficiali della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato – dal Defence Planning Guidance del 1992 al National Security Strategy del 2002 - che negli anni Novanta hanno definito il punto di vista strategico della potenza americana, rimasta sola dopo la fine dell’impero sovietico e dell’ordine mondiale stabilito a Yalta. 
Ora Baghdad è una città senza speranze, devastata e invivibile. L’Iraq è di fatto diviso in tre segmenti: a nord i Kurdi che hanno un governo sempre più autonomo; al centro i Sunniti, con una Baghdad irriconoscibile nei suoi quartieri etnicamente ripuliti; al sud gli Sciiti, protetti dalle loro milizie e filo-iraniani. E i cristiani, una comunità fiorente al tempo del rais, oggi in fuga e perseguitati. Un numero impressionante quello delle vittime irachene. Quattromila, fino ad oggi, i marines morti. E le spese di guerra alle stelle. 
A cinque anni dall’annuncio trionfante di Bush “Major combat is over”, e dall’immediata smentita dei fatti, il silenzio su questa guerra, con qualche eccezione da anniversario dei cinque anni, è diventato totale. La politica internazionale è la grande assente di una campagna elettorale per lo più senza anima. Come se non fossimo in un mondo globale, a dispetto delle tante chiacchiere sulla globalizzazione.&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.elettradeiana.it&quot;&gt;www.elettradeiana.it&lt;/a&gt;</summary>
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