<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" ?>
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xml:lang="en">
  <title>Openpolis - Argomento: rifondazione comunista</title>
  <link rel="alternate" href="http://www.openpolis.it/"></link>
  <link rel="self" href="http://politici.openpolis.it/feed/tagDeclarations/799"></link>
  <id>http://www.openpolis.it/</id>
  <updated>2011-07-11T00:00:00Z</updated>
<entry>
  <title>Paolo FERRERO: Prc, il nuovo percorso dell'VIII congresso si apre con il Comitato Politico</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/07/11/paolo-ferrero/prc-il-nuovo-percorso-dellviii-congresso-si-apre-con-il-comitato-politico/589970"></link>
  <updated>2011-07-11T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>589970</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Un vero cambio di fase caratterizzato dalla crisi del berlusconismo e del liberismo, e con grandi manovre in corso per evitare che se ne esca a sinistra». 
&lt;p&gt;E’ con questo quadro che il segretario del Prc Paolo Ferrero ha aperto i lavori del Comitato politico nazionale, che si concluderà oggi a Roma (centro congressi Cavour).
Questo Cpn, il primo dopo i referendum di giugno, darà l’avvio alla fase congressuale che si concluderà con l’appuntamento di dicembre, presumbilmente a Napoli. Da qui usciranno quindi le due commissioni per il “Regolamento” e per il “Documento politico”. A ottobre, subito dopo la definizione dei documenti, toccherà ai congressi dei circoli dare l’avvio al confronto interno, mentre a novembre sarà la volta delle assise di federazione e, a seguire, quello nazionale. 
Un congresso che il segretario del Prc ha auspicato unitario, nella prospettiva del superamento delle correnti. 
&lt;p&gt;
Ma per tornare alla parte analitica del suo intervento, il leader del Prc ha insistito molto sul fatto che i risultati positivi di Napoli e Milano, e sui “Quattro sì” al refendum non devono far abbassare la guardia. C’è sì una ripresa dell’iniziativa dal basso, un fatto sostanziale difficilmente negabile, ma, dall’altra parte, si sta cercando in tutti i modi di non trasformare questo patrimonio in un nuovo indirizzo politico. Insomma, un risultato, quello uscito dalle urne, che viene in qualche modo tenuto a distanza quasi ad evitarne il “contagio”. 
&lt;p&gt;
Si stanno prospettando segnali inquietanti. Innanzitutto, la proposta di legge del Pd sull’acqua che di fatto riapre alla privatizzazione, non mettendo i comuni nelle condizioni di evitarla, in quanto i loro bilancio sono continuamente oggetto dei tagli da parte del governo centrale, e imponendo al risultato politico sui beni comuni una battuta di arresto. Non solo, anche ciò che arriva dal sindacato, con l’accordo del 28 giugno, non è che possa essere valutato in modo positivo. Anche se da una parte il testo «non arriva dove dice Marchionne», sottolinea il segretario del Prc, dall’altra «apre una falla nel contratto nazionale». Falla che di fatto crea le premesse «per mettere i lavoratori in competizione tra loro». Questo per stare al merito. C’è poi il valore politico di quell’intesa, che parla della «chiusura del cerchio» verso la Fiom e della sostanziale accettazione del modello dell’accordo del 2009 e della egemonia della Cisl. Insomma, come è stato detto nel corso del dibattito, un «suicidio» da parte del sindacato, e un «omicidio» nei confronti della classe. C’è da dire che nel corso del dibattito (di cui daremo conto nei prossimi giorni) il tema dell’accordo del 28 giugno è stato molto gettonato, e l’invito prevalente è stato quello a non eccedere nei toni. 
&lt;p&gt;
Cosa vuol dire tutto questo per il Prc, che si appresta a celebrare il suo ottavo congresso?
&lt;p&gt;
Innanzitutto, una scelta chiara rispetto all’internità ai movimenti. &lt;br /&gt;
Una scelta che ha come primo impegno concreto la proposta della Costituente dei beni comuni e, come nodo politico, quello dell’unità nella prospettiva di un segno fortemente antiliberista. Parallelamente, una «accentuazione» dal basso del profilo della coalizione che porti direttamente alle ”primarie di programma”. 
&lt;p&gt;
Da questo punto di vista, il senso di imprimere una svolta unitaria al congresso è in relazione alla necessità di dare un segnale forte di non frammentazione. Indispensabile in un momento in cui occorre contare sulle proprie forze, anche per quanto riguarda l’adeguamento della macchina organizzativa alle risorse effettive del partito. 
&lt;p&gt;
I nodi che dovrà affrontare il congresso hanno al primo punto la democrazia, soprattutto in connubio con quella che Paolo Ferrero chiama «la dignità» degli individui. Ovvero, una democrazia che decida sulla questioni importanti e che non significhi solo voto ma partecipazione ai processi politici e sociali e costruzione del proprio destino.
&lt;p&gt; Il secondo punto, direttamente connesso al primo ha come riflessione i ”beni comuni”, come la prima vera occasione di declinare la critica alla forma della merce. Tema, questo, che ci introduce al terzo punto, quello della ricerca di soluzioni concrete allo strapotere dell’economia finanziaria. Strapotere che è sicuramente in capo al potere politica e alla sua opera di ”deregulation” costruita negli anni. 
&lt;p&gt;«Proprio per questo è possibile introdurre, al contrario, una regolamentazione che non consenta più alla speculazione finanziaria di agire come un bombardiere imprendibile anche dal fuoco della contraerea», sottolinea Ferrero. 
&lt;p&gt;
E poi ci sono i nodi politici, ovvero un giudizio schietto sul percorso della Federazione della sinistra a partire dalla considerazione sulla sua natura di strumento per la costruzione di un programma di fase nella prospettiva della sinistra di alternativa e della sua presenza istituzionale. 
Infine, il documento del congresso dovrà contenere anche un ragionamento sull’utilità del Prc dal punto di vista della costruzione delle relazioni sociali e della proposta politica e culturale, «ovvero l’utilità di rifondazione per l’oggi e per il domani». 
&lt;p&gt;
In sostanza, ha detto Paolo Ferrero chiudendo il suo intervento, l’obiettivo del congresso deve essere quello di stabilire una linea chiara su quattro punti: l’uscita dal berlusconismo, l’unità delle forze a sinistra del Pd, il consolidamento antiliberista dei movimenti e l’attualità del comunismo.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it/news-file/gia_presente_11579_40_Rifondazione.htm&quot;&gt;Liberazione - Fabio Sebastiani&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Paolo FERRERO: «Battaglia NoTav sacrosanta come quella per l’acqua»</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/06/20/paolo-ferrero/%C2%ABbattaglia-notav-sacrosanta-come-quella-per-l%E2%80%99acqua%C2%BB/585187"></link>
  <updated>2011-06-20T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>585187</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Il giorno dopo le perquisizioni e i nuovi avvisi di garanzia per alcune decine di esponenti del movimento No Tav, Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, sale al presidio della Maddalena per appoggiare quella che definisce «una battaglia sacrosanta» e per «dare pieno sostegno e solidarietà a chi è indagato dalla magistratura».

&lt;p&gt;
E da Chiomonte, l’exministro lancia la proposta di una «costituente dei beni comuni a partire dalla Tav e dal risultato dei referendum».

&lt;p&gt;
Spiega: «Il territorio è un bene comune quanto lo è l’acqua pubblica, per questo la lotta in Val di Susa non è solo una lotta di resistenza, ma di proposta perché agevola la strada dell’allargamento del concetto di bene comune».
&lt;p&gt;

Una proposta che potrebbe permettere di «unificare i movimenti contro le politiche neo-liberiste» ma che spaccherebbe il fronte del centrosinistra visto che il Pd a partire dal segretario nazionale, Pierluigi Bersani, ritiene strategica la realizzazione della Torino-Lione.

&lt;p&gt;
Ragionamenti del futuro che poco interessano i presidianti della Maddalena impegnati a rafforzare le «fortificazioni» e ad organizzare appuntamenti culturali in grado di allargare la partecipazione popolare.

&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?view=article&amp;catid=34&amp;id=15569&amp;tmpl=component&amp;print=1&amp;layout=default&amp;page=&amp;option=com_content&amp;Itemid=68&quot;&gt;controlacrisi.org - Maurizio Tropeano&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: La Scossa n 13 in uscita...</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/03/13/giocondo-talamonti/la-scossa-n-13-in-uscita/559016"></link>
  <updated>2011-03-13T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>559016</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
In uscita LA SCOSSA numero 13 - Periodico del Gruppo Consiliare F.d.S. di Terni. 
Gli articoli contenuti in questo numero sono: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1) LISTE D'ATTESA&lt;br /&gt;
2) Quattro chiacchiere con LIBERO PACI di Alberto Tomassi&lt;br /&gt;
3) Interrogazioni presentate dal Gruppo FdS&lt;br /&gt;
4) Le chicche del maestro sommo &lt;br /&gt;
5) Le molliche di ELLE EFFE&lt;br /&gt;

“LA SCOSSA” è distribuita gratuitamente e può essere richiesta gratuitamente anche per e-mail all’indirizzo giocondo.talamonti@email.it


&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2011/03/la-scossa-n-13-in-uscita.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Paolo FERRERO: Vent’anni fa, Rifondazione comunista</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/02/03/paolo-ferrero/vent%E2%80%99anni-fa-rifondazione-comunista/557656"></link>
  <updated>2011-02-03T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>557656</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Vent’anni fa, domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci e alla nascita Pds.
&lt;p&gt;
Immediatamente convocarono una conferenza stampa in cui Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato e Rino Serri annunciarono la decisione di dar vita ad una formazione comunista.
&lt;p&gt;
I cinque, insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono quindi dal notaio per registrare il simbolo del Pci, segnalando anche sul piano legale la volontà di proseguire l’impegno politico in quanto comunisti e comuniste.
&lt;p&gt;
Una settimana dopo, al teatro Brancaccio di Roma, migliaia di compagni e compagne parteciparono alla prima assemblea di massa di quello che divenne il Movimento per la Rifondazione Comunista. Al Brancaccio venne esposta una enorme bandiera rossa, realizzata cucendo insieme centinaia e centinaia di bandiere e costruendo così, da basso, la più grande bandiera rossa mai realizzata.
&lt;p&gt;
Credo che oggi a quegli uomini e a quelle donne che hanno dato vita a Rifondazione comunista debba andare il nostro ringraziamento. Innanzitutto per il coraggio di andare controcorrente in una fase in cui, dopo la caduta del muro di Berlino, il capitalismo sembrava aver vinto la partita definitiva.
&lt;p&gt; Erano gli anni in cui Fukujama proclamava la “fine della storia” e in cui il capitalismo veniva presentato, prima ancora che invincibile, come un dato naturale.&lt;br /&gt;
 Se l’anticapitalismo non è stato soffocato in Italia è stato anche grazie a quella scelta.
&lt;p&gt;
Penso che il nostro ringraziamento vada espresso anche per il nome scelto:&lt;br /&gt;
 Rifondazione comunista. Tanti erano i nomi possibili e forti erano le spinte a caratterizzare una nuova formazione comunista semplicemente come la prosecuzione dell’esperienza precedente.
&lt;p&gt; Nella scelta del nome vi fu invece una precisa scelta politica che riteniamo valida ancor oggi.&lt;br /&gt;
 Comunista, perché siamo comunisti e comuniste che si battono per una società di liberi e di eguali che si può realizzare solo superando il capitalismo. &lt;br /&gt;
Rifondazione, perché consapevoli che nella sua storia il movimento comunista ha compiuto molti errori ed in particolare che le esperienze del socialismo reale sono fallite, dando vita a regimi che contraddicevano radicalmente gli ideali comunisti.
&lt;p&gt;
Non quindi semplicemente la ricostruzione di un partito comunista, ma Rifondazione comunista nella consapevolezza che i due termini si qualificano a vicenda, e che solo una rifondazione teorica e pratica del comunismo avrebbe potuto porsi efficacemente l’obiettivo di superare “sul serio” il capitalismo. In questo senso rifondazione comunista non ha dato vita solo ad un partito ma ha esplicitato una indicazione generale, chiara, sulla necessità della rifondazione del comunismo.
&lt;p&gt;
Accanto ai primi soci fondatori molti e molte altre si aggiunsero nei mesi successivi e Rifondazione divenne un crogiuolo in cui diversi spezzoni ed esperienze politiche della sinistra di classe e comunista confluirono.
&lt;p&gt; La costruzione del Movimento prima e del Partito poi, fu una grande esperienze di dialogo e riconoscimento che riguardò in primo luogo decine e decine di migliaia di militanti che provenendo da storie diverse impararono a dialogare, a confrontarsi, a cercare collettivamente nuove strade.
&lt;p&gt;
Questo elemento della partecipazione dal basso è un elemento caratterizzante non solo la nascita, ma tutta l’esperienza di Rifondazione. Nel bene e nel male rifondazione non è stato solo un fenomeno politico ma è stata una esperienza di popolo, uno spazio pubblico, si direbbe oggi. Lo voglio ricordare perché la storia di Rifondazione rappresenta l’esemplificazione di uno degli slogan che il movimento si dette sin dall’inizio: liberamente comunisti.
&lt;p&gt; Credo che in nessun partito italiano gli iscritti, la cosiddetta base, abbia contato quanto ha contato in Rifondazione. In tutti i momenti di scelta e di scontro – e non sono stati pochi – alla fine ha sempre prevalso l’orientamento dei compagni e delle compagne iscritte anche sulle prese di posizione dei massimi dirigenti. 
&lt;p&gt;Se vogliamo ricercare una conferma che il termine rifondazione è stato preso sul serio, lo possiamo trovare proprio in questo, nel non identificare il partito con i suoi gruppi dirigenti e nel mettere al centro della vita del partito la partecipazione.
&lt;p&gt;
Oggi, a distanza di vent’anni, vedendo come sono finiti il Pds e poi i Ds e poi il Pd, si può apprezzare fino in fondo la giustezza della scelta dei fondatori di Rifondazione. 
&lt;p&gt;La cui ragione di esistenza non sta però solo nel fallimento delle esperienze politiche nate dallo scioglimento del Pci o nel nostro essere soggettivamente comunisti e comuniste.
&lt;p&gt; La ragione di fondo della nostra esistenza la troviamo al di fuori di noi e precisamente nella crisi capitalistica che è li a ricordarci come questo non sia il migliore dei mondi possibili. 
&lt;p&gt;Il fondamento ultimo della nostra esistenza sta proprio li, nell’incapacità strutturale del capitalismo di dare una risposta ai bisogni dell’umanità e alla coniugazione del vivere civile con la limitatezza delle risorse del pianeta su cui viviamo. 
&lt;p&gt;La drammatica alternativa tra socialismo e barbarie che si ripresenta oggi, ci dice di come l’esigenza del superamento del capitalismo sia più urgente che mai.
 Per questo noi, uomini e donne liberamente comunisti, vogliamo proseguire lungo il cammino intrapreso.&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=X6W08&quot;&gt;Liberazione - Paolo  Ferrero&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Achille OCCHETTO: «Pd, svolta tradita per sete di potere»  - INTERVISTA</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/02/03/achille-occhetto/%C2%ABpd-svolta-tradita-per-sete-di-potere%C2%BB-intervista/557655"></link>
  <updated>2011-02-03T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>557655</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
«Sacrificata la ricerca di una nuova identità» - Il 12 novembre del 1989 Occhetto annuncia lo scioglimento del Pci. Il 3 febbraio del 1991 il partito si sciolse e nacque il PdS.
&lt;p&gt;Nell'89 impose la Svolta della Bolognina, nel '91 vinse il congresso che a Rimini seppellì il Pci e diede vita al Pds, ma anche a Rifondazione comunista. Quel che non torna è che Achille Occhetto oggi militi nel partito nato da Rifondazione (Sel) anziché in quello nato dal Pds (il Pd).
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Cos'è, una nemesi?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «No, anche se allora non avrei mai pensato a uno scenario simile. La mia vicinanza a Sel è la reazione a una situazione stagnante con l'obiettivo di riunificare il centrosinistra. Ma va detto che Vendola, col suo antistalinismo e la sua fede nel primato della libertà, non ha nulla a che vedere con la storia del Pci».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Vero, paradossalmente...&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Paradossalmente, ci sono molti più comunisti nel Pd. Penso a D'Alema e alla sua realpolitik».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Nel '91 si capì quel che moriva, ma non quel che nasceva. E la mancanza di identità politica riguarda ancora il Pd...&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;



«E' vero. Con la Svolta lanciammo il tema di una nuova identità socialista, ma subito dopo il problema della coesistenza delle diverse anime nel partito fu risolto non con un sano e definitivo confronto politico bensì con un accordo volto alla spartizione del potere. E' chiaro che la ricerca del potere per il potere ha sostituito la ricerca di una nuova identità politica».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Quali furono, allora, le diverse correnti di pensiero nel Pci?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Innanzitutto c'erano quelli contrari alla Svolta che intendevano rifondare il comunismo accreditandosi come eredi del Pci».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Programma ambizioso...&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «E infatti non lo realizzarono. Anzi: Rifondazione ebbe una lunga fase regressiva rispetto alle innovazioni del Pci di Berlinguer».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Vi furono distinzioni tra quanti formalmente la seguirono?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Certo, vi furono tre diverse ispirazioni. I riformisti di Giorgio Napolitano puntavano all'unità socialista, ma io ero contrario perché non ritenevo che il socialismo coincidesse col craxismo. Se li avessimo assecondati saremmo stati annessi dal Psi e dopo aver faticosamente schivato le macerie del Muro di Berlino saremmo finiti sotto quelle del pentapartito».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; La seconda corrente?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Era quella di Veltroni, che voleva dar subito vita al Pd. Obiettai che di partiti democratici ne possono esistere diversi, e scelsi quello di sinistra».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;La terza?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Era la mia, e puntava alla costituzione di una nuova formazione politica che andasse oltre le culture del Novecento nel solco dell'Internazionale socialista».
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ma non eravate propriamente una falange macedone.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «No, non eravamo compattissimi. I più convinti erano Mussi, Petruccioli e nomi simbolici come la Iotti e il fratello di Berlinguer, Giovanni. Ma anche tra noi c'erano diversi malpancisti».
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ad esempio?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Antonio Bassolino e Massimo D'Alema».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Come lo ricorda, D'Alema?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Spaventato, disse che a convincerlo fu suo padre. Ma era chiaro che per lui la Svolta rappresentava il male minore: non un'occasione, ma una necessità della storia».
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Le pesò rompere con Ingrao?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Ingrao aveva un grande carisma ed era un eccellente oratore, al congresso di Bologna fu applauditissimo e tutti ricordano che quando ci stringemmo la mano i nervi cedettero e piansi».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Altri tempi, oggi i partiti nascono e muoiono senza che nessuno versi una lacrima...&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;«Vero, oggi non avvertiamo più il peso delle ideologie, spesso anche delle idee, quasi sempre delle identità e delle appartenenze. E' logico che si pianga meno. Il rischio, però, è quello di passare sorridendo da un vuoto all'altro».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;E' vero che decise tutto da solo?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «No. La Svolta maturò nell'arco di un anno: al congresso dell'89 decidemmo di chiamarci Nuovo Pci; in un'intervista all'&lt;i&gt;Espresso&lt;/i&gt; dissi che il nostro punto di riferimento era la Rivoluzione francese e non quella d'Ottobre; in occasione di Tienanmen parlai di morte del comunismo. Poi, certo, alla Bolognina decisi da solo di dire che bisognava cambiare tutto e che occorrevano 'nuove vie'».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Ebbe paura?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

«Tanta. Le confesso che temevo di finire in minoranza».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Cosa ricorda dell'atmosfera di Rimini?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Una grande tensione, accresciuta dal fatto che incombeva la guerra del Golfo su cui avevamo idee diverse. La campana di un nuovo inizio stava suonando non solo per noi ma per tutti, anche se molti non la sentivano. Portare il partito dall'Internazionale comunista a quella socialista era cosa di non poco conto».
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ci riuscì grazie a Bettino Craxi.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Per la verità, all'inizio Craxi era contrario. Lo convinsero gli altri leader socialisti europei e alcuni suoi compagni a partire da De Michelis».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;E' possibile che, agli occhi dei suoi compagni, su di lei abbia pesato la colpa irrazionale di aver sepolto il mitico Pci?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Sì, credo che questo sentimento ci sia stato. Ho più volte avvertito il giudizio negativo di chi irrazionalmente mi considerava reponsabile della fine di un mondo che, con i suoi errori, era ovviamente caro a tutti noi». 
&lt;p&gt;
_______________________________________
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il peso del partito nelle urne:&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;POLITICHE 1987 = 26,6%; Sono le ultime in cui partecipa il Pci. Segretario è Natta, gli succede Occhetto.
&lt;p&gt;POLITICHE 1996 = 21,6%; La percentuale del Pds. Vince l'Ulivo: al governo vanno gli ex comunisti, è la prima volta.
&lt;p&gt;POLITICHE 2001 = 16,6%; I Ds scivolano al minimo, il centrosinistra perde. Nel 1998 il Pds cambia nome e diventa Ds. 
&lt;p&gt;POLITICHE 2008 = 33,2%; I voti, alla Camera, al Partito democratico, nato dall'unione di Ds e Margherita.
&lt;p&gt;STIME 2010 = 26%; E' all'incirca la percentuale di consensi indicata dai sondaggi per il Pd, lo scorso anno.&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=X6VR0&quot;&gt;Giorno/Carlino/Nazione - Cangini Andrea&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: La Scossa  n 12 in uscita...</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/01/25/giocondo-talamonti/la-scossa-n-12-in-uscita/557285"></link>
  <updated>2011-01-25T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>557285</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
In uscita LA SCOSSA numero 12 - Periodico del Gruppo Consiliare F.d.S. di Terni. &lt;br /&gt;
Gli articoli contenuti in questo numero sono:
&lt;p&gt;
1) La sicurezza deve essere centrale&lt;br /&gt;
2) Botta e risposta con David Tallarico*
di Alberto Tomassi&lt;br /&gt;
3) Interrogazioni presentate dal Gruppo FdS&lt;br /&gt;
4) Situazione SCUOLA a Terni&lt;br /&gt;
5) Le chicche del maestro sommo
&lt;p&gt;
“LA SCOSSA” può essere richiesta per e-mail all’indirizzo giocondo.talamonti@email.it&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2011/01/la-scossa-n-12-in-uscita.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Ramon MANTOVANI: Un buon congresso</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/11/24/ramon-mantovani/un-buon-congresso/558146"></link>
  <updated>2010-11-24T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>558146</id>
  <summary type="html">Senza nasconderne i limiti e i problemi è opportuno sottolineare i passi avanti e i risultati positivi del Congresso della Federazione della Sinistra.
1) la Federazione è stata immaginata, proposta e discussa a lungo per reagire e rispondere a due problemi posti dalla sconfitta del 2008 e all’idea che per unire la sinistra si dovessero cancellare le identità e sciogliere le organizzazioni comuniste. I due problemi sono: la frammentazione e dispersione delle forze politiche della sinistra e la tendenziale subalternità al PD, sia nella versione governista sia in quella testimoniale, entrambe prodotte del bipolarismo. Alla fine è chiaro che la Federazione è un progetto strategico che si propone di unire la sinistra anticapitalista italiana. Non una generica sinistra senza principi e senza confini. Non l’unità comunista con la promozione di una dialettica a sinistra sulla base di discriminanti ideologiche. Per altro non chiare sul versante delle scelte politiche, a cominciare dal rapporto col PD e con la questione del governo. E’ stato molto faticoso in questi due anni superare le spontanee e/o maliziose interpretazioni e proposte di una Federazione come partito unico dei comunisti con l’aggiunta di qualche indipendente, che avrebbero prodotto nuove divisioni e una forza politica tanto capace di esibire una identità astratta e sempre meno attrattiva, quanto incerta e moderata nelle scelte politiche. Il compito della Federazione è chiaro. Costruire, nel vivo delle lotte, un programma di fase per l’uscita a sinistra dalla crisi capitalistica e su questa base partecipare alle elezioni a tutti i livelli. Sono due compiti, collegati intimamente fra loro, che necessitano dell’unità di tutte le donne e gli uomini che pensano che la critica del capitalismo, e del modello sociale conseguente, sia la base indispensabile per rapportarsi con le lotte e per costruire un programma autonomo ed indipendente dal centrosinistra, per sua natura ambiguo o addirittura apologetico nei confronti del mercato e del liberismo. L’unità si deve fare, quindi, sul punto fondamentale di cui necessita la lotta di classe ed ogni movimento di trasformazione, senza che nessuno, collettivamente o individualmente, debba rinunciare ad un grammo della propria cultura politica e soprattutto delle proprie pratiche. Senza egemonismi (che sono sempre stati il contrario dell’egemonia) e senza riduzioni ad uno o semplificazioni che, come insegna l’esperienza, hanno sempre e solo prodotto nuove divisioni. In altre parole la Federazione vuole essere il luogo politico dell’unità dei partiti, delle associazioni e comitati, delle persone che decidono di fare quelle due cose insieme in modo democratico e che continueranno ad avere le proprie differenze culturali, di pratiche politiche e di organizzazione per fare tutto il resto. Ovviamente questo è difficile da capire e digerire per chi pensa che un partito, comunista o meno, debba solo elaborare programmi e liste elettorali e partecipare al “gioco politico” nelle relazioni fra partiti nelle istituzioni. Come è difficile da capire per chi, impegnato in lotte e attività sociali, pensa che la rappresentanza delle stesse possa essere risolta al momento delle elezioni con la scelta di una lista, o peggio ancora di un leader, rifiutando o accettando il ricatto del bipolarismo e del meno peggio con l’astensione o con il voto utile. Ma su questo punto documento e statuto della Federazione sono chiarissimi. Restano nel corpo militante e fra le persone di sinistra molte perplessità ed anche una notevole dose di confusione. Dovute al fatto che i mass media le poche volte che hanno parlato del nostro progetto lo hanno fatto occultando, per ignavia o per malizia fa lo stesso, la vera portata della proposta unitaria per descriverlo, invece, come orticello comunista privo di una proposta politica. Ed anche dovute al fatto, bisogna pur dirlo, che molti militanti sono totalmente disabituati a fare ragionamenti complessi di fronte a problemi complessi. Che non leggono e non studiano nemmeno i documenti politici per poi affidarsi alle semplificazioni dei mass media e/o per discutere sulla base di suggestioni e soprattutto di contrapposizioni astratte e demagogiche. Ma, lo ripeto, essendo chiaro il progetto della Federazione c’è la possibilità, con pazienza e perseveranza, di farlo vivere e crescere. Innanzitutto con il lavoro di allargamento della Federazione, sia a livello locale con collettivi e persone impegnate nelle lotte, sia a livello nazionale ribadendo la necessità di unire davvero tutta la sinistra anticapitalista. La Federazione vuole essere l’unità di tutta la sinistra anticapitalista. Attualmente non lo è affatto, anche se non è poco aver invertito la tendenza alla divisione e unito ciò che fino a ieri sembrava impossibile unire. Sul piano delle forze organizzate permangono profonde divisioni. Sul piano delle persone di sinistra senza partito permangono diffidenze, dubbi e soprattutto contrarietà dovute alle pratiche autoreferenziali, elettoraliste e istituzionaliste dei partiti, Rifondazione compresa. Da una parte alcune formazioni, come Sinistra Critica, PCL ed altri, e dall’altra SEL hanno proposte politiche contrapposte e, lo dico brutalmente, totalmente subalterne al bipolarismo. Da una parte l’idea che la ripetizione ossessiva di slogan radicali e di anatemi ideologici (spesso scagliati contro chi è più vicino) e la fuga dal problema di contribuire o meno alla cacciata di Berlusconi con il sistema elettorale esistente, possa costituire la base per l’accumulazione di forze sufficienti per cambiare qualcosa di concreto. Dall’altra l’idea che cavalcando (con successo) proprio uno degli aspetti più deleteri (e distruttivi di tutte le culture critiche della sinistra) del bipolarismo si possa ottenere una ristrutturazione del centrosinistra che apra le porte ad una svolta di sinistra reale nel paese. Non è necessario ripetere per l’ennesima volta quanto queste idee siano illusorie e quanto siano corrispondenti esattamente al disegno sulla base del quale è fondato il bipolarismo. Ridurre alla testimonianza impolitica le istanze radicali o trasformarle in “speranze”, tanto suggestive in campagna elettorale quanto irrealizzabili in un governo, comunque dominato dai poteri economici e dal vaticano. Non sono differenze sostanziali di contenuto, come la contrarietà alla legge trenta, il ritiro dall’Afghanistan, l’opposizione alle politiche economiche dell’UE ecc a motivare una divisione che persiste. Sono scelte ideologiche e di linea politica che impediscono l’unità. Indulgere all’infinito in discussioni circa il novecento e il nuovismo o fare la gara a chi è più comunista o più radicale è insensato, oltre che inutile. La Federazione deve rispettare i progetti altrui, pretendere il rispetto per il proprio, e soprattutto deve continuare a ribadire, con ostinazione, che permanendo i progetti e le linee diverse, sui contenuti di lotta si può e si deve combattere insieme. E che anche il confronto, su progetti e linee diverse, si può e si deve fare a partire dal riconoscimento della centralità dei contenuti che uniscono. Proprio per misurare l’efficacia dei progetti e delle linee rispetto al rafforzamento delle lotte e al raggiungimento di obiettivi concreti per milioni di italiani. Alla manifestazione del 16 ottobre c’era la sinistra reale di questo paese. I contenuti della piattaforma della FIOM (ben ribaditi nell’intervento di Landini al congresso) per la Federazione possono essere sposati integralmente e possono essere la base per discutere con SEL come con Sinistra Critica e il PCL sul come farli diventare obiettivi concreti, oggi e subito. E’ il modo concreto per rispondere a quella domanda di rappresentanza politica che è salita dalla manifestazione. Mentre citarli strumentalmente per scagliarli contro altri, che pure li condividono, per farli diventare un espediente retorico e demagogico al servizio di proposte politiche che, essendo interne alle logiche bipolari, li riducono a slogan impotenti o a sogni irrealizzabili è il contrario. Per il banale motivo che alla fine, o la piazza e i suoi contenuti saranno in grado di dare una spinta all’unità a livello politico della sinistra o le diverse opzioni della sinistra mortificheranno e divideranno la piazza e il movimento di lotta. E non avrà molta importanza ciò che dicono i sondaggi o diranno gli stessi voti elettorali se la sinistra politica che dice di condividere quei contenuti sarà divisa in tre pezzi in lotta fra di loro. Perciò è giustissimo che la Federazione, ben sapendo le differenze di progetto e di linea che esistono con altri, continui a sfidarli su questo terreno della discussione.
2) sebbene non si possa dire di possedere un programma di fase, complesso e articolato, capace di unificare i fronti di lotta e di accumulare le forze per passare dalla resistenza ad una controffensiva del mondo del lavoro e dei movimenti progressisti, il congresso ha chiarito a definito alcune linee di fondo sulla base delle quali costruire un tale programma. E su queste basi ha approvato e sancito una proposta politica chiara ed inequivocabile. C’è nel documento e c’è stata nel dibattito l’idea che alla finanziarizzazione e al mercato senza regole liberista sia necessario assegnare al mondo del lavoro il ruolo di fulcro dell’unità di tutte le lotte. Come è già stato evidente nella manifestazione della FIOM del 16 ottobre. La Federazione ha chiaramente l’idea della costruzione di tale unità sulla base di una alleanza strategica dei movimenti ambientalisti e dei diritti civili con quello dei lavoratori, degli studenti, dei precari e degli immigrati. La Federazione propone cose precise per l’oggi. Sulla base di scelte di fondo che in politica economica sono totalmente controcorrente rispetto agli indirizzi dell’Unione Europea, a cominciare dalla riproposizione dell’intervento pubblico in economia e dalla subordinazione dei bilanci e delle politiche monetarie rispetto ai diritti sociali. Che in politica estera sono contrapposte a guerre e spese militari sostenute da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, e in Italia del PD. Che sulle politiche sociali e dei diritti sono all’opposto dei “patti sociali” di confindustria e alla subalternità al vaticano. E’ su queste basi, e non su altre, che è stata approvata la proposta di dare vita ad una alleanza democratica in difesa dei principi costituzionali, per battere Berlusconi, senza fare un impossibile accordo di governo. Al di la di sfumature, di suggestioni, di ovvie differenze culturali e perfino di propensioni ben visibili sulla stampa e in diverse dichiarazioni e discorsi, questo è quanto è stato deciso ed approvato. Con il dissenso dei compagni di Falce e Martello sul versante di sinistra e con quello del documento di una parte di Rifondazione (primo firmatario Bonadonna) sul versante di destra. Questa proposta politica è stata accettata e difesa, nei loro discorsi, da Salvi, da Patta, da Diliberto, oltre che da Ferrero. Con toni e sfumature diverse? Ovviamente si. Ma senza che sia stata proposta alcuna alternativa. Per altro, voglio dire esplicitamente che io sono d’accordo con Diliberto quando dice che se si fa un accordo senza entrare al governo questo non comporta che il confronto con il PD e con gli altri partiti di centrosinistra, a cominciare da SEL, debba escludere temi sociali e concreti che riguardano milioni di persone. Non fosse altro che è proprio sulla base di quei temi sociali, e non su anatemi astratti, che si misura la distanza e la stessa impossibilità di fare un governo insieme. Come non esclude che si facciano anche proposte e accordi minimi su temi specifici. Esattamente come bisogna sempre fare in qualsiasi istituzione con qualsiasi governo. Infine è chiara l’idea che l’obiettivo di superare il bipolarismo sia prioritario, come è chiara la contrarietà a qualsiasi uscita dalla crisi del centrodestra sulla base di governi tecnici o simili. Questi indirizzi programmatici di fondo e la proposta politica dell’alleanza democratica senza accordo di governo sono la linea politica della Federazione per navigare nella complessa situazione della crisi economica, della offensiva liberista e padronale e della crisi latente del governo Berlusconi. Questa è la linea politica sulla base della quale confrontarsi a tutto campo con chiunque, con il massimo di apertura e di duttilità tattica.
3) la vita della Federazione è stata contraddistinta, fino a qui, da una inevitabile logica pattizia fra le forze che hanno partecipato alla sua fondazione. È inutile menare scandalo per questo. Senza quella logica pattizia non ci sarebbe nessuna unità con basi solide per resistere a qualsiasi novità sulla scena politica. Non ci sarebbe la forza organizzata minima per sorreggere e sviluppare nessuna linea politica. La permanenza di divisioni (anche elettorali) avrebbe provocato la definitiva e più che giustificata delusione di altre decine di migliaia di militanti e il totale disorientamento dei potenziali elettori. Lo statuto approvato definisce con chiarezza che il futuro della Federazione sta nelle mani degli iscritti e delle iscritte. Il principio di una testa un voto è inequivocabile. Come lo è quello delle maggioranze qualificate al fine di evitare che chiunque possa sopraffare gli altri. Soprattutto al fine di impedire che coalizioni improvvisate di correnti possano snaturare la Federazione e cambiare la linea sulla base di cordate e di manovre di corridoio. Ma qui comincia la vera sfida. E bisogna avere la consapevolezza che la sfida è persa in partenza se si usa la demagogia e il basismo. A nulla vale il principio di una testa un voto se poi dobbiamo fare il prossimo congresso con una decina di documenti politici in guerra fra loro. A nulla vale il principio delle maggioranze qualificate se provoca solo mediazioni al ribasso. A nulla vale la Federazione con compiti ben precisi sui quali cercare permanentemente l’unità se poi si portano nella federazione discussioni su compiti e contenuti propri dei partiti che la compongono ed estranei a quelli della Federazione. Ma queste cose attengono alla maturità e alla qualità dei gruppi dirigenti e dei militanti. Attengono perfino all’onestà intellettuale con la quale si discute e al principio di lealtà verso chi la pensa diversamente. Non c’è norma statutaria e non c’è declamazione di principio che possano magicamente infondere qualità e buon senso in chi non legge, non studia, non ascolta, e pensa che qualsiasi mezzuccio o manovretta di corridoio sia un mezzo lecito, giustificato dal fine di imporre ciò che vuole agli altri. La democrazia funziona non solo se si vota continuamente su tutto. Funziona se quando si vota i votanti sanno cosa votano sulla base di una conoscenza approfondita e non sulla base di opzioni presentate demagogicamente, che contano proprio sulla ignoranza diffusa e sulle suggestioni da quattro soldi. Funziona se dopo aver votato qualcosa chi è in disaccordo non tenta di impedirne la realizzazione o non tenta ad ogni riunione, su qualsiasi tema sia convocata, di riprodurre sempre la stessa discussione. Funziona se dopo una decisione chi si è dichiarato d’accordo votandola non fa subito un bell’articolo che la contraddice. Magari al fine di marcare la differenza necessaria a giustificare l’esistenza della propria corrente o, peggio ancora, al fine di ritagliarsi uno spazio politico personale fittizio da usare per rivendicare un posticino negli organismi e nelle liste. E potrei continuare. Queste cose affliggono tutti a sinistra. Non esistono scorciatoie leaderistiche e basiste che possano risolvere questi problemi. Al contrario sia il leaderismo sia il basismo alimentano passività, ignoranza e superficialità all’ennesima potenza. Solo la fatica di una lotta culturale e ideologica attiva e permanente, con l’obiettivo di curare la malattia e salvare il malato, può sortire degli effetti positivi. Solo valorizzando le pratiche sociali e culturali ricche, alla lunga, si possono superare le discussioni astratte che sono il terreno privilegiato per le cordate e i personalismi di tutti i tipi.
4) sebbene sia chiaro che la Federazione non è l’unità dei comunisti, tanto che al congresso tutti gli emendamenti che insistevano sul tema sono stati giustamente dichiarati inammissibili, il tema esiste ed è bene discuterne. E’ evidente che proprio nel momento nel quale il PRC e il PDCI condividono lo stesso progetto di unità della sinistra anticapitalista e la stessa proposta politica è necessario affrontare seriamente il tema. Non lo era prima sia perché avrebbe sostituito e fagocitato il progetto dell’unità della sinistra anticapitalista e perché avrebbe subordinato la scelta della linea politica ad una immatura unificazione organizzativa dei due partiti. Oggi il tema dell’unità comunista è da affrontare seriamente. Dico oggi ma è evidente che in caso di elezioni anticipate sarebbe idiota metterlo al centro delle nostre attenzioni. Resta da vedere se si vuole affrontare sulla base di una suggestione e come se le differenze culturali, di concezione politica ed organizzativa del partito, fossero all’improvviso sparite. La demagogia dell’unità, per ricevere applausi, scagliata contro altri implicitamente accusati di non volere l’unità, non produce unità. Bensì diffidenze e nuove divisioni. Nessuna persona dotata di buon senso pensa che due, tre, quattro o cinque partiti comunisti siano meglio di uno. Non fosse altro che per il banale motivo che il numero e l’attività complessiva dei militanti si riducono proporzionalmente al proliferare di sigle e di partiti. Fermo restando tutto ciò bisogna sapere che le differenze e le divisioni esistono. E che possono perfino aumentare con la demagogia e con le semplificazioni. Se, per esempio, Rifondazione dicesse una cosa banale e apparentemente di buon senso come “chi è uscito dal partito ritorni, le nostre porte sono aperte e non chiediamo nessuna autocritica” provocherebbe solo un solco più profondo con gli altri e anche nuove divisioni al proprio stesso interno. Se di unità c’è bisogno e se di unità è opportuno parlare bisogna farlo seriamente e con i piedi piantati per terra. L’unità dei comunisti è innanzitutto un tema ideologico, politico e culturale. Non un tema organizzativo per unificare due o più gruppi dirigenti. L’unità dei comunisti non è un tema sostitutivo dell’unità della sinistra anticapitalista. Ci sono due terreni precisi sui quali fondare la discussione sull’unità dei comunisti. Il primo è quello delle pratiche sociali condivise, è lo stare nelle lotte e nel radicamento sociale insieme, senza egemonismi e stupide competizioni, è quello sul quale avviare con i soggetti sociali l’elaborazione di obiettivi di lotta. Il secondo è quello dell’analisi del capitale e della formazione sociale plasmata dal capitalismo di questa fase storica. È quello della difesa della propria storia dal revisionismo imperante e, al tempo stesso, della critica della propria storia. È quello della critica di un modello organizzativo e di una concezione del partito verticistico, intriso di predominio maschile e di istituzionalismo. Senza che questa critica dia luogo a sette o, peggio ancora, a leaderismi e basismi che di democratico non hanno nulla. Insomma, come si vede i problemi sono seri. E a nulla vale ignorarli unificando due o più partiti per poi tornare a dividersi, in modo lacerante, alla prima occasione nella quale i problemi che si credevano superati si ripresentano violentemente. Comunque non è questa la sede per approfondire questo tema. Penso che il prossimo congresso del PRC debba offrire una proposta e una discussione a tutte le comuniste e a tutti i comunisti di questo paese. Una proposta e una discussione capaci di far scoprire a molti e a molte di essere comunisti. E di far scoprire a molte e a molti che si ritengono comunisti di non esserlo sul serio.
Ma questa è un’altra storia…
ramon mantovani&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://ramonmantovani.wordpress.com/2010/11/24/un-buon-congresso/&quot;&gt;Blog Ramon Mantovani&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Ramon MANTOVANI: Afghanistan: una proposta contro l’imbroglio demagogico</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/10/13/ramon-mantovani/afghanistan-una-proposta-contro-l%E2%80%99imbroglio-demagogico/558145"></link>
  <updated>2010-10-13T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>558145</id>
  <summary type="html">Noi proponiamo il ritiro unilaterale delle truppe italiane, la fine della guerra della NATO, un cessate il fuoco e un negoziato politico interno e internazionale (con il concorso del Pakistan e dell’Iran) garantiti dal presidio del territorio da parte di una forza di Caschi Blu (con l’esclusione dei paesi attualmente belligeranti). Altre “soluzioni” sono semplicemente la prosecuzione della guerra o, peggio ancora, l’ennesimo imbroglio demagogico, cinicamente giocato sulla pelle degli afghani e degli stessi soldati italiani. Il governo italiano, se avesse una propria politica estera, dovrebbe proporre in sede NATO il ritiro e l’apertura di una nuova fase gestita dall’ONU, dai paesi dell’area e dai belligeranti afghani. Ma una simile proposta, per quanto sia l’unica pragmatica e realistica, si scontrerebbe con la vera natura della guerra e con i suoi veri obiettivi (che non sono cambiati solo perché dall’unilaterale “Enduring Freedom” siamo passati al “multilateralismo occidentale” della NATO), e contro gli interessi dell’industria bellica USA. Quindi il governo italiano dovrebbe ritirare unilateralmente le proprie truppe, seguendo l’esempio olandese, proprio per esercitare l’unica pressione seria e possibile in sede NATO e verso gli USA, al fine di mettere fine ad una guerra che mai potrà essere vinta sul piano militare. L’opposizione (parlamentare), se avesse una propria politica estera diversa da quella degli USA e quindi diversa da quella del governo Berlusconi, presenterebbe immediatamente una mozione in parlamento per il ritiro unilaterale, sia per mettersi in sintonia con l’opinione pubblica sia per sfruttare le evidenti contraddizioni fra Lega e PDL. Ma non lo farà. Continuerà a vagheggiare “ridiscussioni della missione”, non meglio precisate “exit strategy” senza proporre nulla di concreto e così via. Finirà inevitabilmente con il discutere, anche dividendosi, delle false piste proposte dal governo (come quella di La Russa sulle bombe), utili solo a rappresentare, nella politica spettacolo, come unica dialettica possibile quella interna ai favorevoli alla guerra, e a far apparire come estremistica, irrealistica e velleitaria qualsiasi idea o proposta che sia contraria alla guerra come soluzione del problema afghano. Noi abbiamo mille ragioni per essere contro questa guerra. Sono politiche ed anche etiche. La principale delle quali è quella per cui siamo contro la costruzione di un nuovo ordine mondiale, conseguente alla globalizzazione capitalistica, nel quale i paesi “occidentali” dominano e “governano” il mondo sconvolto dalla crisi, attraverso la “guerra permanente” e la riduzione dell’ONU ad “ente inutile”. Perciò siamo contro la NATO e contro il governo USA. Perciò pensiamo che su questo punto corra un confine fra ciò che è di sinistra e ciò che è di destra.
Il resto sono chiacchiere e pagliacciate buone solo per i talk show.
ramon mantovani
Pubblicato su Liberazione il 12 ottobre 2010&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://ramonmantovani.wordpress.com/2010/10/13/afghanistan-una-proposta-contro-limbroglio-demagogico/&quot;&gt;Blog Ramon Mantovani&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Uscito il n.9 de “La Scossa”, periodico del Gruppo Consiliare della Lista Comunista. </title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/10/10/giocondo-talamonti/uscito-il-n-9-de-%E2%80%9Cla-scossa%E2%80%9D-periodico-del-gruppo-consiliare-della-lista-comunista/546711"></link>
  <updated>2010-10-10T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>546711</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt; &lt;br /&gt;
Arriva la scossa… E’ uscito il n.9 de “La Scossa”, periodico del Gruppo Consiliare della Lista Comunista. In esso sono riportate le notizie riguardanti la sicurezza sul lavoro, quale chimica a Terni? E’ facile governare un popolo di ignoranti  e le immancabili chicche del maestro sommo e le molliche di Effe Elle. La “scossa” può essere ricevuta, gratuitamente, per e-mail facendone richiesta(giocondo.talamonti@email.it). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Giocondo Talamonti
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/10/uscito-il-n9-de-la-scossa-periodico-del.html&quot;&gt;Il Blog di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Comune di Terni - Risposta a Giampiero Amici (Capogruppo PD)</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/09/16/giocondo-talamonti/comune-di-terni-risposta-a-giampiero-amici-capogruppo-pd/546701"></link>
  <updated>2010-09-16T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>546701</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Spiace dover rimarcare il comportamento del capogruppo del Pd che, per nascondere le difficoltà del suo gruppo, si scaglia contro alleati i quali, sempre e in ogni occasione, sono stati e sono presenti non facendo mai mancare il numero legale e sostenendo con lealtà la Giunta. Essi, con l’esprimere le proprie opinioni su fattori importanti come il sociale, la scuola e l’occupazione, danno in ogni atto un contributo per il bene comune (maggioranza e collettività). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
L’attenzione del capogruppo dovrebbe essere rivolta alla maggioranza nel suo complesso e dovrebbe ricordarsi che le scelte vanno sempre condivise e partecipate, mai imposte. Chiedo, come già chiesto in riunione di maggioranza, un incontro per un chiarimento sui rapporti e sui comportamenti perché siano improntati ad un autentico  spirito costruttivo e rispettoso di ogni forza politica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il “rosso” è sempre più acceso sui problemi che riguardano le persone meno abbienti e su coloro che non arrivano alla fine del mese. Sul sociale il cambiamento non ci spaventa ma non condividiamo il metodo. Oggi, grazie anche a noi non si parla più di tagli indifferenziati, ma di una proposta complessiva da portare avanti con il contributo dell’intera maggioranza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Terni, 16 settembre 2010&lt;br /&gt;
Per il Gruppo RC/CI&lt;br /&gt;
Giocondo Talamonti
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/10/comune-di-terni-risposta-giampiero.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Rosy BINDI: «Il progetto del Nuovo Ulivo non prevede né Ferrero né Diliberto».  - INTERVISTA</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/09/13/rosy-bindi/%C2%ABil-progetto-del-nuovo-ulivo-non-prevede-n%C3%A9-ferrero-n%C3%A9-diliberto%C2%BB-intervista/505965"></link>
  <updated>2010-09-13T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>505965</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) - Vicepres. Camera  &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Il presidente dell'Assemblea nazionale del Pd, intervistata dal Riformista, risponde alle osservazioni che Sergio Chiamparino e Nichi Vendola hanno rivolto all'idea neo-ulivista che sta a cuore alla maggioranza del partito.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt;«Assomiglia troppo all'Unione», dice Chiamparino.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
A questo punto dobbiamo dare delle risposte. Non solo a chi tira fuori queste falsità, a chi disegna la nostra caricatura al solo scopo di marcare le proprie distinzioni. L'idea dell'Ulivo evoca una stagione in cui non solo mobilitammo quei milioni di elettori che ci consentirono di andare al governo. Ricordo a tutti che, all'epoca del primo Prodi, centinaia di migliaia di cittadini si costituirono in comitati per lavorare a quell'impresa. Fu una stagione politica innovativa, altro che Unione.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;E l'idea di allearsi con Diliberto e Ferrero?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Non esiste l'ipotesi di averli al nostro fianco per la costruzione di un'alleanza di governo. Ma allo stesso tempo, vorrei ricordarlo sia a Vendola che a Chiamparino, il bipolarismo impone non solo la costruzione di un'alleanza omogenea e il più larga possibile. C'è di più: dobbiamo fare in modo che tutti quelli che stanno nella nostra metà del campo siano utili e non nocivi per la vittoria.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Detto in soldoni, quali partiti immagina all'interno del Nuovo Ulivo?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Sicuramente il Pd, l'Italia dei valori, Sinistra e libertà, quindi Verdi e Socialisti. Come vede, nell'elenco, non ho inserito Rifondazione Comunista. Però dobbiamo stare attenti: alle elezioni si gioca per vincere, per cui non possiamo trascurare le tattiche elettorali. Guardi le ultime regionali, In Piemonte, dove abbiamo fatto gli schizzinosi, abbiamo perso. In Liguria, dove siamo riusciti a neutralizzare Grillo senza esserci alleati con lui, ce l'abbiamo fatta.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Nel frattempo Chiamparino ha smentito il ticket. E Vendola, intervistato dal Mattino, ha paragonato il Nuovo Ulivo a un patto tra mediocri.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Sulle promesse di Chiamparino staremo a vedere. Quello di Vendola, invece, è un insulto. Nichi ci ha chiesto le primarie e noi gli abbiamo detto che le facciamo. Ora però lui non può annunciare la sua discesa in campo e poi non avere rispetto per quello che propongono gli alleati. Non vorrei che dietro la richiesta di primarie, arrivata nel momento in cui c'è ancora un governo in carica, si nasconda la volontà di dettare l'agenda al Pd per cambiare il volto del centrosinistra.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Dica la verità, onorevole. Lei non ha mai pensato di candidarsi per la premiership alle prossime primarie?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Leggo che Chiamparino vuole il cambio della norma dello statuto secondo cui il segretario è il candidato premier del Pd. Ma Bersani si candida a prescindere da quella norma. E io lo sosterrò perché, più di altri, ha il profilo dell'uomo di governo. Se poi Pier Luigi non dovesse scendere in campo, cosa che io non mi auguro, dovrebbe riformulare la domanda.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Dentro il Pd c'è chi pensa che, dietro le polemiche sulla contestazione a Bonanni, ci sia la volontà di mettere in un angolo il partito. Lei è d'accordo?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Anche il Pd è stato vittima di questa intimidazione.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;«Aggressione costruita a tavolino», ha detto ieri il leader della Cisl.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Ripeto: il prezzo di quanto è accaduto alla nostra festa lo stiamo pagando anche noi. Per quanto mi riguarda, e mi riferisco alle accuse della maggioranza, non accetto lezioni che arrivano da coloro che stavano preparando la contestazione a Mirabello ai danni di Fini. Né va dimenticato che le forze politiche fondative del Pd sono quelle che hanno pagato i prezzi più alti negli anni in cui si faceva ricorso alla violenza politica e al terrorismo.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Le sue previsioni sulla durata del governo?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Non ci sarà il voto in autunno, ormai. Al contrario, ci sarà un governo autunnale. In ogni caso la maggioranza non c'è più. Per questo dobbiamo stare comunque pronti. Cercando di costruire l'alternativa e facendo un'opposizione molto forte. Naturalmente noi, che siamo rispettosi delle prerogative del Presidente della Repubblica, non possiamo immaginare scenari alternativi. La parola a un certo punto passerà al Quirinale.

&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Lo spettro di un governo Tremonti è ancora all'orizzonte?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Se voglio e possono, che facciano pure.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Anche dentro il suo partito c'è chi potrebbe...&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Su questo il partito non ha ancora stabilito una linea ufficiale perché, ovviamente, non ce n'è alcun bisogno. Fatta questa premessa, io rimango contraria all'ipotesi di dare il sostegno a qualsiasi esecutivo guidato dal ministro dell'Economia.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/257787/&quot;&gt;Il Riformista - Tommaso Labate &lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Ramon MANTOVANI: Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (2)</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/09/05/ramon-mantovani/perch%C3%A8-dovremmo-dividerci-fra-settari-e-governisti-ovvero-una-lunga-dissertazione-sul-senso-delle-parole-e-delle-azioni-2/558149"></link>
  <updated>2010-09-05T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>558149</id>
  <summary type="html">Seconda fase parte prima.
La fase neoliberista del capitalismo è stata ed è un enorme processo di ristrutturazione economico-finanziario, una fortissima concentrazione e contemporaneamente un’esponenziale crescita di società multinazionali, una violenta distruzione delle regole e dei vincoli che erano stati imposti nella fase keinesiana, un durissimo attacco al movimento operaio e a qualsiasi SINISTRA reale.
Abbiamo già detto precedentemente come la fase keinesiana avesse minato, in tutto l’occidente, il motore dello sviluppo capitalistico. E avesse posto alcune delle condizioni fondamentali per rendere politica (e non solo teorica) la possibilità del superamento del capitalismo in occidente.
Già alla fine degli anni 60 tutto ciò è più che evidente.
La società è organizzata e funziona intorno alla produzione materiali di beni, merci e servizi. La finanza (che è consustanziale al capitalismo) serve agli investimenti del capitalismo principalmente dedito alla produzione di merci. Il mercato interno di ogni paese è il motore principale dello sviluppo, e con esso il prezzo del lavoro (salario e stipendi) sale per garantire la realizzazione del profitto attraverso la vendita delle merci. I paesi esportatori, essendo il commercio internazionale un sistema a somma zero (se c’è chi vende ci deve essere chi compra e le bilance commerciali alla fine devono pareggiarsi, pena una grave crisi di sovrapproduzione), devono contare su una crescita, anche favorendola direttamente, dei mercati interni ai paesi importatori. Lo fanno con misure monetarie che “peggiorano” la loro capacità competitiva rispetto ai paesi meno sviluppati per favorirne lo sviluppo e la crescita del mercato interno. Viceversa questi ultimi fanno l’esatto opposto, svalutano le proprie monete per ridurre il deficit commerciale e garantire occupazione e mercato interno. Vengono alla luce le gravi contraddizioni del modello fordista di organizzazione e divisione del lavoro, relative alla massificazione delle società, alla alienazione, alla distruzione ambientale e perciò, il movimento operaio e la SINISTRA ne teorizzano il superamento per la creazione di un nuovo modo di produzione.
La caduta del tasso di profitto del capitale investito in produzione di merci; il commercio internazionale “regolato” e vincolato; il dominio degli USA che pagavano parte dello sviluppo garantendo a una cerchia di paesi (sostanzialmente il club dei paesi dell’OCSE) un alto tasso di sviluppo ottenendo in cambio la loro subalternità politico-militare; la esclusione dal “circolo virtuoso” dei paesi fuori dall’OCSE e le loro rivendicazioni ad uscire dall’arretratezza, che avrebbero ulteriormente regolato in senso sempre più solidale il commercio internazionale; il crescente potere di condizionamento del modello di sviluppo da parte del movimento operaio, sono tutte condizioni che a un certo punto diventano insostenibili per la logica intrinseca del capitalismo. Che è sempre la ricerca del massimo profitto. Come sono le condizioni alla base della necessità storica di superare il compromesso keinesiano in senso anticapitalista. Sia sul versante di una direzione pubblica dell’economia volta a mantenere la sviluppo dei mercati interni obbligando gli investimenti ad orientarsi secondo una logica contrapposta alla ricerca del massimo profitto, sia sul versante della ulteriore solidarizzazione del commercio internazionale, anche rimettendo in discussione le asimmetrie prodotte a Bretton Woods in favore del dominio USA.
Che succede, invece?
Prima di descrivere la possente controffensiva del capitale bisogna per forza, perché è una precondizione fondamentale, citare una nuova condizione politica. Una vera novità, che non manca di avere risvolti anche paradossali.
A un certo punto gli USA non furono più in grado di garantire la convertibilità del dollaro in oro (anche a causa del costo della guerra in Viet Nam che fu molto più lunga del previsto e che costo moltissimo). La convertibilità del dollaro in oro era il fondamento di tutto il sistema monetario e commerciale mondiale e soprattutto della sua stabilità. Nonché del potere politico degli USA che veniva esercitato negli interessi propri e del club dei paesi ricchi e sviluppati. Nel 1971 Nixon dichiarò inconvertibile il dollaro in oro. Ma a questa scelta obbligata non corrispose una perdita di potere degli USA, come sarebbe stato logico. Bensì il contrario. Non esistendo nessuna moneta di un paese in grado di pagare il prezzo di esercitare la funzione garantita fino ad allora dagli USA, in virtù di una pura preminenza politico-militare il potere di comando degli USA sull’economia mondiale si accrebbe. La scelta di non inventare, alla firma degli accordi a Bretton Woods, una moneta mondiale garantita da un accordo multilaterale (il Bancor che aveva sognato Keynes) si rivelò per gli USA strategicamente decisiva. Qualche mese dopo la dichiarata inconvertibilità del dollaro in oro vennero cancellati gli accordi di Bretton Woods e la stabilità monetaria mondiale, per quanto asimmetrica fosse stata, finì. Da quel momento in poi il sistema avrebbe funzionato non più con una base materiale, per quanto mediata dal dollaro. Bensì sulla base del semplice complesso dei cambi valutari che fluttuavano liberamente.
Questa fu la svolta storica, determinata da condizioni squisitamente politiche, che mise fine al tentativo condizionare lo sviluppo capitalistico con regole capaci di impedire crisi epocali, come quella del 29, e di garantire un certo grado, asimmetrico e squilibrato, ma comunque ispirato alla cooperazione e perfino alla solidarietà nelle relazioni commerciali internazionali.
Questa svolta, decisa al di fuori di qualsiasi discussione democratica e ignota e misteriosa per la stragrandissima maggioranza della popolazione mondiale, fu il la definitivo per la controffensiva del capitale.
Come per la sinistra non esiste politica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, per il capitalismo fu decisiva la teoria economica neoliberista. Da allora in poi i cervelli neoliberisti divennero guru, profeti indiscussi e vennero premiati con diversi premi Nobel.
Seguendo le loro indicazioni i capitalisti dei paesi esportatori e con rapporti di forza politici meno favorevoli per il movimento operaio, come gli USA e la Gran Bretagna, iniziarono ad aumentare i prezzi delle merci per annullare gli aumenti salariali che erano stati contretti ad erogare. La latente sovrapproduzione emerse con forza. Perché sebbene si riduca il costo del lavoro, insieme ad un costante aumento della produttività per ora lavorata, a favore del profitto, si deprime il mercato interno e non si vende tutto quel che si produce. La conseguente inflazione e disoccupazione provocano un ulteriore blocco degli investimenti e della crescita, chiudono il cerchio e si scopre che eliminare il “circolo virtuoso” può produrre un nuovo circolo vizioso non solo per gli operai ma anche per il capitale. E’ la famosa stagflazione. Vera ossessione delle imprese capitalistiche dell’epoca. Se la ricerca del massimo profitto deprime il mercato interno e produce crisi di sovrapproduzione che possono cancellare il massimo profitto la soluzione è semplicissima. Bisogna vendere le merci esportandole. Questa propensione esportatrice scatena una competizione mai vista prima e soprattutto rovescia il pur squilibrato ordine monetario che aveva sorretto la fase precedente. I paesi prevalentemente esportatori necessitano di monete sottovalutate e forti e di tassi bassi di interesse sul denaro, per favorire le esportazioni e gli investimenti. I paesi prevalentemente o addirittura quasi totalmente importatori sono costretti, per far fronte all’indebitamento della bilancia commerciale, a sopravalutare le proprie monete, rendendole così sempre più deboli. Soprattutto devono rendere le loro economie attrattive per i capitali speculativi che cominciano a circolare potentemente. Non hanno altra scelta per poter sostenere la spesa pubblica, per quanto ridotta sia rispetto a quella dei paesi esportatori.
Le monete si svalutano e si rivalutano non più per cercare di mantenere la stabilità ed evitare crisi finanziarie, ma solo per competere meglio nella giungla che è diventato il mercato mondiale. E’ cominciata l’epoca della competizione totale. La “competitività delle imprese” e dei “sistemi paese” è la legge che sovra ordina tutto. Le conseguenze sono enormi, da tutti i punti di vista.
Citiamo solo quelle salienti. Senza pretesa di descrivere ed analizzare completamente un fenomeno così grande e complesso che è conosciuto con il nome di “globalizzazione”.
Innanzitutto c’è il fatto che se il sistema per svilupparsi deve sempre più esportare, svincolandosi dal mercato interno, per competere può e anzi deve ridurre il costo del lavoro, in una spirale crescente. I bassi salari da limite dello sviluppo, come erano nella fase precedente dominata dal mercato interno, diventano condizione per lo sviluppo connesso alle esportazioni nella fase del mercato globale. Questo automaticamente deprime la forza del movimento operaio e dei lavoratori. E’ facile ricattare e far valere il ricatto dicendo una cosa semplicissima, se non competiamo falliamo e se falliamo i posti di lavoro spariscono. Insomma, dovete sacrificarvi se volete salvare il posto di lavoro.
Si innesta un meccanismo per cui i paesi esportatori impongono “nuove regole”, cioè semplicemente deregolamentano, nel commercio internazionale a favore delle proprie imprese, sia nazionali sia multinazionali. Meno regole ci sono, e meno dazi e possibilità di imporre dazi da parte dei paesi importatori, più competizione c’è. E quindi, dicono i neoliberisti, più possibilità di sviluppo per tutti. Peccato che le regole che vengono abrogate sono proprio quelle che permettono ai deboli di non competere “alla pari” con i forti. E cioè di non essere totalmente sopraffatti in poco tempo.
Il capitale, libero da molti vincoli che l’avevano limitato nella ricerca del massimo profitto, non solo si orienta ad investire nella competizione, speculando sempre più, sul mercato globale e sui singoli mercati, ma ottiene, attraverso precise decisioni politiche prese negli organismi fuori da qualsiasi controllo democratico, come il GATT (poi WTO), di estendere il mercato sul quale competere anche a comparti e settori fino ad allora completamente pubblici. Infatti i paesi più deboli sono sempre più costretti, per reggere il deficit commerciale, per non soccombere e per non cancellare totalmente la spesa pubblica che pur riducono sempre più, a svendere il patrimonio naturale come giacimenti di materie prime e biodiversità, sistemi ed imprese pubbliche di trasporti, di comunicazione ecc, e perfino il patrimonio culturale e paesaggistico. Inoltre, ma ne parlo solo da questo punto di vista perché il tema è enorme, alla fine degli anni 80 c’è in poco più di due anni (la Cina aveva già cominciato prima) l’intero Est Europeo che entra nel mercato capitalistico. E l’immensità del processo di privatizzazione e allargamento territoriale del mercato da un respiro grande al processo stesso. Conferendogli l’aura di qualcosa di definitivo e infinito presso le opinioni pubbliche del mondo.
Non c’è, infatti, solo la sconfitta del “circolo virtuoso” e della possibilità di ridurre, contenere e superare il capitalismo in occidente. E’ proprio questa sconfitta, insieme alla stagnazione e ai limiti del modello del socialismo reale (non solo e non soprattutto a causa del divorzio crescente fra il bisogno di liberazione delle popolazioni e i regimi ottusi e autoritari che le governano dall’alto) a produrre la fine del socialismo reale in un battibaleno.
I capitalisti diventano sempre più indifferenti al territorio dal quale provengono. Non nel senso di diventare privi di radici e di rapporti politici con il territorio, separandosi da qualsiasi stato nazione, come vuole una vulgata e una cattiva lettura della critica della globalizzazione. Semplicemente diventano liberi dall’obbligo di contribuire in proprio alla qualità del mercato interno accettando l’aumento del costo del lavoro e contribuendo, con forti tassazioni, alla spesa pubblica in welfare, infrastrutture e gestione politica di settori strategici dell’economia. Mentre prima dovevano venire ad accordi e compromessi con il potere politico, che era intestatario del potere di creare le condizioni per la riproduzione del capitale, ora sono loro a costringere il potere politico a favorirli in tutto e per tutto nella competizione globale e a far fronte alla spesa pubblica vendendo sui mercati le imprese pubbliche, le banche, i servizi pubblici, e a tartassare, ove necessario, la popolazione invece che le imprese. Sono ora i mercati e i capitalisti ad avere in mano completamente le leve per garantire o meno la riproduzione del potere politico. Sono loro cioè a decidere nei fatti della rielezione o meno di un governo. Tutto ciò è così vero che ben si vede nel processo di delocalizzazioni, che cominciò in Italia già negli anni 70. I governi devono “concedere” molto, producendo gravi conseguenze sociali, affinché le imprese rimangano sul territorio e non precipitino il paese nella disoccupazione di massa, ma le imprese se ne fregano delle conseguenze sociali delle loro delocalizzazioni e le fanno lo stesso, e i governi per attrarre nuovi investimenti devono produrre condizioni sempre più vantaggiose per il capitale. Per esempio i bassi salari non bastano più, bisogna precarizzare e svalorizzare sempre più il lavoro umano. E costruire infrastrutture risparmiando sulle spese sociali. E così via all’infinito. Anche se tutto ha un limite, speriamo. Non abbiamo più (USA a parte) governi mediatori di interessi e nemmeno alti “comitati d’affari” delle borghesie nazionali che dovevano farsi carico dei problemi del paese, nel bene e nel male. Abbiamo governi “maggiordomi” o “camerieri” o “servi” con funzione di “guardie”, al totale servizio delle imprese nazionali, delle multinazionali e dei loro interessi più immediati. Governi che devono obbedire velocemente.
Ma il tratto ancor più dirompente della nuova fase neoliberista è la finanziarizzazione. Il capitale impiegato nella produzione di merci, come abbiamo già detto, nella fase del “circolo virtuoso” realizzava tassi di profitto troppo bassi. Molte imprese avevano già in quella fase propri settori finanziari che avevano iniziato a svincolarsi dalla mera attività industriale e a indirizzare il capitale in operazioni più redditizie come la rendita fondiaria moderna, investimenti speculativi in borsa e perfino in titoli di stato. Dopo la fine di Bretton Woods, inizia la deregolamentazione delle transazioni finanziarie, visto che la competizione sui mercati internazionali lo richiede imperativamente. Del resto con la libera fluttuazione dei cambi valutari si creano le condizioni per speculare ogni giorno (ogni ora con le nuove tecnologie veloci e praticamente gratuite) con sempre più ingenti masse di capitale scommettendo sulle variazioni di cambio di qualsiasi moneta. E si cancellano nel tempo, negli USA e poi dovunque, tutti i vincoli introdotti dopo il 29 per il settore bancario, come la rigida separazione delle banche di credito che prestavano soldi alle imprese e ai cittadini dalle finanziarie che operavano con investimenti speculativi in borsa. All’inizio del processo le principali finanziarie speculative del mondo erano statunitensi. Ne nasceranno dovunque. E alle scommesse si aggiungono le scommesse sulle scommesse. E così via. Facendo crescere a dismisura il capitale finanziario totalmente separato dalla produzione. Sembra che si possano fare soldi con i soldi. E che grandi e piccoli investitori (in Italia li hanno sempre chiamati risparmiatori, ma in realtà al momento dell’investimento diventano esattamente l’opposto di risparmiatori) possono arricchirsi in breve tempo. Il destino delle nazioni, e della grande maggioranza degli individui (anche quelli che non investono un bel niente) non dipende più dallo sviluppo produttivo, dalla soddisfazione, attraverso il consumo, di bisogni elementari e maturi di società sempre più complesse. Dipende sempre più dagli andamenti dei cambi valutari, dalla borsa, dalla rendita finanziaria. Si diffonde l’illusione che si possa consumare di più di quello che ci si potrebbe permettere attraverso il lavoro. Facendo, appunto, soldi con i soldi. Siccome una parte del capitale speculativo si dedica anche a comprare e vendere imprese, nel processo di concentrazione derivante dalla competizione globale, e a scommettere in borsa sulla capacità di competizione delle imprese, anche queste ultime vedono spesso i propri destini dipendere dalle scommesse che si fanno o non si fanno su di loro e, nel processo di concentrazione e internazionalizzazione delle imprese, l’acquisizione e la vendita di fabbriche e perfino di interi settori produttivi di grandi multinazionali si fanno più secondo la logica degli appetiti speculativi che secondo quella di piani industriali veri e propri.
Tutto questo è alla base della crisi odierna. Perché far soldi con i soldi nel lungo periodo è impossibile. Si può scommettere sulle scommesse a lungo. E indebitarsi molto al di sopra delle proprie possibilità, creando così una crescita completamente virtuale. Ma alla fine se si fanno soldi, da qualche altra parte nel mondo per quanto lontano esso sia o non si veda, ci deve pur essere qualcuno che crea, con il lavoro, il valore sul quale si fonda quello dei soldi. Il giorno che si scopre che quel valore non è stato creato o, come è successo pochi mesi fa, non è scambiabile trasformando il valore della merce in danaro, perché l’acquirente che si è impegnato a comprarlo non è in grado di pagarlo, tutti i titoli di quelli che hanno scommesso sulle scommesse di quelli che hanno investito su una previsione sbagliata perdono di valore. E il sistema crolla. Si può salvarlo per un periodo, semplicemente immettendo nel circuito, e dandoli proprio ai responsabili del disastro, soldi garantiti e non virtuali, da parte degli stati. Con buona pace dei mille liberisti che lo sollecitano contraddicendo ogni loro principio. Distogliendo quei soldi, invece, proprio dalle altre cose su cui andrebbero impiegati. Si tenta, cioè, di rimettere con i piedi per terra lo stesso identico castello speculativo che è caduto rovinosamente. Sapendo che si potrà reggere in piedi sempre per un minor tempo, però. Perché il libero mercato e la libera finanza se non vengono impediti con regole e vincoli, ed anche con la coercizione, vanno alla bolla speculativa come una falena alla luce di notte. Con una sempre maggior velocità.
In Europa, proprio nella culla del “circolo virtuoso”, questo processo neoliberista si sviluppa in modo contradditorio. Un modello economico e sociale che ha accompagnato la ricostruzione dopo la guerra e che ha garantito sviluppo e crescita generale per tutti (nonostante gli enormi problemi e squilibri) non si cancella dalla sera alla mattina. Cominciano a crescere le tendenze di fondo neoliberiste, a partire dalla Gran Bretagna che non a caso all’inizio degli anni 80 sarà la prima ad applicare durissimamente le dottrine neoliberiste, ma esse convivono con gli istituti del welfare, con una forte presenza della stato in economia, ed anche con politiche monetarie comunitarie ancora parzialmente ispirate dallo spirito di Bretton Woods. Per esempio, mentre nel mondo le monete fluttuavano liberamente in Europa viene creato il Serpente Monetario Europeo, che nel 78 diventerà Sistema Monetario Europeo (SME), dal quale la Gran Bretagna rimarrà fuori. Sostanzialmente, non senza problemi, dentro il Mercato Comune i paesi con alta produttività ed esportatori si assumevano il costo, operando sul mercato valutario, di impedire che la bilancia commerciale si squilibrasse eccessivamente con i paesi a bassa produttività ed importatori. Perché alla lunga avrebbe limitato le esportazioni e la stessa crescita dei paesi più forti. Ma, nel corso, del tempo, come era del resto successo con il sistema di Bretton Woods, gli squilibri permisero alla Germania di dominarlo, utilizzandolo sempre più unilateralmente e, data la sua propensione sempre più esportatrice, iniziò fin da subito ad applicare, soprattutto con la sua Banca Centrale, una politica economica neoliberista. Vale la pena di soffermarsi, anche se brevissimamente e aprendo una parentesi, su un fatto praticamente sconosciuto ai molti che parlano a vanvera della Linke e dell’esperienza tedesca. L’unico tentativo di invertire la rotta neoliberista tracciata dalla Banca Centrale Tedesca fu messo in atto nel 98 dal Ministro delle Finanze Oskar Lafontaine, quando insieme al governo francese tentò di avviare una “dialogo macroeconomico” europeo per cambiare gli assi fondamentali delle politiche economiche e monetarie europee, ormai ultraneoliberiste. La Banca Centrale e la Confidustria tedesca lo sconfissero, con l’attivo contributo di gran parte del suo partito a cominciare dal primo ministro Schroder, e dei Verdi. Perciò si dimise dal governo a dalla Presidenza (che equivale alla carica di segretario generale per i partiti italiani) della SPD.
La traiettoria neoliberista seguita nella costruzione europea nel corso di tre decenni richiederebbe una lunghissima trattazione. Non è possibile farla qui. E comunque è stata oggetto di grandi discussioni in occasione della creazione dell’Euro e del tentato varo del Progetto di Costituzione, bocciato nel referendum francese e reiterato come Trattato di Lisbona. Dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi persona di SINISTRA. Dovrebbe.
Mi limito a ricordare che dal tentativo di salvaguardare lo “spirito cooperativo” per la stabilità monetaria, che abbiamo lungamente descritto, e di temperare, correggendoli, gli squilibri che in Europa produceva il mercato e la sua logica spontanea, si passa esattamente al contrario. Sul piano mondiale l’Europa diventa, anche in concorrenza “controllata” con gli USA una delle punte di diamante dell’offensiva neoliberista. Infatti adotta una linea, più per responsabilità della Commissione che dei singoli governi, aggressiva e ultraneoliberista verso i paesi del terzo mondo. Apre i mercati finanziari a qualsiasi speculazione e transazione senza alcun controllo. Sul piano interno adotta politiche ispirate da un puro dogmatismo neoliberista, con trattati (Maastricht) che palesemente implementano unicamente la finanziarizzazione, gli interessi dei paesi e delle regioni forti e, naturalmente delle grandi multinazionali, a scapito dei paesi e delle zone deboli. A queste ultime vengono imposti tagli draconiani alla spesa sociale e provvedimenti che trasformano i loro territori in terra di conquista della speculuzione immobiliare e finanziaria.
L’ultimo tema sul quale vorrei soffermarmi, nella descrizione parziale e sommaria della restaurazione neoliberista è quello della guerra.
Come abbiamo detto esiste un legame fra le politiche neoliberiste che negli anni 70 e 80 si affermano, e il crollo dell’Unione Sovietica, del COMECON e del Patto di Varsavia. E’ un punto che andrebbe approfondito. Non è nelle mie capacità farlo. Ma certamente, nel pieno della restaurazione neoliberista che investe l’occidente e di conseguenza tutto il mondo, la fine del socialismo e di economie e sistemi sociali che, per quanto piene di problemi, erano fuori dal mercato capitalistico e dal sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, pone al sistema geopolitico enormi problemi.
In estrema sintesi, gli USA, che come abbiamo visto, hanno mantenuto la loro egemonia politico-militare nel corso dei tre decenni precedenti, scelgono ed impongono a tutti dopo l’89, prima con Bush padre e poi soprattutto con la presidenza democratica Clinton, una linea che si prefigge obiettivi ben precisi. Impedire che l’ONU (altro attore che Keynes e i paesi socialisti avevano sperato diventasse decisivo) si democratizzi e soprattutto, venuta meno la guerra fredda, diventi protagonista, come del resto vorrebbe il suo Statuto, soggetto promotore di pace e di soluzione politica delle controversie internazionali. Impedire che l’ONU e le sue agenzie, come quella sul commercio e lo sviluppo, sulla sanità ecc. possano agire per disturbare gli interessi del capitalismo finanziarizzato. Lo fanno, ottenendo fortissima collaborazione da parte dell’Europa, sia trasformando gli incontri informali del G7, poi G8, in un vero direttorio che sovrasta lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che indica la strada sulla quale tutti devono marciare dal punto di vista economico, politico e militare. Lo fanno trasformando la NATO, che a stretto rigor di logica non avrebbe più motivo di esistere, nel gendarme del mondo che, come succede per la guerra contro la Repubblica Federale Yugoslava, può intervenire militarmente fuori dei propri confini, sulla base di una decisione propria e senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia discusso di alcunché. Sanno bene i governi degli USA e quelli europei, che gli enormi squilibri che produce e produrrà il modello neoliberista nel mondo non possono che essere “governati” senza democrazia e con la coercizione militare. Del resto i teorici del neoliberismo lo teorizzano apertamente da tempo in sede accademica. Con una minima approssimazione credo si possa dire che tutte le guerre, dalla caduta del muro di Berlino in poi, hanno la caratteristica di produrre instabilità generale e in aree sensibili (balcani e medio oriente per esempio) al fine doppio di giustificare una crescente presenza militare della NATO e dei paesi ricchi e di ristrutturare le relazioni geopolitiche in modo coerente con il dominio del mercato e del sistema capitalistico.
Oggi, nel pieno della crisi, si vede ancor meglio quanto fosse importante strategicamente per gli USA, in gravi difficoltà economiche prodotte dalla incessante tendenza all’indebitamento e dalla forte esposizione alle conseguenze delle bolle speculative connaturata alla concezione dello stato debole in economia, mantenere la propria egemonia politico-militare per se stessi e per il sistema capitalistico mondiale. Le contraddizioni che emergono con forza nella crisi dovrebbero, o potrebbero, produrre la creazione di un ordine mondiale fondato sul multipolarismo (da non confondere con il multilateralismo clintoniano che è solo l’unilateralismo concordato fra i paesi ricchi). Ma lo scontro di civiltà ricercato in ogni modo, e teorizzato due decenni fa da Huntigton come sostitutivo del confronto fra est e ovest e della lotta di classe, e la reiterazione ancor più estremista dei dogmi neoliberisti e della primazia degli organismi come il FMI, dominato politicamente degli USA, unitamente al rilancio della NATO, tendono ad impedire un simile approdo o processo. Tendono, perché in America Latina è aperta la possibilità che si aggreghi un polo geopolitico dotato di un modello economico e sociale non neoliberista e dichiaratamente, in diversi paesi, anticapitalista. E’ la dimostrazione che un altro mondo è possibile. Che dalla crisi irreversibile e strutturale del sistema di può uscire a sinistra. Perciò gli USA e l’attuale governo Obama vogliono eliminare questa possibilità, non esitando ad alimentare la guerra civile in Colombia allo scopo di installare numerose basi militari e a schierare nuovamente (era stata disattivata nel 1950) la IV Flotta al largo delle coste del Venezuela.
Queste 20 pagine riassumono certamente in modo del tutto insufficiente anche i soli tratti salienti dell’enorme processo di ristrutturazione capitalistica nella fase neoliberista. Non avevo, del resto, la presunzione di poterlo fare bene. Ma sono, spero, sufficienti per passare ad analizzare alcuni processi politici e il cambio di significato delle parole che mi sta a cuore chiarire.
Già negli anni 70, all’inizio della restaurazione e della cancellazione progressiva delle esperienze di “circolo virtuoso”, nella SINISTRA italiana avvengono molte cose. Ho già detto della contraddittorietà delle scelte del PCI degli anni 70. Il PSI non ha dubbi e non fa scelte contraddittorie. Decide chiaramente di sposare gli interessi dei settori emergenti del capitalismo finanziario, dedito alla rendita fondiaria moderna. Propugna una modernizzazione del paese, che in realtà non è altro che la riforma complessiva del “sistema italia” affinché possa competere nella giungla-mondo. Lo fa, avendo mantenuto fino ad allora un insediamento e perfino una simbologia operaia, compresi i riti di un partito di SINISTRA. Un lungo saggio del nuovo segretario del PSI, Bettino Craxi uccide Marx e Lenin e rivaluta un incolpevole Proudhon (che si sarà certamente rivoltato nella tomba). Si vedrà bene, nel corso degli anni, quale fosse la vera natura del “socialismo libertario” e contrapposto al vecchiume autoritario comunista. La svolta anticomunista e libertaria del PSI non gli costa nessuna scissione politica. Anzi, una parte dei dirigenti del movimento del 68 (soprattutto di Lotta Continua) ne diventano entusiasti sostenitori. E il PSI sebbene non aumenti molto i propri consensi elettorali riesce a sostituire con nuovi sostenitori l’esodo silenzioso che investe parte della sua base storica. Soprattutto riesce a “pesare” sempre più nella politica italiana. Una vulgata vuole che la tattica di “ALLEARSI” indifferentemente col PCI o con la DC a livello locale e quella di essere partito di GOVERNO e ALLETATO ormai strategico della DC, gli abbia permesso pur con un terzo di voti rispetto al PCI di contare tre volte più di un PCI sempre più isolato ed emarginato sulla scena nazionale. Ma questa è, secondo me, solo una piccola parte della verità. La vera base della forza del PSI, della sua crescente centralità nella vita politica e del suo “peso” risiede, a dispetto della quantità di consensi, nella rappresentanza diretta di interessi emergenti nel capitalismo italiano. Perché leggere i fenomeni politici senza indagarne i nessi con il sistema economico, con la rappresentanza di interessi e con le dinamiche sociali è foriero di gravi abbagli ed errori di valutazione. Il PSI “pesa” sempre più man mano che i settori emergenti del capitalismo crescono, grazie a tutto il processo che abbiamo descritto più sopra. Negli anni 80 siamo già nel pieno del processo di delocalizzazione di grandi fabbriche nei poli industriali. La produzione di merci nella società è stata soppiantata, nella funzione di centro gravitazionale, dalla finanza e dal “terziario avanzato” che è in gran parte legato al mondo della speculazione finanziaria e della rendita fondiaria moderna. Gli operai sono percepiti come una specie in via di estinzione da una opinione pubblica ubriacata dalla novità meravigliosa secondo la quale si possono fare soldi con i soldi. Milioni di persone (ho detto milioni!), anche delle classi meno abbienti, si fermano davanti agli sportelli delle banche ad ammirare i grafici dei listini della borsa sui video, che in tempo reale dicono quanto sta guadagnando il “risparmiatore” che ha investito i suoi soldi (magari l’intera liquidazione) nella speculazione. Il settore delle assicurazioni, delle finanziarie e la trasformazione delle banche in finanziarie dedite alla speculazione, nonché quello della pubblicità, dei mass media televisivi privati e così via, e la cementificazione legata alla rendita fondiaria assorbono buona parte della disoccupazione che ha cominciato a prodursi. La società cambia devvero. Sembra che il nuovo modello modernizzante sia la soluzione di tutti i problemi. Si afferma un “senso comune” secondo il quale la modernizzazione si lascerà alle spalle il vecchio sistema industriale. I suoi difetti come l’inquinamento, i lavori faticosi e ripetitivi, la massificazione della società, la lotta e il conflitto saranno sostituiti da un sistema più moderno, efficiente, si potrà cambiare lavoro cambiando il posto migliorando le proprie condizioni salendo individualmente la gerarchia sociale e non più dovendo lottare per strappare un aumento salariale insieme ad altre migliaia di lavoratori, facilmente si può fondare una piccola impresa commerciale o edilizia giacché il settore tira, nella società si conta non per ciò che si fa bensì per ciò che si consuma sempre più individualisticamente, la solidarietà necessaria fra sfruttati è sostituita sempre più dalla competizione in tutti gli scalini della gerarchia sociale. Ormai ci sono due SINISTRE. Una rappresentata dal PCI che sembra sempre più vecchia e strategicamente perdente (anche agli occhi di una parte del suo gruppo dirigente) perché legata ad una classe che già non ha più la forza contrattuale della fase del “circolo virtuoso” e che diventerà sempre meno importante socialmente e quindi politicamente. E ce ne è un’altra moderna, dinamica, vincente. Che cresce in importanza e che, sebbene le sue dimensioni non dovrebbero permetterglielo, è in grado di contendere alla DC la direzione del sistema politico. Certo, altri piccoli partiti borghesi e parti sempre più grandi della DC si adeguano. Ma gli uni non hanno il vantaggio di coniugare una storia di SINISTRA con le più disinvolte ALLEANZE sul piano degli interessi da rappresentare e gli altri appartengono ad un partito grande, interclassista, cattolico e conservatore e quindi poco coniugabile con i nuovi paradigmi tecnocratici e con “l’edonismo reganiano” sul quale è virato velocemente il progetto ideologicamente “libertario” del PSI. Ancora una volta nella storia è una forza considerata di SINISTRA ad essere la punta di diamante di una restaurazione borghese. E’ proprio un rovesciamento totale del significato delle parole.
Le RIFORME di cui parla il PSI sono in realtà CONTRORIFORME. La SINISTRA incarnata dal PSI è socialmente e anche ideologicamente la DESTRA  del pensiero capitalistico dominante. La LIBERTA’ è solo quella individuale competitiva e quella di impresa, non una LIBERAZIONE della classe o delle masse. L’isolamento del PCI non si da solo nel quadro politico, cioè nelle relazioni fra le forze politiche e nella possibilità di ALLEARSI. E’ un processo molto più complesso che ha le sue cause nella perdita di centralità da parte del sistema produttivo e quindi della classe operaia, nella perdita di ALLEATI da parte della classe a causa del trasmigrazione di parti del mondo del lavoro nel settore legato ai settori emergenti e rapaci del capitalismo finanziario e dedito alla speculazione e alla sua galassia di piccole e micro imprese. Culturalmente il PCI ormai fatica a sviluppare “egemonia” in una società nella quale si affermano valori individualistici, competitivi  e consumistici fino all’ossessione. Anche perché penetrano nella sua stessa base sociale, fra gli operai, nei quartieri popolari e fra i suoi stessi iscritti.
Già all’inizio degli anni 80 il PCI si era trovato davanti ad un bivio. Ormai il fallimento della politica di “unità nazionale” era chiaro. L’offensiva della FIAT evidenzia due cose precise: a) la volontà del padronato di riconvertire i rapporti di forza facendo della famosa vertenza, anch’essa cominciata con licenziamenti politici come l’ultima di Melfi, il simbolo e la prova che ormai è il capitale all’offensiva e che la classe operaia deve difendersi; b) la classe è isolata, ha perso una parte dei suoi ALLEATI. La famigerata marcia dei 40mila colletti bianchi lo dimostra.
Berlinguer e formalmente, ma solo formalmente, il gruppo dirigente del PCI imboccano la strada a sinistra del bivio. Va ai cancelli della FIAT a condividere fino in fondo le sorti della lotta e della classe. Dichiara finita l’esperienza di “unità nazionale”. Propone la prospettiva dell’alternativa, in netta contrapposizione con l’alternanza già allora teorizzata da Craxi (seppur come semplice avvicendamento fra partiti laici e DC alla guida del governo). Denuncia la degenerazione del sistema politico ponendo la famosa “questione morale”. Ci sono ancora le energie per combattere. Forse ci si può difendere contrattaccando. Ma ci sono due freni che lo impediscono chiaramente dentro il PCI. E’ questo uno dei punti più dolenti da analizzare. Negli anni 70 (come ho detto a torto o a ragione) il PCI sceglie quella strada che abbiamo descritto. Ma su quella strada, essendo un corpo vivo, cambia molto di se stesso. Se la “CULTURA DI GOVERNO” è sempre più legata al “senso di responsabilità” da dimostrare per “salvare il paese”… Se la “difesa delle istituzioni democratiche” diventa difesa astratta dello “STATO” quale esso è, comprese le decisioni autoritarie più inaccettabili sul piano repressivo… Se bisogna mantenere ed estendere i governi locali comunque, indipendentemente da ciò che si può fare di buono, date le nuove condizioni che man mano il superamento del “circolo virtuoso” producono (come succede nella prima giunta di sinistra di Milano del 75 quando il PCI cambia due assessori che fanno una politica invisa a Berlusconi e Ligresti per sostituirli con altri due che finiranno nelle inchieste sulla corruzione e del sacco di Milano)… Insomma se succedono tutte queste cose e decine di migliaia di quadri politici immersi nelle istituzioni si immaginano come classe dirigente e in procinto di cimentarsi con la prova di GOVERNO, proprio nel momento in cui comincia la controffensiva capitalistica, non è difficile capire che cresca l’idea POLITICISTA per cui, senza sentirsi di tradire alcunché, molti pensano che tutto dipenda dalla POLITICA UFFICIALE, dai voti elettorali e dalla capacità di fare ALLEANZE per governare nelle istituzioni. Infatti, all’epoca, nella discussione si parla apertamente del “partito degli amministratori” come della vera anima del PCI.
Queste cose sono freni che agiscono dentro la svolta a SINISTRA del PCI dei primi anni 80. Con silenzi significativi, non applicando e sostenendo le decisioni che si votano, dissentendo sempre più apertamente su riviste di corrente (come “il Moderno”, dei miglioristi lombardi). Berlinguer, che nessuno contesta come segretario, ha una maggioranza reale nel gruppo dirigente ben più risicata di quanto appaia. Forse non l’ha nemmeno più.
Il PSI, dal canto suo, incrementa la svolta a destra. Il pentapartito è ormai l’espressione delle forze laiche totalmente identificate con il nuovo corso dell’economia e delle correnti democristiane che le seguono sullo stesso terreno. E’ una curiosa ALLEANZA strategica, molto competitiva all’interno e instabile circa la leadership della stessa, giacché la DC è riluttante a cederla a chicchessia. Ma questa competitività interna al pentapartito e gli scontri che ne derivano, nel nuovo contesto e data la reale aderenza di tutti al neoliberismo, monopolizzano la politica. È l’anticipazione, nel sistema proporzionale, di una dialettica politica anche molto aspra che però avviene sulla base di scontri personalizzati senza che nessun cardine della politica economica e sociale venga messo in discussione. Addirittura, apparendo le politiche neoliberiste come egemoni ed indiscutibili, per molti versi questa dialettica tende a sussumere perfino quella che dovrebbe esserci fra maggioranza ed opposizione. Il gioco politico si consumava ed esauriva li dentro. Craxi ne era cosciente. Molti a SINISTRA pensavano e dicevano: “speriamo che Craxi sconfigga la DC.” “Meglio Craxi che De Mita.” Tutto ciò oscurava la vera natura restauratrice del progetto craxiano. Se invece che analizzare i contenuti della politica praticata si giudicavano le forze secondo concetti e parole ormai dal significato cangiante era facile scambiare il PSI come la SINISTRA DI GOVERNO possibile. Del resto il PSI comincia a teorizzare il superamento della prima repubblica, è sempre più incline al Presidenzialismo, e decide di forzare la situazione con una spallata. La cancellazione dei 4 punti di scala mobile (pochissime migliaia di lire sulla busta paga) sancisce la sconfitta del movimento operaio, ne distrugge la forza contrattuale visto che da quel momento dovrà lottare non più per incrementare il salario bensì per difenderlo, chiarisce che il lavoro è una merce il cui prezzo è legato esclusivamente alla produttività e al profitto e non può in nessun caso essere considerato una “variabile indipendente” da questi fattori. Determina, infine, che nella competizione che comporta svalutazione della lira ed inflazione sul mercato interno a pagare il prezzo più alto dovranno essere i lavoratori. Ovviamente la discussione, da parte dei sostenitori del provvedimento, è inquinata dalla presunta “oggettività” e necessità dello stesso, da un falso minimalismo (ma come! Tutto questo casino per poche migliaia di lire!) e soprattutto dall’accusa al PCI di fare demagogia, di aver abbandonato il “senso di responsabilità” che pure era stato così apprezzato in passato. Sono gli stessi argomenti che sempre più fortemente vengono usati nella discussione interna al PCI. Dov’è finita la politica di UNITA’ DELLA SINISTRA? Dove il “senso di responsabilità”? Dove è sparita la CULTURA DI GOVERNO? Dove ci porterà questo scontro frontale con i socialisti? All’isolamento, senza più capacità di ALLEANZE! In alcune federazioni i gruppi dirigenti locali, invece che organizzare e promuovere i Comitati per il SI al referendum che sarà poi promosso dal PCI, raccoglievano firme di iscritti e personalità dell’area del PCI che dichiaravano il NO.
Basta leggersi il Programma di Licio Gelli per capire come da allora in poi, ogni volta che si parlerà di modernizzazione del paese, del sistema politico e delle istituzioni, ricorreranno le proposte in esso contenute. Fino ai giorni nostri. Ma non si trattava solo e nemmeno prevalentemente di un complotto, per quanto sia intrisa di manovre oscure ed inconfessabili la vicenda della P2. Il sistema italiano, il “circolo virtuoso”, il PCI come forza anticapitalista dotata di un vastissimo consenso, e soprattutto Costituzione, natura parlamentare della Repubblica, dovevano essere per forza rimossi per permettere il dispiegarsi delle politiche neoliberiste. Con qualsiasi mezzo.
Il PCI si tolse di torno da se. Già dopo la morte di Berlinguer e la sconfitta del referendum la maggioranza del gruppo dirigente fa un compromesso fortemente orientato a destra. Lo scontro con i socialisti continua, soprattutto per volontà di questi ultimi che alternano attacchi durissimi a profferte unitarie sulla base della loro egemonia, ma appare sempre più come una sorta di contrapposizione priva di contenuti che non siano la collocazione nel quadro politico. Oramai la separazione del PARTITO dalle sorti dei suoi referenti sociali è evidente nell’ansia di “GOVERNO” che un corpo politico di dirigenti nazionali e locali non nasconde più. I socialisti che per un decennio hanno attaccato, non a caso, Togliatti e chiesto al PCI una svolta ideologica cominciano ad ottenerla. Per quanto Occhetto parli di SINISTRA DIFFUSA, di COSTITUENTE di un NUOVO PARTITO DI SINISTRA, e sembri proporre svolte di SINISTRA come quella che dovrebbe farla finita con il “consociativismo” e quella “ambientalista”, in realtà si prepara solo la rimozione dei simboli e dei cardini sociali ed ideologici che avevano mantenuto sempre il PCI nell’ambito della opzione politica anticapitalista. Ma sulla fine del PCI, come sulla nascita di Rifondazione, non dirò più nulla. Sono temi che mi porterebbero fuori dalla strada che ispira queste riflessioni e comunque meritevoli di ben altri approfondimenti.
Seconda fase, parte seconda.
E’ così che si arriva alla cosiddetta SECONDA REPUBBLICA.
Dopo la caduta del Muro di Berlino il capitale trionfa. Non solo si espande in una parte del territorio del pianeta prima escluso dal mercato e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma si dimostra che non esiste alternativa al sistema. E che quindi la Storia è finita. E’ la fine delle ideologie, perché ha trionfato quella egemone nel mondo. Ci possono essere mille sfumature, ma solo nell’ambito dell’idelogia vincente, che non a caso i resistenti chiamano spregiativamente “pensiero unico”.
Il PDS non è il PCI che ha cambiato nome, separandosi dal vecchiume comunista che per giunta viene accusato di non essere certamente l’erede del meglio della tradizione del PCI, che subisce una rilettura revisionistica, fino alla tesi che in realtà il PCI non è mai stato comunista (sic!), bensì socialdemocratico. Il PDS aderisce all’Internazionale Socialista e al Partito Socialista Europeo proprio nel momento in cui diventano la punta di diamante politica dell’offensiva neoliberista in Europa e nel mondo. Sposa l’idea che è necessario “modernizzare” e rendere efficiente il sistema politico attraverso riforme elettorali maggioritarie. La Lega delle Coorperative ormai è un colosso capitalistico, che applica nelle proprie aziende relazioni sindacali perfino peggiori di quelle confindustriali, i suoi settori finanziari ed assicurativi fanno parte del vorace capitalismo speculativo, i settori edilizi partecipano al banchetto. Il sindacato decide di assumere in tutto e per tutto le compatibilità del sistema neoliberista. Non più solo contrattando difensivamente i “sacrifici necessari a salvare il paese”, che non finiscono mai, ma partecipando, con la concertazione a renderli istituzionali, permanenti e praticamente indiscutibili nella contrattazione aziendale. In dieci anni siamo passati dal taglio di “poche migliaia di lire” all’accordo secondo il quale i sindacati si impegnano a contenere le richieste di aumento salariale nell’ambito dell’inflazione programmata, e cioè molto al di sotto della inflazione reale. Non si può nemmeno più lottare per conservare il potere d’acquisto del salario. In seguito accetteranno la riforma pensionistica e la conseguente istituzione dei fondi pensione, che nel mondo stanno diventando una leva immensa della speculazione finanziaria. La competizione esasperata ha prodotto un maggior disequilibrio fra i diversi paesi europei, e l’ingresso dei nuovi paesi è voluto, si dice per motivi politici, ma “permesso” solo se questi ultimi prima di entrare si ristrutturano trasformandosi in terra di conquista per le multinazionali, ma anche per le piccole imprese italiane, e soprattutto per il capitale finanziario e speculativo. All’interno dei singoli paesi cresce lo squilibrio fra zone che competono e zone che non reggono la competizione. Essendo i mercati liberi la funzione di mediazione e di riequilibrio dello stato si riduce fortissimamente. Per questo, e solo per questo, diventano tutti federalisti. PDS in testa. Tutta la retorica dell’autogoverno locale, dei rappresentanti più vicini ai cittadini, della democrazia moderna ed efficiente, riposa su una idea di riforma dello stato che deve accompagnare e implementare l’uccisione di quel che resta del “circolo virtuoso” per permettere ai “sistemi impresa” locali delle zone ricche di competere con le zone ricche in Europa e nel mondo, e alle zone deboli di competere con le zone deboli, mettendo a disposizione del mercato tutto al fine di attrarre investimenti. Povero Altiero Spinelli!
Ma nel sistema politico italiano il PDS è considerato di SINISTRA. Qualcuno mi vuol dire cosa c’entra quello che il PDS ha teorizzato e fatto negli anni 90 con la SINISTRA, sempre che la SINISTRA sia quella di cui abbiamo parlato nel corso di questo scritto?
Io, come si vede, non parlo nemmeno del fenomeno della destra italiana e della ristrutturazione del sistema politico nel periodo di tangentopoli. Sarebbe necessario, per la completezza del ragionamento, ma la trattazione sarebbe così lunga che non finirei più. E comunque sono abbastanza scontati perché molto discussi e trattati. Mi sta a cuore approfondire alcuni elementi che secondo me sono quasi totalmente sottovalutati o volutamente omessi dalla discussione attuale.
Il PDS compete con la destra? Si, certamente. Ma non per migliorare le condizioni di vita degli operai, degli impiegati, dei pensionati, degli studenti e così via. O meglio, dice di volerlo fare. Come del resto lo dice la destra. O forse che Berlusconi che promette posti di lavoro e la Lega che promette che cacciando gli immigrati ci saranno risorse per gli italiani, non lo fanno? Ma il PDS attacca la destra accusandola di fare demagogia. Dice esplicitamente che è il tempo dei sacrifici, dei tagli di bilancio per ridurre il debito pubblico e per stare negli accordi di Maastricht. Dice che il sindacato deve “concertare” e non configgere. Dice che per competere bisogna rendere “flessibile” il mercato del lavoro. Dice che bisogna privatizzare tutto. Dice che bisogna aumentare la spesa militare e partecipare alle missioni militari (cioè alle guerre) per continuare ad essere un paese “importante”. Dice che bisogna “modernizzare” la Costituzione. La GOVERNABILITA’ diventa il tutto! E dice che senza fare queste cose, ed altre che ometto per brevità, non è possibile ricreare le condizioni affinché dello “sviluppo” tornino ad avere qualche vantaggio anche le masse popolari. E’ la politica dei due tempi. Ma il secondo tempo non viene mai, e non può venire per il semplice motivo che il primo tempo distrugge sempre più i presupposti del secondo.
Torno a chiedere: è di SINISTRA tutto questo? Sfido chiunque a dirmi e dimostrarmi che ho esagerato.
E’ ispirato dal SETTARISMO descrivere così questa realtà, in sede analitica? Io penso di no. Però penso che sia SETTARIA l’idea che basti dire che il PDS non era di SINISTRA, dando vita ad una disputa nominalistica, per fare e possibilmente vincere una battaglia politico-culturale. Tuttavia senza avere chiaro in testa cosa sia veramente di SINISTRA e cosa no è facile fare un errore madornale. Pensare, cioè, che la politica delle ALLEANZE nella sfera della politica unifichi nella società un blocco sociale che accumulando forze diventi in grado di produrre nuove conquiste e di cambiare, anche solo minimamente, la realtà.
E’ il grande equivoco degli anni 90. Noi decidemmo, giustamente, di stare ai contenuti e di non diventare SETTARI, per non cadere nell’illusione che la denuncia delle contraddizioni e l’accusa al PDS di non essere di sinistra potesse risolverci il problema. I nostri referenti sociali erano piegati, sconfitti, le loro condizioni di vita erano peggiorate e continuavano a peggiorare, le loro organizzazioni sociali, come il sindacato, stavano sempre più fra quelli che gli predicavano sacrifici e che giustificavano sconfitte, nel mondo trionfava il capitalismo, il senso comune era ormai degenerato in individualismo, razzismo, xenofobia. Bisognava parlare di contenuti, di lotte. E bisognava farlo sapendo di non essere un partito di massa. Né per la quantità degli iscritti e dei voti né, tanto meno, per i legami diretti con la classe, con la società, sempre più isolata e indebolita l’una e sempre più disarticolata e atomizzata l’altra. Alcuni credevano che bastasse alzare una bandiera, perché pensavano che l’isolamento della classe e l’egemonia della destra nella società fosse soprattutto il prodotto di un fatto politico: la scomparsa del PCI. Mentre, come abbiamo visto, era vero esattamente l’opposto. Era il PCI ad essere stato cancellato per effetto della controffensiva del capitale che gli aveva tagliato le gambe nella società e che aveva messo di fronte ad un secondo bivio il suo gruppo dirigente. O resistiamo e ci scordiamo per un lungo periodo il GOVERNO e la nostra ascesa a “classe dirigente” o ci adeguiamo, separiamo il nostro destino da quello della classe e diventiamo una opzione realisticamente in grado di GOVERNARE il sistema dato, come esso è, circoscrivendo la nostra alternatività alla destra sui metodi di gestione del sistema, sui tempi e anche sullo “stile” di GOVERNO, ma non sulla sostanza. E’ abbastanza difficile pensare che se il gruppo dirigente del PCI avesse, diciamo così, tenuto duro e continuato a sviluppare una politica anticapitalista, avrebbe avuto davanti una strada in discesa. Molto sarebbe cambiato, certo. Ma non l’essenziale. Perché nelle condizioni internazionali e con la fine del socialismo reale, con la ristrutturazione capitalistica e la competizione totale, si sarebbe aperta una fase difensiva. E quando ci si difende, magari per decenni, in condizioni sempre più difficili, si finisce con l’indebolirsi. E alla fine si diventa sempre più isolati e percepiti come inutili al fine di migliorare le condizioni di vita della gente in carne ed ossa. Nella storia bisogna sapere quando si può avanzare e quando si deve resistere. Se si pensa di avanzare senza aver prima resistito, o se si pensa di avanzare invece che resistere quando resistere è imprescindibile, è matematico che ci si trova dall’altra parte della barricata. Parimenti, quando stai in una trincea a difenderti e vedi disertare una buona parte dello stato maggiore e della truppa, per quanto tu gli gridi “traditori” e loro ti rispondano dall’altra trincea “vieni anche tu che così non ha perso nessuno” tu sei più debole e quelli che vuoi difendere dietro di te, per quanto ti dicano “meno male che ci sei” o “almeno tu sei coerente” e pensino che tu sei uno di loro percepiscono che perderai. Con onore, ma perderai. E questo, in politica, è esiziale.
Ciò che devi fare è resistere, si. Combattere, si. Ma devi avere una strategia per uscire dalla resistenza sempre più passiva, per contrattaccare e possibilmente per vincere qualche battaglia. Al fine di tornare ad accumulare forze.
Magari devi passare alla guerra di movimento. Alla guerriglia. Fuor di metafora, se sei un partito di massa, con profonde radici nella classe e legami sociali, e se combatti su un terreno favorevole come il “circolo virtuoso” a tua volta instauri un “circolo virtuoso”. Conquisti parti importanti per un blocco sociale alternativo e sei in grado di fare una ALLEANZA con altri perché l’unità quando si avanza e si vincono battaglie importanti è relativamente facile costruirla. Mentre quando si arretra e perde, si deve resistere per un lungo periodo in condizioni difficili e si fatica a vedere una via d’uscita, è molto difficile. Molto.
Rimandiamo, per il momento, il tema di come si possa resistere e passare alla controffensiva. Perché in realtà la metafora che ho usato è incompleta e può essere perfino fuorviante.
Negli anni 90 oltre alla ristrutturazione del sistema economico e a tutto il processo di modificazione del modello sociale che abbiamo solo parzialmente descritto, in Italia, proprio per l’alto tasso di incompatibilità del sistema politico parlamentare e dei poteri reali del governo con la “necessità” imposta dalle nuove condizioni economiche l’attacco alla democrazia politica è stato furibondo. In Italia, al contrario di altri paesi che hanno già sistemi politici pronti per essere usati alla bisogna nella nuova fase capitalistica, il sistema politico deve essere cambiato radicalmente. Nei paesi retti da bipartitismi già interni alla pura logica della gestione e del governo dell’esistente come gli USA, o in paesi con sistema bipartitico dove uno dei due partiti ha una storia e un insediamento di SINISTRA come la Gran Bretagna, i sistemi politici possono tranquillamente rimanere come sono. Anzi, diventano dei modelli a cui ispirarsi proprio perché, nonostante abbiano sistemi elettorali immutati da quando votavano solo poche centinaia di migliaia di persone perché erano nei fatti la classe dirigente del paese, sono più congeniali a incanalare il consenso unicamente dentro il GOVERNO dell’esistente con la rapidità e il grado di autonomia delle istituzioni dal conflitto sociale necessari a prendere tutte le misure imposte dalla competizione globale delle imprese e della finanza. In Gran Bretagna basta che il Labour Party si trasformi. Non c’è bisogno di cambiare il sistema. Infatti il Labour abbandona, oltre a qualsiasi riferimento alla lotta di classe ecc. anche la sua idea proporzionalista della riforma elettorale. Così è in molti altri paesi, che hanno leggi proporzionali, fortemente proporzionali, o sostanzialmente proporzionali, ma dove la storia ha creato un bipartitismo di fatto. Spagna e Germania, per esempio. Anche qui basta che uno dei due partiti diventi anch’esso neoliberista e il gioco è fatto. In Italia no, non è così. Qui c’è un sistema parlamentare. Le leggi si fanno in parlamento. La rappresentanza è eletta sulla base della scelta da parte dei cittadini, motivata dal complesso di fattori che identificano una proposta politica, sociale, culturale e anche ideologica. La rappresentanza degli interessi, per quanto mediata dai fattori appena detti, è ben visibile e si riflette, almeno per tre decenni e più, direttamente nella linea di condotta dei partiti in parlamento. Soprattutto il gioco politico delle ALLEANZE e degli scontri fra le forze politiche si fanno a valle del voto popolare, proprio nella attività parlamentare. Il che rende deboli i GOVERNI, e cioè esposti a ciò che si muove nella società e si riflette nella rappresentanza istituzionale. Le ALLEANZE sono sempre a geometria variabile perché la realtà sociale che cambia influisce. Come ha fatto l’Italia a diventare la sesta potenza economica del mondo pur cambiando due tre o anche quattro volte il GOVERNO nel corso di una legislatura? Da un punto di vista strettamente strumentale la fase del “circolo virtuoso” si sarebbe bloccata con la legge truffa. Con un parlamento stabilizzato dentro il bipolarismo le lotte non avrebbero avuto la possibilità di incidere, magari determinando la caduta di governi e nuove ALLEANZE fondate sulla base dei nuovi equilibri sociali. E quelle lotte sconfitte avrebbero bloccato il “circolo virtuoso” perché in assenza di aumenti salariali indiretti e garantiti dallo stato (welfare) il mercato interno si sarebbe bloccato. E con esso il sistema. In realtà la stabilità di governo intorno alla DC c’è sempre stata. Il ricambio continuo dei governi, al contrario di tutta la litania cantata per giustificare il maggioritario in Italia (come si fa ad avere un paese che cambia governo due volte all’anno?), è stato proprio uno dei fattori che ha permesso una sostanziale stabilità del sistema, perché la politica e i governi si adattavano e seguivano le mutazioni sociali continuamente. Perché, altrimenti, il popolo italiano avrebbe votato così tanto ad ogni elezione, ben al di sopra della media di tutti gli altri paesi dell’OCSE? Perché con il voto si contava, si sapeva che si influiva sulla realtà economico-sociale del paese e sulla propria condizione di vita. Non si votava per un leader e per le sue promesse demagogiche, tanto meno per orientare il gioco delle ALLEANZE e degli scontri fra partiti nelle istituzioni. Quella dimensione c’era, ovviamente. Ma dipendeva strettamente dal legame della politica e di quella stessa dialettica a tutto ciò che si muoveva nella società. Ed infatti, nonostante tutto, era una dialettica seria, rigorosa, e sebbene molto tecnica e sofisticata, infinitamente più chiara e comprensibile da parte dei cittadini e delle classi sociali rispetto al teatrino spettacolare dei giorni nostri. Le grida e gli insulti, le curve contrapposte, i leader, la demagogia e le “speranze” che sono in grado di suscitare, non hanno reso la POLITICA più chiara e comprensibile, in modo da permettere ai cittadini di scegliere, al momento del voto, sulla base di ragionamenti e di interessi precisi, e sulla base della vicinanza a idee e proposte. Al contrario li hanno fatti diventare sempre più spettatori passivi del “gioco politico” riservando a loro solo il diritto di poter fare il tifo per uno dei due contendenti. Anche per il più tifoso il grado di partecipazione alla formazione delle decisioni e dei veri contenuti delle scelte politiche è stato ridotto quasi a zero. Ma torniamo alla STABILITA’ di GOVERNO. Alla GOVERNABILITA’. Essa diventa il mantra ripetuto ossessivamente per anni e anni. Bisogna, infatti, con una tipica operazione mistificatoria, accompagnare l’indebolimento della funzione di governo, molte delle cui prerogative nella fase del “circolo virtuoso” sono fuggite semplicemente verso le pure dinamiche di mercato, verso organismi internazionali a-democratici e sovrastanti i governi nazionali, verso i privati ai quali si sono vendute le imprese statali, verso la banca centrale europea, verso la finanza (“i cittadini votano ogni tanto ma la borsa vota tutti i giorni” ha detto un noto premier italiano) e così via, al rafforzamento dei poteri del GOVERNO nei confronti del parlamento e in generale della società. In realtà questo rafforzamento del GOVERNO non serve ai “politici” per darsi più importanza. Al contrario di quel che credono molti neofiti adoratori del potere in quanto tale che si mettono la parola GOVERNO e GOVERNABILITA’ in bocca ogni frase che dicono e qualsiasi tema affrontino. Il rafforzamento del GOVERNO è proprio una necessità oggettiva del capitalismo e del modello sociale neoliberista. Esattamente, mi si permetta il paragone, come la guerra lo è per GOVERNARE il mondo trasformato in un grande mercato. Nel sistema del “circolo virtuoso” il compromesso sociale cui era stato costretto il capitalismo, come ho già detto, prevedeva una forte funzione di governo politico e pubblico dell’economia. Ora la funzione è rovesciata. L’economia comanda sulla politica, la orienta la dirige. Quindi c’è bisogno di un esecutore. Di un “amministratore” politico. Non di un luogo di decisione nel quale si media fra interessi anche contrapposti recependo, seppur in forma spesso squilibrata, i rapporti rapporti di forza sociali. Bensì di un luogo dove si amministrano le conseguenze di decisioni “oggettive” ed indiscutibili. I rapporti di forza sociali, le domande, le proteste, le rivendicazioni, sono da tenere fuori dalla porta. Sono incompatibili con la funzione di GOVERNO. E quando le decisioni applicate dal GOVERNO sono talmente stridenti (e cioè capaci di incrinare il consenso elettorale) con la coesione sociale si allargano le braccia e si indicano con l’indice i veri responsabili che impediscono al GOVERNO di ascoltare la società: “l’ha detto il FMI! L’ha detto la Banca centrale europea! L’ha detto la borsa! l’ha detto Marchionne!”. Di più, le rivendicazioni sociali, le lotte, devono diventare impolitiche. Devono cioè, essere impedite di pretendere una qualsiasi cosa che metta in discussione l’economia e le decisioni che il GOVERNO amministra. Per questo gioco il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario sono perfetti. L’alternanza (e non l’alternativa ovviamente) dei governi che condividono le compatibilità del sistema riduce lo spettro delle decisioni cui i cittadini, con le lotte e con il voto, possono partecipare alla mera scelta di chi amministrerà le decisioni del FMI. Dentro questo spettro c’è spazio per scontri epici nei talk show, per contrapposizioni mortali, per colpi bassi di ogni tipo. La realtà sociale deve essa conformarsi a questo spettro, non può pretendere di allargarlo a scelte che possano mettere in discussione il sistema. Se qualcuno tenta di farlo basta dirgli che farebbe cadere il governo in carica favorendo l’altro schieramento. Lo si mette fuori dalla POLITICA in quanto la POLITICA ufficiale ormai è solo la cosa che si occupa di chi amministra l’esistente e delle mille manovre e scontri per sedersi al GOVERNO. Le ALLEANZE non sono sociali fra classi e ceti e settori e categorie che trovano nella ALLEANZA delle rappresentanze e in decisioni proprie del GOVERNO un coronamento politico e la realizzazione di obiettivi concreti. Le ALLEANZE sono coalizioni capaci di conquistare il GOVERNO. Se per caso, come è successo in Italia, per conquistare il GOVERNO è necessario ALLEARSI anche con una forza che propugna il cambiamento e che palesa una CULTURA DI GOVERNO incompatibile con il governo dell’esistente questa viene massacrata. Non dimenticherò mai quando dal 96 al 98 in Europa ci fu un fenomeno per cui tre governi contenevano forze che ponevano una anche solo timida inversione di tendenza rispetto alle politiche neoliberiste. Il governo francese pose problemi al trattato di Maastricht, varò la legge delle 35 ore, solo per dire due cose. Nel governo tedesco il ministro dell’economia che era anche il Presidente della SPD e vice primo ministro tentò di mettere in discussione, in accordo con il sindacato (beato lui), le politiche monetariste della banca centrale tedesca ed europea, e noi chiedemmo al governo che viveva grazie ai nostri voti poche e limitate cose. Nel volgere di pochi mesi Lafontaine fu scaraventato fuori dal governo, noi pure con l’accusa che i lib&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://ramonmantovani.wordpress.com/2010/09/05/perche-dovremmo-dividerci-fra-settari-e-governisti-ovvero-una-lunga-dissertazione-sul-senso-delle-parole-e-delle-azioni-2/&quot;&gt;Blog Ramon Mantovani&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>Ramon MANTOVANI: Perchè dovremmo dividerci fra settari e governisti? ovvero una lunga dissertazione sul senso delle parole e delle azioni. (1)</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/09/01/ramon-mantovani/perch%C3%A8-dovremmo-dividerci-fra-settari-e-governisti-ovvero-una-lunga-dissertazione-sul-senso-delle-parole-e-delle-azioni-1/558148"></link>
  <updated>2010-09-01T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>558148</id>
  <summary type="html">Fin dalla sua nascita Rifondazione Comunista ha ricevuto, alternativamente, le accuse di essere settaria, estremista, identitaria, oppure, quando ha scelto di proporre percorsi unitari e/o produrre alleanze elettorali o di governo locali o nazionali, di essere traditrice dei propri principi, governista, integrata nel sistema separato della politica-spettacolo.
Questa due accuse sono state formulate da soggetti diversi e spesso entrambe, come se nulla fosse, dagli stessi soggetti e persone.
Torna, come un tormentone, man mano che si avvicina la prossima scadenza elettorale nazionale, anticipata o meno, la logica di uno scontro prima allusivo e velato e poi, speriamo di no, dirompente, che ci dovrebbe dividere fra settari e governisti. Fra stupidi incapaci di coniugare la propria identità con la politica delle “alleanze” e liquidatori di principi e valori per una convenienza particolare (si potrebbe dire perfino privata giacché sono in gioco i posti nelle istituzioni) del ceto politico dirigente.
La dialettica fra questi due poli del contendere ha una sua logica, una sua base oggettiva e strutturale. Si alimenta, cioè, non solo della volontà polemica degli estremisti dei due campi contrapposti, bensì della spinta oggettiva e potente della realtà sociale prodotta dalla ristrutturazione capitalistica, dalla “riforma” delle istituzioni sfociata nella “seconda repubblica”, dalla cultura egemone ispirata dal pensiero unico e dai mass media che la implementano a sviluppano incessantemente.
Come si può ben capire da queste mie parole penso che sia distruttiva dell’autonomia di classe e di pensiero di una forza comunista. Che è sempre il bene più prezioso ed indispensabile per elaborare analisi, strategie e tattiche volte a cambiare la realtà e non semplicemente a descriverla o ad adeguarsi ad essa nella speranza di ricavarne qualche vantaggio volatile.
Ma prima di arrivare al punto, e cioè alla forma in cui si manifesta oggi questa nefasta contrapposizione, vorrei insistere, per capirci bene, sulle cause che la riproducono continuamente.
E per farlo partirò da lontano e userò delle parole chiave, il cui significato e senso è stato stravolto dalla ristrutturazione capitalistica e spesso trasformato nell’esatto contrario. Senza chiarire cosa si intende per sinistra, alleanze, politica, sociale, governo, partito, sindacato, movimento, lotta, elezioni, istituzioni e così via il dialogo è fra sordi. Invece che produrre confronto e ricerca di sintesi e unità partorisce scontri, contrapposizioni e anatemi.
Così dicendo ho certamente dichiarato una intenzione certamente troppo ambiziosa. Tuttavia mi cimento con questa impresa chiedendo preventivamente scusa per schematismi e sommarietà del ragionamento.
Ragionamento che seguirà un filo temporale ripercorrendo due fasi intrecciate fra modello capitalistico-sociale e dinamiche politico-istituzioinali.
La prima, divisa in due parti, dall’avvento del centrosinistra nel 64, è quella del modello fordista keinesiano.
La seconda è quella neo liberista, divisa anch’essa in due parti dall’avvento della cosiddetta seconda repubblica.
Prima fase, parte prima.
Nel dopoguerra si sono date condizioni speciali, in Europa e in Italia, che sono state alla base di enormi trasformazioni e che hanno permesso alle forze comuniste ed anticapitaliste di avanzare e conquistare potere nella società e nelle istituzioni.
Da una parte l’esistenza del campo socialista e la necessità delle borghesie europee di concedere (ma è meglio dire cedere perché nulla è arrivato senza lotte anche sanguinose e durissime) parte del loro potere e dei loro profitti per evitare di essere travolte dall’avanzata della classe operaia e più in generale delle masse popolari. Dall’altra la fase fordista del capitalismo, fondato soprattutto sulla produzione di merci e beni materiali e sulla necessità di crescita dei mercati interni nazionali, ha consegnato al movimento operaio organizzato la forza contrattuale per far valere le proprie rivendicazioni nei luoghi della produzione e nello stato.
E’ su queste due basi che si fonda l’intervento dello stato in economia (una bestemmia per il pensiero liberale classico) e la capacità del movimento operaio di agire contemporaneamente sul versante della lotta in fabbrica e su quello della politica.
Ovviamente nulla è mai lineare ed univoco. Ma non si può negare in nessun modo che questa sia stata la tendenza di fondo dal 45 all’inizio degli anni 70. Altrettanto ovviamente in ogni paese dell’europa occidentale ci sono state condizioni diverse ed anche progetti diversi, sia di strutture economiche e produttive sia istituzionali e politiche. Ma, con l’eccezione della Spagna dove il fascismo ha partorito uno stato tanto debole ed estraneo all’economia, lasciata totalmente nelle mani dei padroni, quanto forte negli apparati repressivi, in tutti i paesi abbiamo avuto forti movimenti operai organizzati, forti partiti di sinistra, imprese pubbliche nei settori strategici, un welfare diffuso, forte e crescente.
Tralascio volutamente di parlare delle differenze tra l’esperienza italiana, fortemente condizionata dal partito comunista e dal sindacato di classe, ma anche più subalterna agli USA e al Vaticano, e le altre.
Va ricordato, però, che il keinesismo imperante in quell’epoca aveva limiti precisi, anche rispetto alla propria impostazione teorica. Un esempio valga per tutti: Keynes aveva teorizzato la necessità di mettere sotto controllo i cambi valutari, sia allo scopo di evitare le crisi prodotte dalle speculazioni sia a quello di creare maggior stabilità e multilateralità nel sistema mondiale. L’impostazione era quella secondo la quale finanza e commercio dovevano servire l’economia reale e non autonomizzarsi, per evitare e scongiurare l’intrinseca tendenza del capitale a separare i valori di scambio (moneta) con i valori d’uso (merci per il consumo). Non essendo possibile fondare la base del sistema valutario unicamente sull’oro, che sarebbe stato un ostacolo alla crescita, l’idea era quella di fondare, a Bretton Woods, un sistema basato su una moneta non statale (Bancor) e su un accordo multilaterale di tutte le nazioni del pianeta. Questa impostazione era certamente condivisa dall’URSS e sembrava trovare i favori anche dell’amministrazione Roosvelt negli USA, ma alla fine gli USA imposero il dollaro come moneta generale degli scambi, fissandone la parità con l’oro a 35 dollari per oncia, e soprattutto ottennero che il nuovo organismo internazionale (FMI) fosse fondato non sul principio di un voto per ogni stato membro (come all’ONU) bensì sulla base delle quote di dollari versate nelle casse del Fondo. E si assicurarono, unici al mondo, il potere di veto. Così, la stabilità che venne garantita dal FMI per lungo tempo, produsse una asimmetrica crescita. Dominata del potere dell’economia reale, politica e finanziaria degli USA. Che consolidarono il loro potere classicamente imperialistico e produssero una forma bastarda del keinesismo che negli USA dura tuttora, fondata sul militare. Quando nel 1971 cominciò la grande offensiva neoliberista gli USA poterono cancellare in una notte il sistema volto a garantire l’equilibrio negli scambi valutari e commerciali, dichiarando l’inconvertibilità del dollaro in oro.
Ma torniamo al modello fordista e a quello keinesiano di stato fortemente regolatore dell’economia capitalistica.
Nel corso di quasi tre decenni imperò un compromesso sociale ben preciso e definito. L’industria privata doveva sottostare alla programmazione economica dello stato, che del resto la finanziava e sosteneva sui mercati internazionali. E che in seguitò possederà in proprio imprese nei settori strategici come energia, trasporti e banche. La crescita dei salari diretti e di quelli indiretti (welfare) garantiva la crescita del mercato interno e, conseguentemente, lo sviluppo produttivo. Le Piccole e Medie Imprese (PIM) crescevano sia per effetto dello sviluppo generale sia grazie al sostegno indiretto dello stato attraverso la rete di infrastrutture e il credito garantito dalle banche locali e dello stato.
In questo contesto il movimento operaio poteva far valere le proprie rivendicazioni salariali. Poteva conquistare maggior potere nei luoghi produttivi giacché, grazie al sindacato a al partito di classe, faceva valere i propri interessi come interessi generali dicendo la propria, anche attraverso l’allora efficacissima arma del conflitto e dello sciopero, sugli indirizzi strategici della produzione e dell’organizzazione del lavoro. Poteva, grazie al sistema parlamentare su cui era fondata la democrazia politica nella repubblica, usare la propria rappresentanza per conquistare leggi e riforme coerenti con i propri interessi.
E’ chiaro che sto parlando del meglio del sistema. Non mancavano contraddizioni e problemi di ogni tipo. Ma corruzione, clientelismo, favoritismi, malversazioni, usi impropri del potere pubblico in economia e chi più ne ha più ne metta, per un lungo periodo non sono stati elementi sufficienti per cancellare il “circolo virtuoso” di cui sopra. Tralascio per brevità gli squilibri territoriali nord sud e soprattutto la politica attiva degli USA in Italia, nel contesto della ben esistente guerra fredda. Ma, ripeto, il “circolo virtuoso” reggeva. Ed ha prodotto, per dirla in soldoni, il paradigma secondo il quale la crescita era diseguale, squilibrata e classista, ma si traduceva in un avanzamento nelle condizioni di vita per tutti. La forbice fra ricchi e poveri si accorciava nei fatti. Ed ogni generazione aveva la certezza di vivere meglio della precedente. In tutti i sensi.
Ed ora cominciamo a “giocare” con certe parole che si usano oggi come allora ma che hanno completamente cambiato di significato. Il paragone fra i due significati, quello di allora e quello di oggi, lo farò alla fine dell’articolo. Ma chiunque potrà fare già subito, da se, un confronto con ciò che si sente dire ripetutamente oggi.
SINISTRA. A meno di parlare di sinistra liberale o liberaldemocratica, di sinistra cattolica ecc. (il termine sinistra è pur sempre un termine relativo e si può essere la sinistra di qualsiasi cosa) è fuor di dubbio che in quei decenni la parola SINISTRA indentificava il complesso di forze politiche e sociali che si proponevano il superamento del capitalismo e la costruzione di una società socialista. Che erano indiscutibilmente per una società fondata sul lavoro. Che erano ostili alla rendita fondiaria e finanziaria. Che consideravano il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari come un obiettivo basilare e fondante qualsiasi tipo di proposta politica. Che erano per un nuovo ordine internazionale, contro la guerra fredda, a favore di tutti i movimenti di liberazione nazionale contro il colonialismo. Che consideravano i diritti sociali e di cittadinanza previsti dalla costituzione come architravi della democrazia politica, dichiarando una concezione della democrazia stessa ben al di la delle concezioni liberali o borghesi. Che pensavano e producevano istituzioni di democrazia diretta e dal basso come i consigli di fabbrica ecc. E si potrebbe continuare a lungo a descrivere gli elementi e i contenuti senza i quali era perfino inimmaginabile, allora, considerare di sinistra una organizzazione, un partito o anche una semplice persona.
C’erano differenze nel campo della sinistra? Si, molte. C’è un’ampia letteratura sulle differenze e sulle divisioni nella sinistra a quei tempi. L’area socialista, per esempio, fu scossa da numerose scissioni, ricomposizioni e nuove scissioni. Ed erano tutte motivate ideologicamente e/o dal grado di vicinanza allo schieramento dell’Italia con gli USA.
Ma il PCI e il PSI erano due partiti operai chiaramente anticapitalisti e, nonostante le differenze di impostazione ideologica e di tattica politica, avevano una fortissima unità d’azione e, soprattutto un insediamento sociale sostanzialmente comune. Nel sindacato (furono le correnti socialdemocratiche e riformiste già scisse dal PSI nel dopoguerra a rifondare la UIL dopo la scissione democristiana della CGIL). Nelle case del popolo e in mille organizzazioni sociali e culturali, a cominciare dall’ARCI. Nel movimento cooperativo. Nelle leghe dei braccianti e nel movimento contadino non cattolico. In diversi movimenti, da quello della pace a quello delle donne, da quello dell’occupazione delle terre a quello della solidarietà internazionale.
L’unità d’azione, dopo la sconfitta dell’unità elettorale del 48, fra PCI e PSI non era una banale forma di azione congiunta su obiettivi limitati. Era una strategia che nei fatti rappresentava l’unità della classe operaia. Va detto che non votò mai tutta e nemmeno maggioritariamente per la sinistra giacché era molto forte in diverse parti del paese il richiamo cattolico e la sudditanza nei confronti dei padroni nelle piccole e medie imprese. Ma senza dubbio la classe operaia delle grandi fabbriche, che lottavano e trascinavano con se il movimento operaio, era fortemente orientata in senso socialista e comunista.
E’ vero che esistevano forze dette di sinistra, a cominciare dal Partito socialista dei lavoratori italiani e dal Partito socialista unitario, che poi si fonderanno nel PSDI. Ma erano considerate, ed erano nei fatti, forze centriste alleate della DC e schierate con gli USA. Il loro insediamento sociale ed elettorale non aveva quasi nulla a che vedere con quello del PCI e del PSI.
La prova sta nel loro sostegno, non senza che gli facesse perdere qualche pezzo, alla Legge Truffa nel 53. Il PCI e il PSI fecero una durissima opposizione e seppero conquistare il sostegno di una parte minoritaria dei liberali e dei socialdemocratici, mentre loro si apparentarono con la DC per tentare di superare il 50 % dei voti, che gli avrebbe valso il 65 % dei seggi. Se la DC e i suoi alleati (tra gli altri il Partito sardo d’azione, il PLI, il PSDI, il PRI avessero superato il 50 % dei voti, invece che fermarsi al 49,8 %, la legge truffa non sarebbe poi stata abrogata e la storia italiana sarebbe cambiata.
E’ chiaro che la guerra fredda e il timore che la SINISTRA potesse prevalere spinsero la DC e gli USA a tentare di superare il sistema politico scaturito dalla vittoria contro il fascismo, dalla costituzione e dalla vittoria contro la monarchia nel referendum. Che l’obiettivo fosse superare la repubblica parlamentare con legge proporzionale per normalizzare e “occidentalizzare” l’Italia, mettendo in un angolo le forze anticapitaliste e il conflitto, fu ben capito dal PCI e dal PSI, che non rifecero l’errore del 48 di presentare una sola lista e che sollecitarono gli scissionisti socialdemocratici e liberali a presentarne di proprie. Anche se solo per un soffio la DC, i suoi alleati e gli USA furono sconfitti.
A dimostrazione che la SINISTRA ha sempre pensato che la forma dello stato e le leggi elettorali non sono indifferenti al fine di implementare o meno la democrazia e soprattutto al fine di cambiare la realtà socioeconomica del paese. E che essere di SINISTRA era inequivocabilmente essere proporzionalisti dal punto di vista elettorale. Non solo in Italia. Lo erano anche i socialisti francesi e i laburisti inglesi.
Insomma, almeno per un ventennio dopo la Liberazione, la SINISTRA era quella che abbiamo descritto fin qui. E certamente, al netto delle differenze e anche delle polemiche che erano soprattutto dovute al riflesso della guerra fredda e al giudizio sui fatti d’Ungheria, la concezione della SINISTRA del PCI di Togliatti non era certo una questione nominalistica. Era invece fortemente innervata di contenuti precisi, di lotte unitarie su obiettivi fondamentali condivisi e basata su un comune insediamento sociale.
Parliamo ora di tre altre parole: “PARTITO”, “POLITICA” e “SOCIALE”. E soprattutto della loro relazione.
Non credo si possa parlare del PARTITO NUOVO di Togliatti solo per la natura di massa (e non di quadri d’avanguardia). Quel partito costruiva in prima persona in ogni fabbrica, quartiere, città e paese le lotte ed ogni tipo di organizzazione sociale. La sua natura di massa non era data dal numero degli iscritti e basta. Era data dal fatto che gli iscritti e gli stessi dirigenti del partito erano parte attiva delle organizzazioni sindacali, sociali e culturali. Non sarebbe stato “di massa” se le sue strutture dirigenti a tutti i livelli si fossero solo dedicate ad elaborare analisi e linee politiche da trasmettere alla società, attraverso l’agitazione e la propaganda, e avessero pensato la POLITICA solo come l’azione nella sfera delle istituzioni e nelle relazioni con altri partiti. Non è il caso di scomodare, e del resto io non mi sento all’altezza per farlo seriamente, le nozioni di “nuovo principe”, di “società civile” e “società politica” in Gramsci. Ma credo di poter dire che il PARTITO era concepito come lo strumento della classe per modificare la realtà con l’azione pratica ed organizzata e per svolgere una funzione egemone nella società. Il partecipare alle elezioni e avere rappresentanti nelle istituzioni, come l’avere rapporti di unità o di scontro con altri partiti non era scindibile dalle due funzioni principali. La POLITICA non era concepita come astratta e separata dalla pratica sociale, né come banale linea di condotta nell’ambito istituzionale e di relazione fra forze politiche. Era il complesso di attività intellettuali e pratiche, di proposta e di lotta, che il partito era in grado di dispiegare. Organizzare uno sciopero, fondare una sezione della lega dei braccianti, costruire una casa del popolo o un comitato di genitori per intervenire sulla gestione di una scuola pubblica, una cooperativa di consumo o di lavoro, una manifestazione culturale o sportiva e così via non erano attività estranee alla discussione, all’attività e alla vita del partito. L’esistenza del sindacato, della Lega delle Cooperative o della Lega dei braccianti, dell’ARCI e così via non sollevava in nulla e per nulla il partito dal compito di fare e discutere e costruire tutte queste cose nella pratica quotidiana. Del resto i quadri migliori e gli stessi militanti di organizzazioni e lotte sociali, formalmente autonome dal partito, partecipavano agli organismi dirigenti del partito e alla formazione di tutte le decisioni, portando dentro il partito la ricchezza della loro pratica e della elaborazione delle loro organizzazioni e lotte. La realtà SOCIALE non era solo oggetto di analisi, ma era il terreno nel quale agire per modificarla continuamente. E l’azione per modificarla era POLITICA nel senso compiuto. Per questo, organizzativamente, oltre alla doppia militanza partitica e sociale, lo scambio di quadri politici fra ruoli di funzionariato nel partito e di funzionariato nel sindacato, nell’ARCI, nella Lega delle Cooperative, nelle associazioni di categoria di piccoli artigiani e commercianti e così via, era continuo.
E’ proprio infondata l’idea che circola oggi secondo la quale il partito comunista di massa di quei tempi dirigeva i movimenti e le organizzazioni sociali e culturali dall’alto.
L’autorevolezza del partito non derivava da una astratta “superiorità” della “politica” o dal semplice prestigio personale dei dirigenti, bensì proprio da una pratica e da una elaborazione costruita nel vivo delle lotte e nelle organizzazioni sociali e culturali. Senza le quali il partito non solo non sarebbe mai diventato di massa ma non sarebbe nemmeno mai stato un intellettuale collettivo.
Proprio per questa pratica SOCIALE e per la centralità che le lotte e le classi sociali avevano nella elaborazione del PCI il concetto di ALLEANZE aveva significati ben diversi da quelli odierni. Ho già detto che l’unità d’azione, ma possiamo ben dire ALLEANZA, fra il PCI e il PSI significava unità della classe operaia nella lotta e anche nelle prospettive politiche. Non alleanza fra due ceti politici, due partiti o due gruppi dirigenti di partiti per obiettivi propri e separati dalla realtà sociale. Tanto meno dal punto di vista semplicemente elettorale, come dimostra la scelta vincente di non fare una lista unica nel 53. Fu la DC a rompere l’unità sindacale della CGIL, e furono i socialisti di destra e i repubblicani a rompere l’unità sindacale dei lavoratori italiani, non il PCI. Che mai si sarebbe fatto guidare dall’idea SETTARIA che alla collocazione internazionale e politica interna dovesse corrispondere una divisione sindacale della classe. Perché il PCI era un partito della classe operaia e come tale aveva a cuore la costruzione della sua unità e di un sistema di ALLEANZE sociali e politiche, senza le quali la classe non avrebbe potuto in nessun modo lavorare alla formazione di un blocco sociale e storico capace di sconfiggere il capitale ed edificare una società socialista. Nel PCI e nel sindacato nell’immediato dopoguerra ci fu una discussione durissima sulla necessità o meno di considerare gli impiegati (che erano pochi e quasi sempre dalla parte dei padroni) ALLEATI o meno della classe operaia. La FIOM diventò per esito di questa discussione Federazione Impiegati e Operai Metalmeccanici. Per lasciare intatta la sigla esistente dall’inizio del secolo la parola Italiana venne sostituita da Impiegati, collocata però nel nome prima di Operai. Il PCI, è vero, fece della politica delle ALLEANZE un cardine della propria elaborazione. Ma erano ALLEANZE perché si facevano per obiettivi di classe e sociali fondamentali. Inoltre il PCI, come è noto, aveva teorizzato e realizzato l’ALLEANZA nella guerra con tutti i partiti antifascisti e anche con i monarchici di Badoglio, per cacciare i nazisti dal paese e per mettere fine alla dittatura fascista.
Ovviamente tornerò su questa ALLEANZA che va tanto di moda oggi nelle citazioni di chi la vorrebbe usare come esempio per cacciare Berlusconi.
Il PCI teorizzava un sistema di ALLEANZE intorno agli interessi e alla funzione generale della classe operaia. Con i contadini, con gli impiegati che nonostante fossero lavoratori subordinati erano e si sentivano “piccolo borghesi”, con i lavoratori artigiani autonomi, con i piccoli commercianti e anche con parti significative del mondo dei piccoli imprenditori. Ma tali ALLEANZE erano teorizzate e per quanto si poteva praticate contro i monopoli capitalistici, gli agrari e la rendita speculativa. Le ALLEANZE sociali avevano riflessi nei consensi elettorali diretti del PCI, che proprio in virtù della politica delle ALLEANZE sociali, pur essendo un partito operaio, prendeva voti anche da settori sociali non operai.
Tralascio qui la questione degli intellettuali e del loro ruolo nella formazione della coscienza e del consenso secondo le teorizzazioni gramsciane. Sono cosciente della importanza che ebbe questa questione sia sulla stesse concezioni di ALLEANZE ed EGEMONIA. Ma il discorso si farebbe troppo lungo e si perdonerà lo schematismo e l’incompletezza del ragionamento che deriva da questa omissione.
Nella sfera delle forze politiche e delle istituzioni al PCI era ben chiaro che parte degli ALLEATI potenziali della classe operaia votavano per partiti, a cominciare dalla DC, e che questo si rifletteva, anche se in modo mediato e spesso distorto, nella rappresentanza istituzionale dei loro interessi. Perciò il PCI nelle istituzioni non si limitava a testimoniare i propri principi e programmi in opposizione al governo, ma tentava continuamente di ALLEARSI, per conquistare obiettivi precisi o per difendere interessi sociali comuni, con altri partiti o con parti di essi. E ciò era possibile perché c’era una vera repubblica parlamentare. Perché nelle istituzioni contava la rappresentanza delle idee, dei progetti e dei programmi votati dai cittadini. Perché il governo, per quanto importante fosse, era pur sempre un esecutivo del parlamento e la dialettica nel parlamento non era imprigionata dalle sorti del governo. Così il PCI poteva ALLEARSI ai partiti borghesi ma laici per difendere la laicità dello stato. Poteva ALLEARSI con parti della DC vicine al mondo contadino o al mondo cooperativistico bianco. Non per far governi, o liste, o coalizioni elettorali, bensì per approvare leggi, riforme, che raccoglievano e istituzionalizzavano le richieste delle lotte e della società e che determinavano cambiamenti importanti positivi nella vita delle classi subalterne. Le mille mediazioni, intese e accordi funzionavano anche se alla fine PCI e PSI votavano contro una legge, perché le leggi si facevano in parlamento e non le dettava il governo. E per questo potevano contenere cose buone insieme a cose meno buone. Cose cattive ma temperate da emendamenti approvati trasversalmente.
Prima fase, parte seconda.
Negli anni 60 si corona con le nazionalizzazioni e diverse riforme (anche se alcune saranno realizzate pienamente negli anni 70 come quella sanitaria) in attuazione degli articoli più avanzati della costituzione, la fase keinesiana. Il movimento operaio avanza perché, come abbiamo già detto, la centralità della produzione nel sistema economico lo colloca al centro e nel cuore decisionale di tutta la società. Se tutto ruota intorno alla fabbrica è chiaro che chi ha il potere di bloccare la produzione ha anche il potere per ottenere migliori salari e il potere di esprimere in ogni fabbrica, e in generale, la propria visione e un proprio progetto alternativo di organizzazione e finalità stessa della produzione (il modello di sviluppo). Inoltre essendo il mercato interno il motore principale del circolo virtuoso più produzione – più salario – più consumo – più produzione … lo stato stabilisce un rapporto preciso con le imprese capitalistiche. Le sostiene per favorire e non interrompere il circolo virtuoso, sia direttamente sia indirettamente. Per esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica e del comparto del trasporto (ferrovie, autostrade ecc.) e delle comunicazioni, sacrificano molti interessi privati capitalistici, ma sono funzionali a controllare ed indirizzare con la mano pubblica lo sviluppo del paese, garantendo l’energia ad un prezzo politico e le infrastrutture indispensabili alle imprese private.
E’ chiaro che si potrebbe discutere a lungo, ed infatti il PCI lo fece nettamente, sul “modello” implementato. Gli squilibri territoriali e le “cattedrali nel deserto” al sud, il trasporto su gomma invece che per ferrovia e mare, quali comparti strategici e quale innovazione del prodotto, quale rapporto con la ricerca, quale rapporto con l’ambiente e così via. Come è chiaro che ogni avanzamento salariale e sociale fu il prodotto di lotte epiche, che però si conclusero con vittorie chiare e in alcuni casi solo parziali. Ma vittorie.
Anche il settore finanziario e bancario, fortemente regolato dallo stato, ruotava soprattutto intorno al centro produttivo. Le politiche monetarie, dentro gli accordi di Bretton Woods, avevano ristretti margini di manovra ma quelli che avevano erano indirizzati a sostenere in ogni paese fortemente industrializzato le proprie imprese nelle esportazioni. Ci fu, ma anche qui non posso dilungarmi, una alleanza competitiva al proprio interno ma solidale verso e contro altri paese fra USA e Germania e in parte Gran Bretagna. La qual cosa permetterà sempre, nella fase keniesiana e anche in quella neoliberista, alla Germania e soprattutto alla sua banca centrale di operare al limite e spesso al di fuori degli accordi internazionali. Gli USA dominavano sul mondo (tranne che su l’est socialista) e quindi anche sulla Germania, ma quest’ultima dominava in Europa. In particolare perché l’apparato produttivo tedesco era tale che il rapporto mercato interno – esportazioni era molto sbilanciato verso le esportazioni. Questa cosa sarà foriera di diverse contraddizioni e problemi nella costruzione europea degli anni 90.
Prima di parlare di fatti eminentemente politici, come la rottura dell’alleanza fra Pci e PSI e l’ingresso dei socialisti nel governo, è indispensabile approfondire, anche se sommariamente, un tema fondamentale.
Tutto il “circolo virtuoso” di cui abbiamo tanto parlato portava con se una contraddizione enorme.
Essendo caratterizzato da sempre più alti salari, da una crescente accumulazione nel capitale fisso e da una politica dei prezzi delle merci compatibile con l’espansione del consumo e per giunta controllata e indirizzata dalla politica, produceva una progressiva riduzione del tasso di profitto.
Questo “circolo virtuoso” dal punto di vista strettamente capitalistico diventava sempre più un “circolo vizioso”.
In altre parole la natura del capitalismo che non può che ricercare sempre il maggior tasso di profitto era incompatibile con la prosecuzione del “circolo virtuoso”. Il “circolo virtuoso” per continuare a svilupparsi avrebbe dovuto, per dirla semplicisticamente, mettere in discussione il valore di scambio delle merci in favore del valore d’uso, ottenere maggior equilibrio e armonia nei rapporti economici internazionali, aumentare ancora di più il controllo politico e la programmazione pubblica della produzione e del mercato. Cioè superare il capitalismo. E ciò non avrebbe potuto che avvenire per salti e nel mezzo di scontri durissimi con il sistema capitalistico e con i suoi rappresentanti politici.
In altre parole ancora, il “circolo virtuoso” era una parentesi, prodotta da determinate condizioni storico politiche, nel processo di accumulazione capitalistico e non, come in molti credevano e credono, una evoluzione “democratica” e sempre più armoniosa del capitalismo.
Se è vero tutto ciò, anche per sommi capi, non può essere ignorato o considerato ininfluente nella lettura dei fatti politici.
La divisione fra PCI e PSI e l’ingresso di quest’ultimo al governo con la DC, era dovuta proprio all’analisi del capitale e alle due idee contrapposte che ne derivavano. O accumulare forze e rovesciare il sistema attraverso “riforme di struttura” inverando la nozione di “democrazia progressiva” che il PCI aveva del sistema politico scaturito dalla costituente o governare il sistema, facendolo evolvere verso il capitalismo dal volto umano con l’implementazione sempre maggiore del “circolo virtuoso”.
Mi sbaglierò, ma le letture correnti, che comunque contengono sempre punti di verità, come l’esclusione aprioristica del PCI dal governo di centrosinistra dovuta esclusivamente alla guerra fredda o il semplice tradimento dei socialisti, non possono spiegare tutto.
Non possono spiegare, per esempio, le riforme che il centrosinistra e poi negli anni 70 diversi governi, compreso quello di “unità nazionale” fecero. Anche se erano contemporanei alla fine del keinesismo e perfino all’inizio del neoliberismo. Furono il frutto della forza del movimento operaio e della dialettica, che continuava ad essere interna alla SINISTRA anche se da collocazioni politiche diverse, fra PCI e PSI.
Ciò che ho detto più sopra, invece, spiega benissimo due cose.
Man mano che la contraddizione fra capitalismo reale e keinesismo si acuiva, nel movimento operaio cresceva la coscienza anticapitalistica. Il 68, altro tema sul quale non posso dilungarmi, specialmente in Italia non fu un fuoco di paglia, ma acquisì alla classe operaia nuovi ALLEATI, come una intera generazione di studenti che sentivano come necessario il superamento del sistema e non coltivavano illusioni riformistiche dello stesso. Il movimento operaio cominciò ad organizzarsi diversamente e più democraticamente (i consigli) vincendo ogni resistenza del PCI e della direzione della CGIL. Cominciò a porre rivendicazioni generali (valga per tutti l’esempio della riforma sanitaria) e a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico. Sul rapporto vita – lavoro (salute in fabbrica e 150 ore per esempio) e con la forza che aveva impose perfino l’eguaglianza salariale tendenziale fra lavoro manuale ed intellettuale nella stipula dei contratti di lavoro. Una delle più grandi conquiste fu la scala mobile. Che era un’arma difensiva contro la prima grande contromossa capitalistica sul “circolo virtuoso” (l’aumento dei prezzi delle merci e l’inflazione) ma anche offensiva (salario come variabile indipendente dal profitto). Una vera bestemmia per i capitalisti, che infatti la subirono totalmente meditando vendetta.
Questa prima cosa dimostra quale fosse il grado di percezione diffusa della necessità concreta (e non solo astratta e teorica) del superamento del capitalismo.
La seconda riguarda il PCI e la sua discussione interna.
Mentre il PSI, andando al governo, subì una scissione non piccola a sinistra (il PSIUP, che riprese il nome dei socialisti subito dopo la Liberazione) che continuerà nella politica di ALLEANZA con PCI, in quest’ultimo si sviluppò una dura discussione. Amendola propose prima al dibattito il tema del partito unico della sinistra. E nell’11° congresso si scontrerà (nelle forme in cui si faceva allora) con Ingrao. Chiunque può attingere ad una vastissima letteratura in merito. Io mi limito a dire che la discussione, interessantissima, ebbe il grave limite di non concludersi in modo univoco dal punto di vista politico. Vinse cioè un “centro” che si orientò nella direzione del superamento del capitalismo come prospettiva ma che, anche questo detto con estreme semplificazioni, assegnò un ruolo predominante alla politica istituzionale e di relazioni fra le forze politiche sulle dinamiche sociali. La separazione fra le dinamiche politiche e quelle sociali e il primato della POLITICA, cioè il POLITICISMO,  fu declinata anche da sinistra. Soprattutto dalle tendenze operaiste dentro e fuori dal PCI e dallo stesso PSI. Analogamente si svilupparono, anche se con minor importanza teorie e pratiche ispirate alla primazia all’autonomia del SOCIALE.
Non sono incline, soprattutto con il senno del poi, a ignorare le condizioni internazionali ed interne italiane che spinsero il PCI a considerare immatura la possibilità di tentativi concreti di superamento del capitalismo e che lo indussero, anche in contraddizione con le proprie elaborazioni teoriche, a propendere più, nei fatti, verso la pratica del “governo del sistema”. E’ perfino inutile che mi diffonda sulle condizioni internazionali dell’epoca. L’invasione della Cecoslovacchia nel 68 da parte dell’URSS fu un colpo mortale per il PCI. Per quanto si fosse dissociato ne pagò un prezzo altissimo. Il dominio USA in Italia non avrebbe mai permesso che il paese si incamminasse sulla strada del superamento del capitalismo. E a nulla valsero le rassicurazioni sulla non uscita dalla NATO del PCI, perché il problema per gli USA non era certo solo geopolitico. Pesò poi, anche se molti se lo dimenticano, la svolta a destra della DC dei primi anni 70, la “strategia della tensione” e perfino i tentativi, per quanto improbabili, di colpo di stato. In Europa c’erano tre nazioni con regimi fascisti, Spagna Grecia e Portogallo. Tutte e tre fedelissime alleate degli USA. Sono tutte cose che si possono rintracciare tra le righe ed anche esplicitamente (come l’esperienza cilena) nei saggi di Berlinguer su Rinascita che inaugurarono la politica del compromesso storico.
Ma resta evidente che si aprì uno iato tra la domanda di cambiamento oggettivamente cresciuta nelle lotte e coerente con la soluzione delle contraddizioni prodotte dentro il “circolo virtuoso” in senso anticapitalistico, e la POLITICA del PCI. Non solo ma anche per questo il PCI, che in una prima fase dialogò seppur mantenendo chiare distanze, col movimento del 68 se ne separò nettamente in seguito. Non solo ma soprattutto per questo ci fu la nascita di quella che allora si chiamava “sinistra rivoluzionaria”, composta da diverse organizzazioni e anche dal gruppo del Manifesto, radiato dal PCI.
L’unità della “SINISTRA” e la politica delle “ALLEANZE” del PCI degli anni del centrosinistra e degli anni 70 sono ben diverse da quelle degli anni della fase precedente.
L’ultima parte della fase keinesiana in Italia è veramente molto complessa dal punto di vista strettamente politico. Nel PSI, ma ne riparleremo più diffusamente nella fase neoliberista, crebbero le tendenze più di destra non dentro ma dopo la esperienza organica del centrosinistra. E “L’UNITA’ DELLA SINISTRA” si coniugò con la collocazione alternante dentro-fuori del governo (anche nelle stesse legislature) del PSI. Non mancarono contenuti chiari unitari nel movimento di lotta ed anche obiettivi comuni in parlamento. Ma nessuno parlava più di ALLEANZA. Ed infatti non poteva esserci, giacché il PSI, pur conservando un forte insediamento operaio, scelse poi, come vedremo, di sposare gli interessi della nascente nuova borghesia della finanza e della speculazione. Nemica mortale della SINISTRA. Anche allora la domanda di UNITA’ era fortissima. Il PSI era un partito di governo ma era ancora un partito di sinistra che diceva, e spesso lo faceva, di lavorare al miglioramento delle condizioni di vita del proletariato e dei ceti popolari. Il PSI dialogava più volentieri con le forze alla sinistra del PCI, sia per dare fastidio al PCI sia per estrarne in senso riformista le rivendicazioni più compatibili con il sistema, che il PCI faceva fatica a metabolizzare ed inserire nel programma di alleanze e blocco sociale che aveva in mente. Valga per tutti l’esempio del divorzio, che passò in parlamento con i voti del PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI. Ma che venne spinta da socialisti, radicali e sinistra estrema (che erano fuori dal parlamento) vincendo le ritrosie del PCI che temeva, sbagliandosi totalmente, che avrebbe potuto provocare gravi divisioni nella classe operaia e nel popolo fra cattolici e non cattolici e che palesò una grave arretratezza culturale circa il problema del patriarcato e del femminismo.
Nella DC c’era praticamente di tutto. C’era una destra reazionaria che coltivava anche disegni autoritari e che non aveva imbarazzi a strizzare l’occhio al MSI, c’era una sinistra convintamente keinesiana che non esitava a schierarsi apertamente con le rivendicazioni operaie e che influiva moltissimo su una CISL unita alla CGIL. E in mezzo c’era il centro, più orientato verso la sinistra interna ma pronto a qualsiasi svolta necessaria dal punto di vista internazionale e di difesa degli interessi del capitale.
La politica delle ALLEANZE del PCI cambiò. Diventò soprattutto la versione politico-parlamentare del “compromesso storico”. Fu innervata di scelte di contenuto che venivano dalla analisi del quadro politico-economico della crisi del keinesismo e dell’uscita da destra dallo stesso, e che perciò erano nettamente in contraddizione con le domande sociali della classe operaia e di tutti i suoi alleati.
Su questo è necessario soffermarsi.
Siamo a cavallo della fine del keinesismo, i cui istituti principali (come le grandi imprese pubbliche ecc) continueranno ad esistere a lungo, e l’inizio della fase neoliberista, che ha le sue premesse, come vedremo in seguito, embrionali nella fine di Bretton Woods, nella politica dei prezzi alti per le merci, nella ricerca del massimo profitto sui mercati internazionali invece che su quelli interni. Ma ci torneremo per forza.
Se ci sono condizioni economico sociali oggettive per “andare oltre” (come è di moda dire oggi) il capitalismo sviluppando fino alle sue estreme conseguenze il “circolo virtuoso” non è detto che ci siano quelle politiche. Il PCI pensa che non ci siano. A torto o a ragione. Pensa che il tentativo di “andare oltre” non si può fare con il 51 % dei voti. Pensa, ancora una volta a torto o a ragione, che seguire questa strada possa rivelarsi una avventura e che bisogna evitare assolutamente di spingere gli avversari ad una svolta reazionaria che porterebbe ad una sconfitta storica e che potrebbe produrre bagni di sangue. Se ci sono condizioni sociali e non ci sono condizioni politiche va da se che il lavoro principale da fare è costruire condizioni politiche. Ecco il “compromesso storico”. Ma intanto i rapporti di forza nella società non restano immutati in attesa delle “condizioni politiche”. Intanto finisce Bretton Wodds, gli alti prezzi producono inflazione, la lira deve essere svalutata per permettere alle imprese le esportazioni senza le quali prezzi i prezzi alti producono una riduzione del mercato interno e una classica crisi di sovraproduzione. La politica delle ALLEANZE del PCI si piega sempre più al moderatismo e al “senso di responsabilità” perché gli effetti del non superamento del capitalismo producendo una risposta normale per il capitale, e cioè la ricerca del massimo profitto fuggendo e possibilmente distruggendo le compatibilità imposte dal funzionamento del “circolo virtuoso”, producono nel campo avverso, quello della classe operaia, perdita di forza e arretramenti.
Credo che non ci sia nessun saggio che possa sintetizzare e descrivere quanto ho appena detto meglio dello slogan che fu allora adottato dal PCI e dalla CGIL. La “politica dei sacrifici” della classe operaia per “salvare il paese”. Il “senso di responsabilità” del PCI.
Per quante ragioni avesse il PCI di considerare avventuroso o impossibile il mantenere in vita il “circolo virtuoso” fino al superamento del capitalismo i sacrifici e il senso di responsabilità, indipendentemente dalle intenzioni, non salvarono il paese. Bensì il capitalismo e spianarono la strada alla sua vittoria completa e senza appelli negli anni 80 e 90.
Con ciò non voglio dire che il PCI tradì, che si vendette, o altre amenità di questo tipo.
Capita, nella storia, che si venga sconfitti per motivi oggettivi, che sfuggono alla propria responsabilità diretta e che non dipendono prevalentemente dai propri errori soggettivi.
Il PCI seguì quella strada. Resta da dimostrare che seguire l’altra avrebbe prodotto avanzamenti e vittorie e non avventure e catastrofi ancor più grandi di quelle che il movimento operaio ha subito. E molto depone a favore della linea di condotta cui si sentì obbligato il PCI. Senza dimenticare, però, di dire che la compattezza del PCI e l’autorevolezza del suo gruppo dirigente, come di quello della CGIL, non impedì che dei termini di UNITA’ DELLA SINISTRA, ALLEANZE, e perfino di PARTITO E COMUNISMO E SOCIALISMO dentro il PCI iniziarono ad esserci diverse versioni.
Per non parlare del concetto di CULTURA DI GOVERNO che si affermò allora intriso di “realismo”, di moderatismo e di politicismo e praticamente contrapposto all’idea della possibilità di trascendere i rapporti di forza dati. Come se lo spingere in avanti il “circolo virtuoso” non fosse collegato a provvedimenti di governo e quindi ad una CULTURA DI GOVERNO. Un’altra, però.
Soprattutto i “miglioristi” si incaricarono di interpretare la linea ufficiale del PCI declinando tutte queste parole in senso diverso, sempre invocando una continuità di impostazione politica che invece non c’era per niente. Perché essi, in realtà, già negli anni 70 sposarono la prospettiva socialdemocratica europea e socialista italiana di “governo del sistema”.
Comunque, per “assolvere” il PCI dagli “errori” che fece nella stretta che dovette fronteggiare per tutti gli anni 70, bisognerebbe indagare meglio i disastri prodotti dall’invasione della Cecoslovacchia (che nel mondo significò che l’unico modello di socialismo possibile era quello dell’URSS, autoritario al punto che c’era un ministro che decideva che musica si poteva ascoltare, totalmente imitativo del modello fordista anche nell’organizzazione del lavoro e fortemente vocato al militare), dalla assenza di un luogo di discussione e soprattutto coordinamento reale del movimento operaio e dei partiti antagonisti (le divisioni fra URSS e Cina e la concezione del partito stato e dello stato guida lo impedirono), dalla assenza di una politica comune europea delle forze antagoniste sociali e politiche (e qui però ci furono errori soggettivi del PCI sia sul mercato comune, che pur conteneva regole e politiche chiaramente da “circolo virtuoso” e sul serpente monetario europeo (SME)). Ma questo è un altro discorso.
In realtà ho scritto finora tutto questo solo per tentare di dimostrare che usare parole come SINISTRA, ALLEANZE, POLITICA, PARTITO ecc. decontestualizzandole e facendo finta che abbiano lo stesso significato indipendentemente dalle fasi economiche e dalle condizioni politiche, come si usa diffusamente fare oggi, è un gravissimo errore tossico e foriero solo di disastri.
Lo vedremo meglio ancora parlando della fase neoliberista.
Continua
ramon mantovani&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://ramonmantovani.wordpress.com/2010/09/01/perche-dovremmo-dividerci-fra-settari-e-governisti-ovvero-una-lunga-dissertazione-sul-senso-delle-parole-e-delle-azioni/&quot;&gt;Blog Ramon Mantovani&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Uscito il n.8 de “La Scossa”, periodico del Gruppo Consiliare della Lista Comunista.</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/08/25/giocondo-talamonti/uscito-il-n-8-de-%E2%80%9Cla-scossa%E2%80%9D-periodico-del-gruppo-consiliare-della-lista-comunista/504900"></link>
  <updated>2010-08-25T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>504900</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;Arriva la scossa…
&lt;br /&gt;E’ uscito il n.8 de “La Scossa”, periodico del Gruppo Consiliare della Lista Comunista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
In esso sono riportate le notizie relative agli infortuni sul lavoro, quattro chiacchiere con &lt;b&gt;l’assessore comunale Silvano Ricci&lt;/b&gt;, l’atto di Indirizzo: la crisi colpisce duramente i lavoratori della scuola del gruppo consiliare di Rifondazione/Comunisti Italiani,” le molliche” di Effe Elle e le “chicche del Maestro Sommo”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Chiunque può richiederne copia gratuita alla redazione. &lt;b&gt;
giocondo.talamonti@email.it&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Terni, 25.08.2010&lt;br /&gt;
Giocondo Talamonti&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/08/arriva-la-scossa.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Comune di Terni: E' Uscito il 6 numero de &quot;La Scossa&quot;</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/06/24/giocondo-talamonti/comune-di-terni-e-uscito-il-6-numero-de-la-scossa/502179"></link>
  <updated>2010-06-24T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>502179</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ uscito il n.6 de “La Scossa”, periodico del Gruppo Consiliare della Lista Comunista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
In esso sono riportati i seguenti articoli:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
- Università una realtà &lt;br /&gt;
- le “chicche del Maestro Sommo”&lt;br /&gt;
- Interrogazione presentata del gruppo RC-CI: Proposta di una rete per la sicurezza&lt;br /&gt;
- La scure della manovra economica&lt;br /&gt;
- Qualche nuvola nera (Basell, TK-AST)&lt;br /&gt;
- Le molliche di Elle Effe&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Chiunque può richiederne copia gratuita alla redazione scrivendo all'indirizzo email giocondo.talamonti@email.it.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Terni, 28.05.2010&lt;br /&gt;
Giocondo Talamonti &lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/06/comune-di-terni-e-uscito-il-6-numero-de.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Tutti vicino ai lavoratori della Basell…</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/03/15/giocondo-talamonti/tutti-vicino-ai-lavoratori-della-basell%E2%80%A6/495185"></link>
  <updated>2010-03-15T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>495185</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
La mobilitazione di tutte le forze politiche e sindacali della città contro la &lt;b&gt;decisione provocatoria&lt;/b&gt; della Basell di chiudere lo stabilimento, ha per il momento prodotto l’effetto di sospendere ogni determinazione in merito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il congelamento non può soddisfare nessuno se non è anticipatore di un progetto alternativo che assicuri ai dipendenti e alle loro famiglie la continuità del rapporto occupazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
I quindici giorni che seguiranno, a far data da oggi, dovranno  servire ad &lt;b&gt;individuare linee programmatiche occupazionali che evitino i già gravi disagi&lt;/b&gt; che la realtà locale subisce per gli effetti della depressione produttiva nella quasi totalità dei settori industriali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Il Gruppo consiliare RC-CI darà, tutto intero, il suo incondizionato appoggio alla causa dei lavoratori&lt;/b&gt; investiti nella triste vicenda in questione, ancora più amara se relazionata al fatto che la decisione della Basell di interrompere la produzione si scontra con l’evidenza di bilanci estremamente positivi.&lt;br /&gt;
Il sostegno ai dipendenti sarà concretizzato attraverso ogni forma di lotta possibile, senza nulla trascurare, partecipando ad ogni incontro sul tema e promuovendo tutte le iniziative necessarie a salvaguardare la professionalità e le prospettive del Polo Chimico ternano, nella consapevolezza che il cedimento del Polo Chimico potrebbe comportare un effetto a valanga su altre realtà produttive del territorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Capogruppo RC/CI&lt;br /&gt;
Giocondo Talamonti
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/03/tutti-vicino-ai-lavoratori-della-basell.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Comune di Terni - Atto di Indirizzo: Situazione Basell</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/02/18/giocondo-talamonti/comune-di-terni-atto-di-indirizzo-situazione-basell/478034"></link>
  <updated>2010-02-18T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>478034</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;Al Sindaco del Comune di Terni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Atto di Indirizzo :situazione Basell&lt;br /&gt;
Il Gruppo di Rifondazione Comunista/Comunisti Italiani  esprime &lt;b&gt;forte preoccupazione&lt;/b&gt; per le sorti dei lavoratori della &lt;b&gt;Basell&lt;/b&gt; dopo le notizie di un progetto di ristrutturazione che interessa anche il sito di Terni .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Considerato  che&lt;/b&gt; l’azienda, a parte una lettera alle istituzioni locali in cui si afferma solamente che faranno sapere l’esito del piano di ristrutturazione e l’ eventuale dismissione,  mostra il  silenzio più assoluto sul futuro di almeno 130 lavoratori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Preso atto  che&lt;/b&gt; la scelta dei vertici della Basell non sembra  causata  dalla crisi economica ma dai giochi finanziari che hanno coinvolto la Lyondelle e la Basell, costrette, dopo un indebitamento pesante con le banche, ad avviare una cura dimagrante che ha tagliato già in Europa centinaia di posti di lavoro;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Tenuto  conto che&lt;/b&gt;  a pagare le acrobazie finanziarie di pochi sono sempre i soliti noti, i lavoratori e le loro famiglie &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Tenuto presente che&lt;/b&gt;  in Italia e in Europa,   manca  una seria normativa sulle multinazionali e sui rapporti di queste con i territori dove vengono insediati  i propri siti produttivi;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Evidenziato  che&lt;/b&gt;, ancora una volta, detto stato di cose mette in mostra il peggio di un’economia globale completamente scollegata dalle esigenze reali dei cittadini  essendo  asservito  solo ai profitti delle grandi multinazionali;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
il Gruppo Rifondazione Comunista/Comunisti Italiani,  
impegna il Sindaco e la Giunta ad avviare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
• l’apertura di un &lt;b&gt;confronto&lt;/b&gt; serrato con la Basell, di concerto con le altre Istituzioni, per &lt;b&gt;sventare la perdita di un’altra realtà produttiva&lt;/b&gt; per il nostro territorio;&lt;br /&gt;
• gli opportuni contatti  per  &lt;b&gt;coinvolgere&lt;/b&gt; anche i &lt;b&gt;parlamentari italiani ed europei Umbri&lt;/b&gt;;&lt;br /&gt;
• la  richiesta al Governo di un  &lt;b&gt;tavolo di confronto&lt;/b&gt; con l’ Osservatorio della Chimica.&lt;br /&gt;
• la proposta di una Legge regionale  che ancori i siti delle multinazionali in Umbria alla loro responsabilità sociale, capace di &lt;b&gt;produrre una normativa in difesa delle produzioni e dei livelli occupazionali della nostra Regione&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Terni, 15.02.2010&lt;br /&gt;
Talamonti Giocondo&lt;br /&gt;
Luzzi Luzio&lt;br /&gt;
Nannini Mauro&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/02/comune-di-terni-atto-di-indirizzo.html&quot;&gt;Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: RC/CI sulla presenza di un polo universitario nella città di Terni</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/01/19/giocondo-talamonti/rcci-sulla-presenza-di-un-polo-universitario-nella-citt%C3%A0-di-terni/475344"></link>
  <updated>2010-01-19T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>475344</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Sintesi dell’intervento del gruppo RC/CI in Consiglio Comunale il 18 gennaio 2010&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Quando Terni ha fortemente voluto la presenza di un polo universitario in città, non si è trattato della bizzarria di politici locali o del desiderio emulativo nei confronti del capoluogo di regione.&lt;br /&gt;
Era un’esigenza, e tale è rimasta, per credere nello &lt;i&gt;sviluppo organico del territorio&lt;/i&gt;, per &lt;i&gt;armonizzare la sua crescita culturale e innovativa&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;per conservare il patrimonio tecnologico legato alla vocazionalità cittadina&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Oggi, la riprova che i politici del tempo avevano visto giusto, è data dalla risonanza che facoltà quali &lt;b&gt;Medicina e Ingegneria hanno avuto sul territorio&lt;/b&gt; e nelle relazioni con altre Università sia a livello nazionale che internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Il Polo Universitario ternano&lt;/b&gt; è un sistema intorno al quale ruotano una serie di attività complementari d’ordine economico, di supporto logistico e di ricerca che investe i &lt;i&gt;trasporti&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;il settore immobiliare&lt;/i&gt;, la &lt;i&gt;ristorazione&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;il tempo libero degli studenti&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;la valorizzazione turistico-culturale del nostro comprensorio&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 Di tale interesse si sono trovate investite realtà del circondario, come &lt;b&gt;Collescipoli&lt;/b&gt;, che hanno conosciuto un processo di rivitalizzazione del centro storico, investimenti pubblici e privati nati a sostegno di una rinascita culturale e materiale troppo a lungo attesa, nonostante le pressanti richieste provenienti per anni dalla popolazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Prima che qualcuno lamenti di ascoltare il solito ritornello di lagnanze ternane nei confronti di Perugia, sarà bene ricordare l’inadeguatezza delle sedi che ospitano alcune facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;b&gt;Ingegneria&lt;/b&gt; ancora dispone di &lt;i&gt;aule senza finestre&lt;/i&gt; e di strutture improprie.&lt;br /&gt;
In testa, ma soprattutto nelle coscienze, sarebbe il caso di metterci una serie di considerazioni, prima delle quali la &lt;i&gt;valorizzazione del patrimonio formativo degli studenti e dei ricercatori&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
Se si ha ancora difficoltà a capire che dall’innovazione, dalla ricerca, dallo studio applicativo delle tecnologie dipende la fisionomia che una città è destinata ad assumere nel tempo, allora significa che qualcosa si è frainteso a livello di indirizzi politici nazionali e regionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Peggio ancora se niente si è capito di come l’evoluzione sociale, economica e culturale di una comunità procede.&lt;br /&gt;
Troppo spesso l’assenza di umiltà da parte di chi è chiamato a fare delle scelte, l’arroganza di quanti ritengono che una carica politica sia il riconoscimento imperituro di competenze innate, producono i peggiori disastri materiali nella società.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Un esempio concreto è stato il dimensionamento scolastico a Terni: danni enormi, logistici, didattici, organizzativi dovuti alla presunzione di poteri decisionali che hanno obbligato a stravolgere le identità di indirizzi formativi e ogni logica strutturale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Quei responsabili politici hanno ritenuto di poter fare a meno del confronto dialettico con le parti interessate, dei suggerimenti degli addetti ai lavori, della valutazione delle realtà coinvolte nel processo di dimensionamento, affidandosi esclusivamente a pretese capacità individuali di scelta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;b&gt;Ecco, con l’Università non facciamo gli stessi errori.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Nessuno è depositario di verità indiscutibili; la gestione del territorio ha esigenze che devono essere confrontate, commisurate e soddisfatte nell’interesse di tutti.&lt;br /&gt;
Grazie a Dio, non esiste chi è in grado di assommare in sé ogni settore di conoscenza e più cauti occorre essere quando le scelte da prendere sono destinate a connotare il futuro di un’intera comunità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Terni, pur adattando nel tempo le vocazionalità territoriali, ha bisogno di seguire una logica progettuale che guarda al &lt;b&gt;consolidamento industriale&lt;/b&gt;, sia in termini di siderurgia, che di chimica, sia nel consolidamento del terziario che nella valorizzazione turistica, e per svolgere questo compito necessita di aprirsi al confronto delle idee, ad accogliere ogni utile suggerimento, a dibattere ogni proposta avendo quale obiettivo primario il bene della comunità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La presenza della TK-AST e di una serie di altre industrie di rilievo nel territorio impone che le soluzioni politiche vengano improntate a favorire lo sviluppo di una filiera che va dalla ricerca all’applicazione pratica delle risultanze di studio.&lt;br /&gt;
Quando si è obbligati a costatare che solo una piccolissima percentuale dei laureati in ingegneria viene occupato nell’industria locale, significa che poco si è fatto per favorire un processo di trasferimento degli indirizzi tecnico-formativi dall’Università al mondo del lavoro locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Sul banco degli imputati dobbiamo metterci tutti e, dall’amara costatazione del fallimento, trarre almeno la convinzione di evitare gli stessi errori per il futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Alcune problematiche sollevate questi giorni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
• politica degli spazi&lt;br /&gt;
• il numero delle docenze rispondenti alla circolare 160 del Ministero;&lt;br /&gt;
• il Personale amministrativo per la gestione 
dell’Università di Medicina;&lt;br /&gt;
• Consorzio Universitario nato come cabina di regia e come soggetto per ricevere i finanziamenti da parte di tutti (Istituzioni, fondazione, Università, privati);&lt;br /&gt;
• la razionalizzazione delle facoltà  (numero delle sedi e analisi dei costi),&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
ci inducono a riesaminare le scelte fatte  sotto un’ottica  diversa e precisamente a riconsiderarle  come  &lt;b&gt;progetto per la città&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il sistema locale richiede il potenziamento di riferimenti che, in sintonia con le caratteristiche ambientali, si dovrebbero distinguere per l’unicità e per l’ eccellenza.&lt;br /&gt;
E’ necessario rendere costante la presenza dei docenti negli Istituti universitari. Attualmente gran parte dei professori viene una volta alla settimana (e per poche ore) da Perugia pretendendo di formare così i giovani corsisti. &lt;br /&gt;
Non è questo il tipo di ricerca che vogliamo a Terni, che vuole la città e che serve a studenti e cittadini. Pertanto occorre puntare su una ricerca di qualità in grado di servire e rispondere alle esigenze di settore, concentrare gli studi su specifici campi clinici, renderli poli attrattivi e competitivi, tali da richiamare specificità regionali ed extraregionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Le risorse economiche derivanti da questo tipo di programmazione consentiranno ulteriori e susseguenti finanziamenti, in grado di perfezionare conoscenze e competenze fino ad estendere il richiamo a livello europeo e garantire alla città introiti finanziari di sicuro interesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
Occorre puntare, anche per riprendersi dalla crisi, su tre cose fondamentali:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;b&gt;Educazione Permanente degli Adulti&lt;/b&gt;;
 &lt;b&gt;Centri di Eccellenza&lt;/b&gt;
 &lt;b&gt;Università&lt;/b&gt; (con la proposizione di uno stretto legame fra Ingegneria e Medicina nella prospettiva di creare un polo di eccellenza biomedicale).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Nella consapevolezza che lo sviluppo delle nuove tecnologie è il cuore della Strategia di Lisbona, è il traguardo di crescita per il nuovo millennio fissato nel 2000 dal Consiglio europeo:  “trasformare l’Europa nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e maggiore coesione sociale”,  occorre dedicarsi ad una impostazione della conoscenza e dell’innovazione, in grado di aprire una nuova stagione di sviluppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Ecco perchè  il legame fra l’Istruzione, l’Università, la ricerca, l’impresa, la formazione, l’alta formazione sono tappe di un’unica filiera su cui scommettere non solo per la sopravvivenza del polo universitario ternano, ma anche per legare la città al processo di sviluppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
Il « Patto per il Territorio » firmato in occasione della vertenza « magnetico » del 2004 impegna il governo, le Istituzioni locali e la multinazionale TK-AST a investire, tra l’altro, sull’Istruzione e sull’Università.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Come si può pensare, infatti, di mantenere efficiente il locale polo industriale della Chimica senza creare le premesse formative nelle sedi della scuola secondaria  e dell’Università?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il sistema logistico e organizzativo del polo universitario va senza ombra di dubbio rivisto ma, sono del parere che, una volta  razionalizzato, le disponibilità  finanziarie  che restano  non possono essere disperse nel  mantenimento di corsi  che non hanno a che vedere con la vocazionalità del territorio  piuttosto che concentrarle nei settori basilari su cui si fonda l’economia locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
L’occasione di ripensamento del sistema riorganizzativo del Polo universitario serva anche a diversificare lo sviluppo economico nel nostro territorio caratterizzato principalmente da imprese che operano a livello multinazionale e da cooperative di servizi mentre è scarsamente rappresentato nel settore manifatturiero.&lt;br /&gt;
 Ciò significa che è opportuno investire sui giovani da cui possono arrivare idee utili per creare lavoro, tanto meglio se in grado di affermarsi sotto il profilo di impresa cooperativa nella realizzazione di prodotti finiti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
L’università legata all’innovazione tecnologica è la sfida vincente per essere competitivi sui mercati locali, nazionali e internazionali.






&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/01/il-polo-universitario-ternano.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Offrire un servizio fatto di opinioni, di idee su temi che riguardano la gente</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/01/07/giocondo-talamonti/offrire-un-servizio-fatto-di-opinioni-di-idee-su-temi-che-riguardano-la-gente/475225"></link>
  <updated>2010-01-07T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>475225</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Martedì 12 gennaio 2010, alle ore 10.00, presso la sala Consiliare del Comune di Terni, sarà presentato il periodico &quot;La Scossa&quot;.&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&quot;Vogliamo offrire, come gruppo (Rifondazione Comunista/Comunisti Italiani) un servizio  fatto di opinioni,  di idee sui temi che rigurdano la gente; vogliamo essere una una voce libera, un periodico aperto e per questo mandateci i vostri quesiti, le vostre testimonianze, i vostri punti di vista. Saranno molto preziosi. Vi aspettiamo a Palazzo Spada per la presentazione ufficiale de &lt;i&gt;&lt;b&gt;&quot;La Scossa&quot;.&lt;/b&gt;&lt;/i&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Il periodico sarà spedito on-line a chi ne farà richiesta (&lt;i&gt;&lt;b&gt;giocondo.talamonti@email.it&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;).&quot; 
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2010/01/la-presentazione-de-la-scossa.html&quot;&gt;Il Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
<entry>
  <title>GIOCONDO TALAMONTI: Stà arrivando &quot;LA SCOSSA...&quot;</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/12/24/giocondo-talamonti/st%C3%A0-arrivando-la-scossa/474658"></link>
  <updated>2009-12-24T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>474658</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Terni (TR) (Gruppo: Federazione della Sinistra) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Nei prossimi giorni verrà presentato il n.1 del periodico &lt;b&gt;&quot;La Scossa&quot;&lt;/b&gt;  del gruppo consiliare Rifondazione Comunista/Comunisti Italiani autorizzato dal Tribunale di Terni in data 23/12/2009 al n° 17/2009 del Registro Periodici.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Il Direttore Responsabile&lt;/b&gt; sarà il Giornalista Tomassi Alberto.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Fondatore e Direttore&lt;/b&gt; Giocondo Talamonti.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Redazione&lt;/b&gt; Luzio Luzzi e Mauro Nannini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
La presentazione è prevista per i primi giorni dell'anno presso Palazzo Spada.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Nel primo numero saranno presenti i seguenti articoli:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
- Perchè &quot;la scossa&quot; di Giocondo Talamonti&lt;br /&gt;
- Tre domande ad Oliviero Diliberto  di Giocondo Talamonti&lt;br /&gt;
- La situazione dell'azienda ospedaliera S. Maria di Terni . (Interrogazione al Sindaco del 14 settembre 2009) del Consigliere comunale RC/CI Luzio Luzzi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
La terza pagina del periodico è a disposizione di tutti quelli che intendono prendere parte alla discussione politica sui vari problemi di interesse generale.Nel primo numero è presente l'intervista al sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Chi vuole può fare richiesta di una copia elettronica de &quot;La Scossa&quot; all'indirizzo email &lt;b&gt;giocondo.talamonti@email.it&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://talamontigiocondo.blogspot.com/2009/12/sta-arrivando-la-scossa.html&quot;&gt;Blog Personale di Giocondo Talamonti&lt;/a&gt;</summary>
</entry>
</feed>
