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  <title>Openpolis - Argomento: missioni internazionali</title>
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  <updated>2011-07-21T00:00:00Z</updated>
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  <title>Luigi RAMPONI: Discussione del disegno di legge 12 luglio 2011, n. 107: (Missioni internazionali)</title>
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  <updated>2011-07-21T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Signor Presidente, signor Sottosegretario, cari colleghi, il decreto legge in conversione sostanzialmente non rappresenta una grossa novità di carattere politico, dal momento che si propone e realizza il proseguimento del finanziamento di una serie di operazioni internazionali e di interventi a favore delle popolazioni, che riproducono sostanzialmente quanto è già in atto.
Vi è qualche novità o qualche particolarità sulla quale desidero porre l'accento, per poi soffermarmi un momento sull'aspetto della cooperazione, su ciò che può rappresentare la presenza delle nostre Forze armate e le risorse che semestralmente utilizziamo nel contesto della situazione delle Nazioni che vivono momenti di emergenza e nel contesto della qualità della vita delle popolazioni che lì si trovano in difficoltà.
Come dicevo, vorrei porre l'accento su alcuni aspetti particolari, pur senza esagerare, dal momento che tutti coloro che mi hanno preceduto hanno indicato, in maniera più o meno simile, quali sono le peculiarità che caratterizzano questo decreto. La novità è sicuramente l'inserimento dell'operazione libica e il suo finanziamento. Mi piace ricordare che tale operazione è stata approvata dal Parlamento ed è stata condotta dal Governo nel suo complesso, quindi è il risultato di una nostra voluta partecipazione e risposta alle iniziative delle Nazioni Unite e della nostra partecipazione nell'ambito della NATO. Questa operazione è stata finanziata fino alla fine di settembre. Ci si augura che la situazione libica possa trovare una soluzione pacifica ma, nel caso ciò non dovesse accadere, certamente si procederà al rifinanziamento. In ogni caso, l'augurio è che termini presto: un augurio che è anche del Governo.
Vorrei inoltre ricordare e porre l'accento sulla riduzione di forze impegnate nelle missioni, che è già in atto e che segue schemi individuati dal nostro Governo e in particolare dal Ministero della difesa. L'auspicio è di realizzare entro la fine dell'anno una riduzione consistente, come ha ricordato il collega Divina, pari a circa 2.000 militari.
Vi è poi una novità a me molto gradita, che finalmente realizza ciò che due anni fa proposi nell'ambito di un ordine del giorno accolto dal Governo, ma poi regolarmente non applicato. Si proponeva, infatti, di approvare una norma in base alla quale il Governo, due mesi prima della presentazione del decreto di rifinanziamento, fosse tenuto a presentare al Parlamento (le Commissioni difesa e affari esteri del Senato) una relazione sullo stato delle operazioni internazionali, aprendo con il Parlamento una discussione volta all'individuazione di linee programmatiche, che è giusto il Parlamento dia al Governo prima che quest'ultimo metta a punto il decreto.
Vorrei ricordare la questione, che trovo interessante, della possibilità di proteggere le nostre navi vittime della pirateria, specialmente nell'Oceano indiano, attraverso due strumenti di difesa: il primo è quello concordato dalle aziende con i contractor, che dà la possibilità a civili che salgono sulle navi di reagire all'attacco dei pirati; il secondo è una protezione, assicurata da forze militari dello Stato, ma comunque pagata dagli imprenditori, che mostra la partecipazione e l'impegno del Governo alla difesa della società italiana, con riferimento alle navi che a livello internazionale sono comunque parte integrante del territorio italiano. Questa è una novità positiva.
Infine, vi è la reiterazione di una serie di norme che sostengono attività di cooperazione, ed è su questo fronte che voglio soffermare l'attenzione. Quando si parla di operazioni di pace internazionali, infatti, l'accento viene posto molto, anche giustamente, sull'attività svolta dai nostri soldati. A questo proposito, mi farebbe piacere che si smettesse di chiamarli ragazzi. Non sono affatto dei ragazzi. Quando compii 18 anni mi dissero che ero un uomo, che non ero più ragazzo e che dovevo assumermi delle responsabilità. Oggi invece si sentono chiamare ragazzi persone di 35-40 anni: ma quali ragazzi? Del resto, da quando non esiste più la leva obbligatoria, questi cosiddetti ragazzi, come si scopre quando qualcuno di essi perde la vita, sono in gran parte sposati e hanno figli. Dunque, non sono affatto ragazzi o ragazze, ma professionisti, molto coraggiosi, che danno lustro al nostro Paese e che vanno là perché vogliono farlo, e vogliono dare senso a questa partecipazione internazionale della nostra Nazione.
Per ritornare sulla questione della cooperazione, essa, sia pure con risorse che non sono mai sufficienti, è chiaro, ha però svolto in questi anni un'opera importantissima, che è giusto che i cittadini conoscano e di cui è giusto che noi teniamo conto, e che nel decreto si manifesta in una prima parte, che parla proprio di cooperazione ed è riferita alle competenze degli affari esteri, e in una seconda parte che, nell'ambito delle operazioni militari, prevede anche delle risorse per consentire di condurre, in maniera diretta e immediata da parte dei reparti, interventi nei confronti delle popolazioni. Interventi dove? Ma interventi in mille campi! Nel campo dell'agricoltura, per esempio, sono state portate avanti iniziative relative a nuovi tipi di coltura, opere di irrigazione, di bonifica, che hanno sostenuto e sviluppato, molto favorevolmente, l'agricoltura dell'Iraq, dell'Afghanistan e del Libano. Andate a vedere ciò che i nostri hanno fatto. Penso anche al campo della giustizia, dove è stato compiuto un grande sforzo per riavviare tutto il processo di preparazione dei magistrati, e delle strutture preposte, così da avere a disposizione le aule.
Lo stesso si può dire che sia avvenuto nel settore della sicurezza e della governance, che vanno di pari passo: sia i Carabinieri che la Guardia di finanza hanno svolto tutta una preparazione per interventi sia in ambito doganale che di contrasto alla criminalità.
A tutti questi si aggiungano gli interventi realizzati - non vorrei dimenticarne nessuno - nel campo della sanità, con la presenza dei nostri ospedali e anche di organizzazioni non governative (pur rimanendo nelle operazioni internazionali), con la rimessa a punto e in efficienza di ospedali fatiscenti e con l'invio di medicinali. Tutte iniziative che hanno migliorato la qualità della vita delle popolazioni presso le quali noi siamo presenti, che vanno al di là della principale - ed estremamente meritoria - opera di contrasto al terrorismo, di ristabilimento della pace, di contrasto alla criminalità e alla malavita, (perché anche questo fanno le nostre forze) e che rappresentano un aiuto generoso, importantissimo in ambito internazionale, che dà estremo prestigio ai nostri interventi.
In sostanza, quando si parla di operazioni internazionali, non bisogna limitarsi soltanto al primo, fondamentale, rischiosissimo e onerosissimo impegno nei confronti delle minacce più violente, rappresentate dal terrorismo, dai tentativi di sovvertimento e da tutti i tipi di criminalità: guardiamo anche a quest'altra componente. E siamo orgogliosi che il nostro Governo (come tanti hanno ricordato), nonostante le situazioni di difficoltà economica, riesca a tenere fede ai suoi impegni internazionali in maniera certamente adeguata al livello e al peso della nostra Nazione.
Concludo tributando un riconoscimento alla professionalità di questi nostri uomini, ma - prima di questo - desidero sottolineare che quando si calcolano le risorse disponibili per la cooperazione si deve anche considerare che non compaiono tutti i soldi che si spendono per mantenere quei soldati che là dove operano non solo fanno opera di sicurezza, ma, ad esempio, riattano strade e fanno tutte quelle cose che ho detto prima. Se non ci fossero i nostri soldati a farlo, la cooperazione, essenziale, dovrebbe spendere molto di più delle risorse che sono allocate per le sue attività, ma non come voci di spesa per il personale che fa cooperazione.
Abbiamo maturato capacità e professionalità; abbiamo dato dimostrazione di coraggio, sostenuta anche dal comportamento delle nostre famiglie; abbiamo dato prova di convergenza - devo riconoscerlo con grande piacere - al di là delle beghe e dei contrasti politici, fra la maggioranza e l'opposizione, a seconda di chi è di turno in questa funzione. Tutto ciò ha consentito, se non altro, al nostro Paese, in questo settore, di essere rispettato nel mondo e di fare in modo che tutte le popolazioni da noi sostenute nutrano sentimenti di profonda gratitudine nei confronti del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Negri).

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&amp;leg=16&amp;id=609325&quot;&gt;www.senato.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Luigi RAMPONI: Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, </title>
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  <updated>2011-07-21T00:00:00Z</updated>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(2824) Conversione in legge del decreto-legge 12 luglio 2011, n. 107, recante proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure urgenti antipirateria (Relazione orale)

RAMPONI (PdL). La convergenza tra maggioranza ed opposizione ha sempre consentito che l'Italia fosse diffusamente impegnata all'estero in operazioni di pace, di cooperazione e di stabilizzazione in ottemperanza agli obblighi internazionali assunti negli anni. Nel corso di tali operazioni i contingenti militari italiani hanno sempre dato prova di professionalità e di alta capacità, guadagnandosi il rispetto ed il riconoscimento del mondo intero. Questo è stato possibile anche grazie alla valida azione di cooperazione che le forze italiane hanno svolto in favore delle popolazioni locali e del loro sviluppo economico e sociale, nonostante l'impossibilità di avvalersi di fondi adeguati. Il decreto in esame innova rispetto al passato prevedendo non solo lo stanziamento di risorse per l'intervento in Libia, così come approvato dal Parlamento nella sua interezza, quanto anche un impegno concreto dell'Esecutivo nella progressiva riduzione dei contingenti militari di circa 2.000 unità entro l'anno. Particolare soddisfazione si deve poi esprimere per l'intenzione del Governo di coinvolgere maggiormente l'istituzione parlamentare nella definizione delle linee programmatiche relative al finanziamento delle missioni internazionali. L'intervento volto ad assicurare protezione alle navi italiane vittime della pirateria dimostra infine l'impegno del Governo a tutelare gli interessi commerciali nazionali. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Negri).



Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 585 del 21/07/2011
Discussione del disegno di legge:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&amp;leg=16&amp;id=609325&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&amp;leg=16&amp;id=609325&quot;&gt;www.senato.it/&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Roberto CASTELLI: Domani non votero' per rifinanziamento missione Libia </title>
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  <updated>2011-07-20T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: Lega) -  Viceministro  Infrastrutture e trasporti (Partito: Lega) - Consigliere  Consiglio Comunale Lecco (LC) (Lista di elezione: Lega) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&quot;Mi dispiace che Berlusconi fosse furibondo ma personalmente io domani gli daro' un altro dispiacere, perche' non votero' il decreto per il rifinanziamento delle missioni in Libia: mi dispiace, ma io la penso cosi'&quot;.&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-959010/governo-castelli-domani-votero/&quot;&gt;archivio-radiocor.ilsole24ore.com&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Luigi RAMPONI: &quot;PENSIERI SULLA SITUAZIONE IN LIBIA&quot;</title>
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  <updated>2011-06-06T00:00:00Z</updated>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PdL) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;http://www.luigiramponi.it/articoli.asp?id=296
&quot;PENSIERI SULLA SITUAZIONE IN LIBIA&quot; 
di Luigi Ramponi

&lt;b&gt;La decisione del Governo italiano di partecipare con i propri aerei da combattimento già assegnati alla Nato per le operazioni in Libia, ad azioni di fuoco contro obiettivi militari di vario genere, al fine di contribuire alla protezione delle popolazioni libiche, costituisce il fatto nuovo di questi giorni.
Gli attacchi da parte degli aerei italiani si svolgono entro i limiti definiti dalla Risoluzione n. 1973/2011 delle Nazioni Unite e costituiscono la risposta positiva da parte del nostro Governo alle richieste provenienti dal Segretario Generale della Nato Rasmussen che ha assunto la responsabilità della condotta delle operazioni.
Gli elementi di carattere operativo che stanno alla base di tale decisione, sono costituiti sia dalla diminuzione di forze a disposizione della Nato a seguito del ritiro prima totale e poi parziale, da parte degli Stati Uniti che dalla constatazione della necessità di disporre della più elevata possibile potenza di fuoco per battere le strutture e gli assetti militari di Gheddafi.
Gli italiani, che già partecipavano con 12 aerei assegnati alla coalizione, al mantenimento della &quot;No fly zone&quot; e alla protezione degli aerei alleati che effettuano da tempo attacchi al suolo contro strutture militari e sistemi d'arma delle forze armate del dittatore , hanno così deciso di rendere ancora più incisiva la loro partecipazione, rispondendo positivamente alle richieste della NatoR
Ufficialmente e, direi anche correttamente, gli attacchi aerei sono legittimati dall'autorizzazione contenuta nella Risoluzione Onu ad intervenire con azioni di fuoco a protezione della popolazione civile, ma in realtà sono indotte anche dalla speranza di giungere ad una delle due soluzioni sotto indicate.
La prima, quella di riuscire ad indebolire le forze che ancora sostengono il Presidente Gheddafi, per costringerlo ad un accordo in sede politica, che comunque preveda il suo allontanamento dal potere.
La seconda, l'esplosione di una rivoluzione generale da parte della stragrande maggioranza del popolo libico contro il dittatore, che ormai indebolito, non rappresenti più un elemento di costrizione o di timore , e porti conseguentemente alla sua cacciata.
Delle due ipotesi, per quella che prevede una &quot;sistemazione&quot; politico- diplomatica del problema si è già prodigata l'Unione africana- interlocutore che ritengo importantissimo- purtroppo sin ora senza risultati concreti.
Infatti una sua proposta di soluzione che era stata accettata da Gheddafi, è stata respinta dal Governo degli insorgenti.
Un secondo tentativo di giungere ad un accomodamento operato giorni fa dai membri dell'Unione Africana, riunitisi ad Addis Abeba con la presenza dei rappresentanti sia di Gheddafi che degli insorgenti, non ha, a sua volta, portato a nessun risultato concreto.
Ritengo che tale soluzione pacifico-diplomatica, di gran lunga la più favorevole e la più auspicata, appaia oggi di difficilissima realizzazione, giacchè dei due interlocutori, il Presidente Gheddafi assai difficilmente potrà accettare l'esilio, anche perché non vede all'orizzonte alcun tranquillo e sicuro rifugio e, quindi, non intende allontanarsi da Tripoli. 
Mentre, da parte degli insorgenti, è costante il rifiuto ad una permanenza in Libia dello stesso.
La seconda ipotesi, quella della fine di Gheddafi determinata dall'abbandono della grande maggioranza del popolo libico, appare oggi la più probabile.
E' difficile prevedere quando tale ipotesi potrà attuarsi, è difficile prevedere quando le azioni belliche della Nato, le sanzioni, il blocco degli assetti finanziari, l'isolamento cui è sottoposto il dittatore, potranno indebolirlo al punto da determinare la rivolta completa del popolo libico.
Ritengo tuttavia che constatata la realtà, questa rimanga l'ipotesi più attendibile ed è , pertanto, opportuno e necessario, da una parte produrre ogni sforzo per aiutare, sostenere, proteggere la vita e la salute della popolazione civile libica e, dall'altra, intensificare ogni sforzo di carattere bellico per annullare progressivamente, in modo determinante, la capacità operativa delle forze che sostengono il dittatore.&lt;/b&gt;
Luigi Ramponi 

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.luigiramponi.it/articoli.asp?id=296&quot;&gt;www.luigiramponi.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Dario FRANCESCHINI: Libano: vicinanza del Gruppo PD ai militari feriti</title>
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  <updated>2011-05-27T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&quot;Esprimo a nome di tutti i deputati del Pd profonda vicinanza ai militari rimasti feriti nell'attentato in Libano e alle loro famiglie&quot;. Lo afferma il capogruppo dei Democratici alla Camera, Dario Franceschini. &quot;Come sempre le nostre forze armate svolgono nelle missioni, cui sono impegnate all'estero, il loro compito in modo straordinario ed ineccepibile. Tutti gli italiani devono loro una profonda gratitudine&quot;.&lt;br /&gt;

&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.dariofranceschini.it/adon.pl?act=doc&amp;doc=5038&quot;&gt;dariofranceschini.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>CLAUDIO BURLANDO: Fincantieri: «Una battaglia che si può vincere assieme»</title>
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  <updated>2011-05-25T00:00:00Z</updated>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Pres. Giunta Regione Liguria (Partito: Lista Civica - Cen-Sin) - Consigliere Regione Liguria (Lista di elezione: Lista Civica - Cen-Sin) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&quot;Non nascondo la preoccupazione ma non sono rassegnato a perdere questa battaglia perche' si puo' vincere, tutti insieme. Non possiamo mollare la cantieristica, non lo fanno neanche Francia e Germania. Spero che all'incontro del 3 giugno il Governo inviti anche gli enti locali&quot;. 
&lt;p&gt;Lo ha detto il presidente Claudio Burlando, durante il vertice con enti locali e sindacati che si e' svolto oggi pomeriggio in Regione Liguria, in vista dell'incontro convocato venerdi' 3 giugno a Roma per discutere del piano industriale presentato da Fincantieri. 
&lt;p&gt;&quot;Questo e' un momento di confronto importante di tutta la comunita' ligure. Dobbiamo mettere da parte le polemiche e fare del nostro meglio per portare a casa dei risultati. Con l'ipotesi prospettata nel piano industriale di Fincantieri, non tiene piu' la cantieristica in Italia. Non penso che tra quattro o cinque anni la cantieristica sara' la stessa di oggi. Se chiudiamo i cantieri perdiamo le professionalita' e siamo morti. Al contrario, un sacrificio transitorio si puo' gestire. Va riconosciuta la reale difficolta' del mercato ma servono proposte per superare la crisi e affrontare la ripresa&quot;. 
&lt;p&gt;Tra le azioni da intraprendere, Burlando ha sollecitato il completamento del programma della Fremm: &quot;piuttosto che finanziare costose missioni all'estero - ha detto - sarebbe meglio investire su navi militari per avere una forza di pace che controlli il Mediterraneo. La politica puo' fare qualcosa per salvare la cantieristica italiana che va difesa. Anche il fatto che gli armatori ora costruiscano navi piu' corte e' positivo per i nostri cantieri. Sono cose che vanno studiate e bisogna 'corteggiare' gli armatori e creare le condizioni affinche' costruiscano le loro navi in Italia. C'e' poi - ha aggiunto Burlando - la nicchia delle navi da carico di altissima qualita'. Si deve trovare il modo per salvare i due cantieri liguri che, con il piano industriale, scomparirebbero.
&lt;p&gt;
  Si tratta di 7000-8000 posti di lavoro tra dipendenti diretti e indotto&quot;. Per quanto riguarda il cantiere di Genova-Sestri Ponente, Burlando ha ribadito che &quot;bisogna firmare al piu' presto l'accordo di programma per il 'ribaltamento a mare' e durante i lavori si puo' tranquillamente continuare a lavorare&quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.agi.it/genova/notizie/201105252130-cro-rt10293-fincantieri_burlando_una_battaglia_che_si_puo_vincere_insieme&quot;&gt;AGI&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Giorgio NAPOLITANO: «L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia naturale sviluppo della linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa e confortata da ampio consenso in Parlamento»</title>
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  <updated>2011-04-26T00:00:00Z</updated>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Pres. della Repubblica&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
&quot;Ancora oggi, ad ormai 66 anni di distanza da quella giornata storica, la Festa della Liberazione richiama alla nostra mente l'idea del compimento di un'opera, del termine di un percorso : la riconquista - per l'Italia - della libertà, dell'indipendenza e dell'unità, a fondamento della rinascita della democrazia&quot;. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dell'incontro con gli esponenti delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane e delle Associazioni d'Arma.

&lt;p&gt;
&quot;Ma sul significato nazionale di questa ricorrenza a centocinquantanni dall'Unità d'Italia ho parlato ieri all'Altare della Patria e non ritornerò anche perché i drammatici eventi - ha affermato il Presidente Napolitano - che accadono oltre le nostre frontiere ma intorno a noi e le profonde ripercussioni che essi hanno sul nostro stesso paese e presumibilmente ancor più avranno sul suo futuro ci inducono a guardare al 25 aprile 1945 in una prospettiva più ampia ed attuale. Oggi ci interroghiamo - ha infatti rilevato il Capo dello Stato - in Europa e in tutto l'Occidente, sulla possibilità di rivoluzioni o evoluzioni democratiche nel mondo arabo, fatto senza precedenti e carico di potenzialità straordinarie. E le previsioni non sono facili ; né è semplice il compito che può spettare a paesi come il nostro. Ma ciò non toglie che sentiamo - in particolare noi italiani nel ricordo delle lotte di liberazione e del 25 aprile - di non poter restare indifferenti di fronte al rischio che vengano brutalmente soffocati movimenti comunque caratterizzati da una profonda carica liberatoria&quot;.

&lt;p&gt;
Il Presidente Napolitano ha ribadito che &quot;non potevamo restare indifferenti alla sanguinaria reazione del colonnello Gheddafi in Libia: di qui l'adesione dell'Italia al giudizio e alle indicazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi al piano di interventi della coalizione postasi sotto la guida della NATO. L'ulteriore impegno dell'Italia in Libia - annunciato ieri sera dal Presidente del Consiglio Berlusconi - costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall'Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento&quot;.

&lt;p&gt;
&quot;Naturalmente - ha proseguito il Presidente - sappiamo bene come ai problemi di fondo che si pongono nei paesi dell'area africana e mediorientale lo strumento militare non può dare l'insieme delle risposte necessarie. La risposta di fondo anche al rischio di flussi migratori disperati e convulsi verso le nostre sponde, sta in un fattivo, forte impegno di cooperazione allo sviluppo dei paesi delle sponde Sud ed Est del Mediterraneo. Dobbiamo portarci all'altezza delle nostre responsabilità come mondo più sviluppato e ricco, mostrare lungimirante generosità, essere non solo coerenti con principi e valori di solidarietà, ma capaci di comprendere quale sia il nostro stesso interesse guardando a un futuro che è già cominciato&quot;.

&lt;p&gt;
Per il Presidente Napolitano &quot;nulla sarebbe più miope, meschino e perdente, del ripiegamento su sé stesso di ciascuno dei paesi membri dell'Unione Europea. Ciascuno dei nostri paesi ha un avvenire solo se scommette sull'unità dell'Europa, e sull'assunzione delle responsabilità che ci competono in un mondo così fortemente cambiato e in via di cambiamento. E questo è in realtà l'autentico significato della partecipazione dell'Italia e delle sue Forze Armate alle missioni internazionali&quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&amp;key=16416&quot;&gt;Quirinale.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>SERGIO GAETANO COFFERATI: «Prima tutti zitti, ora tutti in guerra»  - INTERVISTA</title>
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  <updated>2011-03-30T00:00:00Z</updated>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato Parlamento EU  (Gruppo: Gruppo dell'Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
«Guerra umanitaria, «intervento armato», «partecipazione attiva ad una missione militare». La conversazione che segue inizia con una trattativa sul termine da usare, come si fa con un sindacalista. Anche se Sergio Cofferati non è più il segretario della Cgil da quasi dieci anni. «Io la chiamo guerra, punto», è la sua prima risposta. «E la condivisione di una guerra è un errore molto grave. Peraltro destinato a creare conseguenze non tutte prevedibili, che pagheremo».
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;Ci sarebbero, oltre le altre, persino ragioni di opportunità per evitare di partecipare alla guerra in Libia?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Sì. Sono contrario all'uso della guerra come strumento per definire i rapporti fra i paesi o per stimolare la democrazia in un paese. E &lt;b&gt;&lt;i&gt;aderisco alla manifestazione del 2 aprile&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;. La via deve essere sempre quella della diplomazia. Ma in questo caso ci sono anche novità preoccupanti: abbiamo accettato la risoluzione Onu senza battere ciglio, non vedendo che contiene un paio di grandi contraddizioni. La prima: non è esplicito cosa si vuole ottenere, e questo lascia aperte varie interpretazioni. La seconda: nella risoluzione c'era già la guerra. «No-fly zone» è una definizione di un atto militare e di guerra. Aggiungo che la ritorsione avviene dopo un periodo non breve durante il quale non si sono tentate le altre vie possibili, come l'interposizione.
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;Secondo lei cosa bisognava fare quando i fedeli di Gheddafi hanno cominciato a minacciare gli insorgenti?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Non accetto questa domanda. A quel punto non si doveva arrivare. E si poteva. Gheddafi è un dittatore sanguinario, e non dalla scorsa settimana. E quelli che oggi sono i più determinati nella guerra sono gli stessi che non solo sono stati zitti sulla mancanza di democrazia in Libia, ma lo hanno armato. Una connivenza oggettiva.

&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Tra i quali l'Italia.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Sì. E questo mette in luce il nostro enorme problema di politica estera. Quella italiana, supina alle regole della realpolitik. Faccio un esempio: siamo silenti nei confronti della Cina, dove non c'è democrazia né libertà. Abbiamo rimosso Tienanmen. Trattiamo la Cina come se fosse un paese normale, perché è un grande mercato. E invece prima o poi, in qualche maniera, la democrazia e la lotta di classe anche lì arriveranno. E noi ci 'sorprenderemo', senza che aver fatto nulla per accentuare quelle contraddizioni e aiutare la democrazia. Il silenzio sulla Libia è ugualmente dettato da rapporti economici.
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;Molti commentatori sostengono che il pacifismo, questa volta, sia stato più debole. Le voci contro la guerra in oggi sono più isolate di altre volte?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Credo che quelli che da tempo hanno attenzione al tema della pace, in questo caso abbiano sottovalutato le dinamiche che si stavano innescando. Questo ritardo ha portato all'esplosione della fase cruenta, e cioè quando Gheddafi aggredisce i rivoltosi. L'afasia della galassia pacifista nasce da lì. Il tema della pace, normalmente, «riesplode». Non avendo una struttura organizzata, il pacifismo non è in grado di indicare per tempo i fenomeni che possono portare a una guerra. O li indica, ma poi non riesce a costruire azioni di intervento.
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;C'è, credo, un altro elemento determinante nell'isolamento dei pacifisti: il fatto che il presidente della Repubblica Napolitano si sia posto dall'inizio come garante del nostro intervento militare.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Sì, è possibile che la posizione netta e convinta del presidente della Repubblica abbia giocato una parte. Anche perché in questi anni ha svolto un ruolo saggio e delicatissimo di garanzia per il Paese. Per questo oggi distinguersi dalle sue posizioni è più difficile di altre volte.
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;Il Pd si è schierato per la risoluzione dell'Onu, con pochissime eccezioni.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Io, nel parlamento europeo, ho votato contro il testo che faceva riferimento alla risoluzione Onu. Intanto perché vi era già il tema della guerra, con la no-fly zone; poi perché sul tema umanitario non c'era nulla. E non penso solo all'aiuto per i rivoltosi, ma anche sull'accoglienza a chi sarebbe scappato. Da parte degli europarlamentari italiani, dire che l'Europa non ci aiuta è giusto. Ma allora non si deve votare a favore di quel provvedimento. Comunque, oggi tutto è superato: in Libia siamo ai carrarmati, che certo non volano. E intanto il nostro credito internazionale è bassissimo, il nostro ruolo marginale. E lo paghiamo: il dramma di Lampedusa è in parte anche frutto delle contraddizioni del nostro governo. Se gli immigrati sono da contrastare, quando arrivano perché gli altri governi di destra dovrebbero aiutarti? Il governo Berlusconi è vittima delle sue insensate teorie.
&lt;p&gt;


&lt;b&gt;Cofferati, la pace, Pomigliano e Mirafiori, l'adesione al Pse. Poco fa ha parlava della lotta di classe in Cina. Le sue non sono opinioni diffuse, nel suo partito. C'è una domanda di sinistra, nel Pd?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;

Penso di sì. Che fa fatica a interloquire con le altre culture che sono nel partito.&lt;br /&gt;
 Penso che nel Pd e, per capirci. nella sensibilità di una sinistra storica, le opinioni più moderate debbano avere anche altri interlocutori. I quali debbono trovare la voglia di presentarsi e la disponibilità ad essere ascoltati. Non mi rassegno all'idea che alcuni valori debbano essere rappresentati solo fuori dal Pd. Perché devo delegare ad altri, a Nichi Vendola per esempio, la loro rappresentanza? Sono valori anche miei. Miei e, credo, di tanti altri.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=YM2JN&quot;&gt;Il Manifesto - Daniela Preziosi&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Emanuele FIANO: Libia. &quot;La Russa difende vilta' e opportunismo di Berlusconi&quot;</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/03/25/emanuele-fiano/libia-la-russa-difende-vilta-e-opportunismo-di-berlusconi/559418"></link>
  <updated>2011-03-25T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>559418</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
''Le parole del ministro La Russa sono agghiaccianti e ipocrite: in diretta tv ha appena ammesso che il presidente del Consiglio di una nazione che si trova coinvolta in una missione militare, non e' disposto a venire in aula e mettere in gioco il suo ruolo a completo supporto di una missione nella quale i militari, del paese che lui governa, stanno mettendo a repentaglio la propria vita perche' e' pronto a giocare a fare il mediatore tra Gheddafi o chi lo dovesse sostituire, i ribelli e la coalizione. Questo tipo di comportamento si chiama vigliaccheria''.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Libia-Pd-La-Russa-difende-vilta-e-opportunismo-di-Berlusconi_311827448549.html#&quot;&gt;Adnkronos&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Ramon MANTOVANI: L'Onu e la guerra</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/03/23/ramon-mantovani/lonu-e-la-guerra/559238"></link>
  <updated>2011-03-23T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>559238</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse negli articoli di fondo e di commento pubblicati nelle ultime settimane su Liberazione circa la vicenda libica. Non ripeterò, quindi, i giudizi articolati sui diversi regimi investiti dalle rivolte popolari. Come non ribadirò il senso delle diverse motivazioni che militano contro l'intervento militare guerrafondaio in corso in Libia. Mi interessa, invece, mettere in evidenza un punto controverso (forse il più controverso) della questione pace-guerra oggi. Si tratta della presunta legittimazione dell'Onu a consentire intraprese militari, del tutto assimilabili alla guerra, ancorché condotte con i moderni strumenti militari che permettono alle potenze occidentali di condurre la guerra dal cielo senza subire perdite, e trasformando una delle fazioni in lotta nelle proprie truppe di terra. &lt;br /&gt;

Non c'è telegiornale o talk show, non c'è pensoso commentatore ed &quot;esperto di politica internazionale&quot; o di &quot;politica militare&quot;, tranne qualche mosca bianca generalmente censurata, che dica o scriva che le Nazioni Unite hanno autorizzato..., hanno legittimato…, hanno deciso…, e così via.
&lt;p&gt;
Come qualcuno dovrebbe pur ricordare, la guerra contro la Repubblica Federale Yugolslava del '99 non fu nemmeno discussa in sede di Consiglio di Sicurezza Onu e l'allora Segretario Generale lamentò di non essere nemmeno stato informato dell'inizio dei bombardamenti. Fu, invece, il G7 allargato alla Russia a decidere, pur essendo un puro incontro informale non retto da alcun trattato internazionale, la fine del conflitto. Come qualcuno dovrebbe ricordare, sul precedente conflitto bosniaco l'Onu esercitò la propria funzione predisponendo una missione militare d'interposizione allo scopo di impedire la continuazione del conflitto armato. Peccato che, non disponendo di propri strumenti militari, per altro previsti fin dal 1945 nell'articolo 43 dello Statuto, ma mai organizzati a causa della guerra fredda, dovette ricorrere al buon cuore di paesi volontari ed organizzò una forza di circa 5000 unità invece delle 60.000 considerate necessarie. Così i baschi blu dell'Onu nulla poterono contro le diverse pulizie etniche fino all'intervento della Nato, che venne fatto esattamente dai paesi che si erano rifiutati di mettere a disposizione dell'Onu le truppe necessarie affinché la missione di interposizione avesse successo. Senza ricordare questi due precedenti è difficile capire cosa stia succedendo oggi in Libia, giacché si tratta di un caso analogo a quello della Repubblica Federale Yogoslava. Analogo perché si tratta di un paese membro dell'Onu, dilaniato da una guerra civile interna. L'analogia, però, finisce qui. Anche se distingue inequivocabilmente questa fattispecie di casi da quelli dell'Afghanistan e dell'Iraq. 
&lt;p&gt;
Lasciamo perdere i &quot;motivi umanitari&quot; ai quali credono solo gli ipocriti e cinici complici degli obiettivi neocoloniali conclamati delle potenze occidentali. Stiamo sul punto della funzione dell'Onu e sulla sua presunta facoltà di legittimare e autorizzare intraprese militari di parte. 
&lt;p&gt;
Di fronte alle tragedie umanitarie prodotte da un conflitto armato che sia in grado di minacciare la pace a livello internazionale, senza entrare nello specifico della situazione libica, cosa dovrebbe fare l'Onu?
&lt;p&gt;
In più articoli dello Statuto si parla chiarissimo. Non ho qui lo spazio per citare lo Statuto (ne consiglio però una ri-lettura periodica come per la Costituzione Italiana). Ma non temo smentite se affermo che è improntato alla soluzione negoziale e diplomatica di ogni conflitto, all'idea di riduzione drastica degli apparati e delle spese militari ed alla ricerca di soluzioni collettive e concordate dei conflitti. Ovviamente lo Statuto prevede anche interventi militari, ma solo nel caso falliscano tutte le azioni non militari (previste negli articoli 40 e 41). 
Chiunque può giudicare se l'Onu abbia o meno esperito tutti i tentativi che il suo statuto prevede per mettere fine ad un conflitto nel caso della Libia. Eppure ci sono state proposte per esercitare una funzione di mediazione, proposte per avviare un negoziato. Tutte volutamente ignorate sia dai ribelli anti-Gheddafi sia dalle potenze occidentali. E fin qui è normale e sembra la copia esatta della vicenda kosovara. Ma sono state ignorate anche dal Segretario Generale dell'Onu! Che però, per questo, è venuto meno ad un suo preciso compito statutario. A nulla vale dire che bombardare una parte in lotta in una guerra civile è una azione in difesa dei civili, come ha fatto Ban Ki-moon. È un grottesco aggiramento e svuotamento dello Statuto dell'Onu. 
In altre parole la risoluzione del Consiglio di Sicurezza è illegittima, ed anche ove la colpevole astensione di Cina e Russia, che solo ora sembrano accorgersi della vera natura guerrafondaia della risoluzione (sic), lo abbia reso apparentemente legittimo, è più che criticabile. E non giustifica in nessun modo l'atteggiamento di chi, governo od opposizione che sia, vorrebbe venderlo come oro colato. &lt;br /&gt;

Ma c'è di più. &lt;br /&gt;

Anche questa vicenda dimostra che è assurdo, sempre che i principi e il diritto internazionale abbiano un valore, che dopo ventidue anni dalla fine della guerra fredda l'ONU non disponga di una propria forza militare permanente per esercitare la funzione di polizia internazionale, come previsto dall'articolo 43 del suo Statuto. 
&lt;p&gt;
Rimanendo nel regime &quot;transitorio&quot; per cui il Consiglio di Sicurezza deve &quot;autorizzare&quot; missioni di paesi &quot;volonterosi&quot;, spiegato se non giustificato dall'equilibrio della guerra fredda, si codifica e cristallizza il monopolio occidentale (leggi soprattutto Nato) dell'uso della forza militare. 
Mi si scuserà la sommarietà del paragone, ma è come dire che uno stato emana leggi ma non avendo una polizia ai propri ordini, deve affidarsi alle polizie private dei più potenti cittadini, per farle rispettare. Ci saranno leggi per cui si troverà la polizia ed altre che rimarranno inapplicate per mancanza della forza necessaria. Ed è esattamente ciò che succede nel mondo. 
&lt;p&gt;
Tutti quelli che si dichiarano difensori dei diritti umani, preoccupati per le crisi umanitarie, desiderosi di promuovere la democrazia in ogni dove, e che fanno finta di non sapere queste cose o, peggio ancora, le ignorano, accettando l'idea che lo Statuto dell'ONU sia una variabile dipendente dagli interessi dei paesi più armati e più potenti non è solo ipocrita. È complice e servo della dittatura &quot;occidentale&quot; che trascina il mondo nella catastrofe e che uccide lentamente le Nazioni Unite riducendole sempre più a &quot;notaio&quot; delle proprie decisioni.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it/news-file/L-Onu-e-la-guerra---LIBERAZIONE-IT.htm&quot;&gt;liberazione.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Rosanna FILIPPIN: Afghanistan. &quot;Rispetto per l'impegno dei militari, ma serve una riflessione sull'impegno a Kabul&quot;</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2011/01/02/rosanna-filippin/afghanistan-rispetto-per-limpegno-dei-militari-ma-serve-una-riflessione-sullimpegno-a-kabul/549519"></link>
  <updated>2011-01-02T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>549519</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Assessore  Comune Bassano del Grappa (VI) (Partito: PD) - Assessore  Comune Bassano del Grappa (VI) (Partito: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Cordoglio per i familiari di Matteo Miotto, rispetto per l’impegno dei militari, ma anche invito a ripensare forme e obiettivi della missione italiana a Kabul.
&lt;br /&gt;
È quanto esprime Rosanna Filippin, segretario regionale del Pd Veneto, in una sua dichiarazione.
&lt;p&gt; “Questo è il momento della vicinanza ai familiari dell’ennesima vittima della guerra e del rispetto per il rischio che i nostri giovani militari corrono quotidianamente. Ma l’ennesima morte di un giovane figlio del Veneto deve spingerci tutti ad una seria riflessione. 
&lt;p&gt;È tempo di fare un bilancio politico dell’impegno militare in Afghanistan. La comunità internazionale sta ripensando le proprie prospettive di impegno a Kabul. Lo stanno facendo gli Stati Uniti, è giusto che lo faccia anche l’Italia, di concerto con il resto dell’Europa. 
&lt;p&gt;Questa missione dura da quasi dieci anni. Si era posta degli obiettivi che ancora non ha raggiunto. Di fronte a questo, non ci si può limitare a riproporre un rituale appello al senso di responsabilità internazionale del paese. 
Perché forse sono gli strumenti e le forme della lotta al terrorismo che vanno ripensati globalmente”.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.partitodemocraticoveneto.org/dett_news.asp?ID=1874&quot;&gt;www.partitodemocraticoveneto.org&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Giuseppe GIULIETTI: Afghanistan: “No alle bombe, sì al ritiro”</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/10/11/giuseppe-giulietti/afghanistan-%E2%80%9Cno-alle-bombe-s%C3%AC-al-ritiro%E2%80%9D/546960"></link>
  <updated>2010-10-11T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>546960</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: Misto) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
“Non bastano le bombe, serve una strategia”, così scrive il generale Fabio Mini su “Repubblica”. Come se non fosse stato sufficientemente chiaro aggiunge: “La Nato e gli Stati Uniti non sanno cosa fare e i nostri soldati ‘non ci capiscono più niente’ perché la strategia è inefficiente: non ci sono idee e nessuno crede più a quelle finora propagandate. In queste condizioni i nostri soldati continueranno a morire senza sapere perché e per chi. &lt;br /&gt;
In compenso questo lo sa chi, parlando più di aerei, portaerei, carri armati e bombe, manda messaggi incoraggianti a chi su queste cose e sui morti ci specula.”.

&lt;p&gt;
Che altro aggiungere? Il generale Mini non è un militante pacifista, ma un militare abituato al freddo ragionamento sugli scenari, sull’analisi delle forze in campo, sulle possibili prospettive militari e, soprattutto, politiche.
Parole analoghe sono state pronunciate dai collaboratori del presidente Obama, sono risuonate nell’aula del Congresso, stanno animando il dibattito in tutta Europa.

&lt;p&gt;
Quasi nessuno osa più negare il fallimento strategico e tattico di una missione che era iniziata con l’obiettivo di colpire Bin Laden e i santuari del terrorismo ed, invece, rischia di concludersi con una strage continua e con la riconsegna di tanta parte del territorio proprio agli odiati talebani, tornati ad essere i signori e i padroni di oltre la metà del territorio nazionale.

&lt;p&gt;
Di fronte ad un quadro drammatico, solo e soltanto in Italia il dibattito, come ha ricordato il generale Mini, vola ad altezza zero, ridotto a slogan, a spot, a retorica, persino di fronte ad altre vite umane stroncate. Al ministro La Russa viene in mente, solo e soltanto, di armare gli aerei,di trasformare la presunta missione di pace in una nuova missione di guerra. Capita persino che qualche esponente della opposizione lo prenda sul serio!

&lt;p&gt;
Dal momento, tuttavia, che il ministro della difesa ha rivolto un appello ai singoli parlamentari invitandoli ad esprimere un voto di “responsabilità nazionale”, vorrei usare questo spazio non solo per declinare l’invito, ma per precisare che, in questa occasione, il mio non sarà solo un voto contro le super bombe, ma anche un voto per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan prima che sia troppo tardi; prima che sia definitivamente compromessa la possibilità stessa di elaborare un nuovo piano d’azione internazionale, come peraltro chiedono con grande forza le voci più accreditate sul piano politico e diplomatico.

&lt;p&gt;
La manifestazione del prossimo 16 ottobre che ha ormai assunto le caratteristiche di una grande giornata per la democrazia, la legalità, i diritti e la Costituzione, servirà anche a ricordare a tutti noi l’articolo 11 e il ripudio della guerra, altro che gli aerei e le super bombe del ministro La Russa!&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://temi.repubblica.it/micromega-online/afghanistan-giulietti-no-alle-bombe-si-al-ritiro/?printpage=undefined&quot;&gt;micromega-online&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Antonio DI PIETRO: Subito via da Afghanistan</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2010/02/26/antonio-di-pietro/subito-via-da-afghanistan/479310"></link>
  <updated>2010-02-26T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>479310</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: IdV) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Antonio Di Pietro spinge per un ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan. Commentando l’attentato di venerdì mattina a Kabul in cui ha perso la vita anche il consigliere diplomatico italiano Pietro Colazzo il leader dell’Italia dei Valori ha spiegato:  «Da tempo sosteniamo che in Afghanistan non ci sono più le condizioni iniziali per portare avanti una missione di pace, ma c’é una guerra guerreggiata, tra differenti fazioni, alla quale la nostra Costituzione vieta di partecipare».

&lt;p&gt;
Di Pietro, in una nota prosegue:  «Per questo l’IdVchiede il ritiro delle truppe italiane e la messa in sicurezza del nostro personale attraverso la pianificazione immediata di una exit strategy per portare a casa i nostri soldati».

&lt;p&gt;
«In merito al tragico attentato  – conclude  Di Pietro – chiediamo al Governo di venire urgentemente in Parlamento a riferire».&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/attentato-kabul-di-pietro-subito-via-da-afghanistan-261722/&quot;&gt;Blitz quotidiano&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Giorgio NAPOLITANO: Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica  [youtube]</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/12/31/giorgio-napolitano/messaggio-di-fine-anno-del-presidente-della-repubblica-youtube/475068"></link>
  <updated>2009-12-31T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>475068</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Pres. della Repubblica&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Palazzo del Quirinale, 31/12/2009. 
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=wJjHZafYiOw&quot;&gt;Il Quirinale.it/youtube.com&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Giorgio NAPOLITANO: Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica. </title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/12/31/giorgio-napolitano/messaggio-di-fine-anno-del-presidente-della-repubblica/475067"></link>
  <updated>2009-12-31T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>475067</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Pres. della Repubblica&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Palazzo del Quirinale, 31/12/2009.
&lt;p&gt;




Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende. Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l'Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.

&lt;p&gt;
Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale: non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d'uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie. Proprio questo è invece accaduto nel corso dell'ultimo anno. L'Italia - sempre restando ancorata all'Europa - ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L'Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

&lt;p&gt;
Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.

Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.

&lt;p&gt;
Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.C'è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi ; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell'Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subito colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l'occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

&lt;p&gt;
Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell'economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo - dalla crisi deve e può uscire un'Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l'impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.

&lt;p&gt;
Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

&lt;p&gt;
Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un'alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi &quot;atipici&quot;, comunque temporanei.

&lt;p&gt;
Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell'attenzione politica e sociale, e quindi dell'azione pubblica. L'economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l'Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l'Italia, si può dare una risposta ai giovani che s'interrogano sul loro futuro.

&lt;p&gt;
C'è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un'occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà : ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.

&lt;p&gt;
Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest'anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l'orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia ; la passione e l'impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura. Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori ; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell'insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo ; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l'opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

&lt;p&gt;
Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare : proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà. La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con &quot;rattoppi&quot;, vanno presentate e dibattute un'analisi e una proposta d'insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.

&lt;p&gt;
E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all'interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali. La Costituzione può essere rivista - come d'altronde si propone da diverse sponde politiche - nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L'essenziale è che - in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione - siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

&lt;p&gt;
Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell'intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

&lt;p&gt;
Il nuovo slancio di cui ha bisogno l'Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest'anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell'Aquila e dell'Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

&lt;p&gt;
E' necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari : penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.

&lt;p&gt;
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

&lt;p&gt;
Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

&lt;p&gt;
E' necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

&lt;p&gt;
Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l'impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo - che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell'allarme per il clima e per l'ambiente - ritroviamo l'ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l'esigenza dell'unità della nazione italiana.

&lt;p&gt;
In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto : esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E' uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell'aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
&lt;p&gt;

Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione: un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.

&lt;p&gt;
Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all'estero. Mi ha detto - dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale - che lui e i suoi &quot;ragazzi&quot; traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

&lt;p&gt;
Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all'opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell'ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali.

&lt;p&gt;
E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

&lt;p&gt;
Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all'Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall'America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l'esempio della nostra pace nella libertà.

&lt;p&gt;
Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall'Italia ma con l'Italia nel cuore.

&lt;p&gt;
Ancora buon anno a tutti&quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&amp;key=1758&quot;&gt;Il Quirinale.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Antonio POLITO: Mille buone ragioni che nessuno spiega agli italiani</title>
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  <updated>2009-09-22T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>417852</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Se l’Italia è stanca di guerra, se il popolo non si aduna come avvenne sei anni fa per Nassiriya, se i sondaggi dicono «ritiro» come quelle voci che si sono levate in San Paolo fuori le mura, non possiamo cavarcela dando la colpa alle voci dissonanti nella politica.
&lt;p&gt; Bossi e Di Pietro sono come due cani da caccia, alzano il naso e lo mettono al vento; lo annusano, non lo producono. Più che con loro, dovremmo prendercela con le voci consonanti del resto della politica, quella che ha governato prima e quella che governa ora. Da anni, a ogni obiezione sulla nostra missione in Afghanistan, la risposta della politica che conta è sempre la stessa: dobbiamo restare perché restano gli alleati (che poi vuol dire gli americani).
&lt;p&gt; Il sottotesto di queste dichiarazioni è: ce ne vorremmo andare anche noi, prima o poi ce ne andremo, non possiamo restare all’infinito e ci siamo anzi già stufati.
&lt;p&gt; Ma ce ne potremo andare solo quando ce lo dirà qualcun altro, quando se ne andranno tutti, quando a Washington si deciderà così. Prendete l’ultima trovata semantica di Berlusconi. Stretto tra Bossi che gli chiede una exit strategy e Obama che gli impone una strategia per restare, lui ha tirato fuori una «transition strategy»; che in termini politici vale come le «convergenze parallele» della Prima Repubblica, non vuol dire niente e accontenta tutti. 
&lt;p&gt;Ma se per anni i nostri governanti hanno convinto il Paese che neanche loro ci credono a quella missione, e che ci stanno solo per ragioni diplomatiche, di opportunità, nella migliore delle ipotesi per orgoglio nazionale, perché mai gli italiani si dovrebbero invece entusiasmare? 
&lt;p&gt;Perché non dovrebbero pensare che ogni nostro soldato che muore o viene ferito è un obolo pagato a una causa astratta e oscura, politica e di potere, una roba da cancellerie, da rapporti tra stati? Ci sono mille buone ragioni per tenere i nostri soldati in Afghanistan, e per completare l’opera. Ma nessuno le evoca mai.
&lt;p&gt; Una buona ragione - che gli italiani capirebbero - è che non vogliamo che in Afghanistan possa mai più capitare a un ragazzo quello che capita al protagonista del Cacciatore di Aquiloni. Un’altra buona ragione è che non vogliamo che a nessuna donna afghana possa più capitare quello che capita alle donne di Mille splendidi soli, l’altro romanzo di Khaled Hosseini. Un’altra ancora è che vogliamo che le bambine afghane possano andare a scuola. O che le minoranze etniche e linguistiche non vengano oppresse. O che l’Afghanistan smetta di essere il fornitore di oppio per tutti i trafficanti di droga del mondo. O che i talebani vi ospitino un altro Bin Laden per progettare un altro attacco alle Due Torri. Ce ne sono migliaia di buone ragioni per restare là, e tutte comprensibili per gli italiani. 
&lt;p&gt;Si può anzi dire che mai nessuna missione internazionale ha avuto così tante buone ragioni. Però nessuno le dice più. Come se nessuno ci credesse più. E forse davvero nessuno più ci crede, perché l’Occidente ha consentito che tutte queste brutte cose, che noi dovevamo eliminare con i nostri soldati, continuino ad accadere anche con la «democrazia»: ha consentito che un governo corrotto truccasse e vincesse le elezioni, ha consentito che leggi contro le donne fossero varate, ha consentito che i talebani si finanzino con l’oppio tenendo così in piedi un’intera economia agricola.
&lt;p&gt; Pensosi, i nostri politici ci dicono che in Afghanistan non bastano le armi se non si vincono anche «i cuori e le menti degli afghani». Giusto. Ma da anni i nostri politici hanno smesso di conquistare «i cuori e le menti» degli italiani, non cercano neanche più di spiegare loro per quali ideali vale la pena che i nostri soldati rischino la vita. Di questo passo ce ne andremo. Non solo noi italiani, ma pure gli altri. E, come successe alla fine dell’occupazione sovietica, l’Occidente volterà le spalle per la seconda volta a quel popolo, e lo consegnerà per la seconda volta nelle mani dei suoi aguzzini.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=NGE6N&quot;&gt;Il Riformista - Antonio Polito&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Grazia FRANCESCATO: La guerra non porta mai la pace</title>
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  <updated>2009-09-20T00:00:00Z</updated>
  <author>
    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>417851</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Cari Antonio, Matteo, Massimiliano, Davide, Roberto e Gian Domenico oggi per noi è un giorno di estremo dolore. Il vostro sacrificio si è consumato in una città lontana. A Kabul, in Afghanistan, teatro di una guerra che non conosce fine e in cui si alternano da decenni divise diverse. Prima quelle inglesi, poi quelle russe, i turbanti neri dei talebani e ora quelle americane, della Nato e anche quelle con il tricolore. Ci hanno detto, in questi lunghi anni, che vi mandavano a ristabilire la pace.

&lt;p&gt;
Ma di pace ne avete vista ben poca. Un’immagine sul computer con le foto dei vostri cari, una lettera, la mensa del battaglione. Poi via di corsa a sfrecciare in strade polverose che nascondono un suicida pronto a togliervi la vita. Qui in Italia, fino a oggi, dell’Afghanistan non si è parlato molto. O meglio se n’è parlato come una volta si faceva nei cinegiornali. Le elezioni che dovevano essere il seme della democrazia. Voi sapete com’è andata davvero. Poi qualche immagine delle nostre autorità che visitano il contingente.

&lt;p&gt;
Con la mimetica, proprio come fanno gli americani. Ed infine cronaca spicciola. Anche quando i militari tedeschi hanno sbagliato e sono morti tantissimi civili. In tanti in questi giorni esprimeranno il proprio dolore per la vostra vita spezzata. L’accompagneranno con la solidarietà alle vostre famiglie. Lo facciamo anche noi. E insieme chiediamo che vengano ritirati i vostri compagni da quello che assomiglia sempre più maledettamente a un inferno. Chiediamo che venga fermata una guerra insanguinata che dura ormai da otto anni e che non ha prodotto nessun risultato. Per questo ci chiameranno “sinistra radicale”, ci daranno degli irresponsabili. Il ministro della Difesa - a caldo - ha dichiarato che «la missione non cambia».

&lt;p&gt;
Che il governo continuerà sulla stessa strada perché bisogna sconfiggere il terrorismo. Ma voi quella strada l’avete percorsa in lungo e in largo e lo sapete meglio di me che non c’è una fine. L’unico modo per onorare, davvero, la vostra morte e quella di migliaia di civili afgani non sono gli slogan ad effetto e le frasi di circostanza ma è restituire voce alla politica convocando immediatamente una Conferenza internazionale di pace per l’Afghanistan, come chiediamo ormai da anni. Serve un’assunzione di responsabilità che vada oltre la retorica. Occorre impegnarsi con forza per costruire una “exit strategy” che non è una fuga da quei luoghi martoriati, bensì un’altra idea della pace e della sicurezza. Perché la pace non può attecchire sulla guerra.
&lt;br /&gt;


 
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://www.terranews.it/opinioni/2009/09/la-guerra-non-porta-mai-la-pace-di-grazia-francescato&quot;&gt;Terra.it&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Romano PRODI: «In Afghanistan necessario parlare con tutti, la via è il dialogo»</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/09/19/romano-prodi/%C2%ABin-afghanistan-necessario-parlare-con-tutti-la-via-%C3%A8-il-dialogo%C2%BB/417790"></link>
  <updated>2009-09-19T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>417790</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
«Siamo là per aiutare
a ricostruire, sarebbe sbagliato
andarsene in questo momento»&lt;br /&gt;
«E' evidente che gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno intenzione di colonizzare Kabul».
&lt;p&gt;
Non c’è verso, la politica italiana gli dà l’orticaria. Le ultime di Bossi? Berlusconi? Romano Prodi non ne vuol proprio parlare, ma invece la politica estera continua ad appassionarlo: si tiene aggiornato (tre giorni fa Vladimir Putin lo ha ricevuto per un’ora al Cremlino, quasi fosse un premier in carica) e dunque sulla questione afghana il Professore ha le idee chiare.
&lt;p&gt; Dice Prodi: «L’obiettivo della missione Isaf è quello di aiutare il nuovo Stato a stabilizzare le sue strutture, dando un futuro a quel popolo. E dunque all’indomani di un attentato ritirarsi - o dare anche soltanto l’impressione di allontanarsi - sarebbe un errore, oltretutto tatticamente anche pericoloso». 
&lt;p&gt;Ma Prodi dice qualcosa in più: «Ho sempre pensato e continuo a pensare che, accanto alla presenza militare, la strada maestra sia quella della politica. Avendo la capacità di avviare contatti con tutti, anche là dove disperi di trovare ascolto. Bisogna parlare con tutte le forze in campo. Sapendo distinguere e isolare chi non è disposto a dialogare».

&lt;p&gt;
Romano Prodi vuol dire che a questo punto non bisogna farsi scrupoli nel dialogare con l’ala meno oltranzista dei Taleban. In Italia posizioni di questo tipo, nel passato, sono state sommerse da un diluvio di anatemi e ne sa qualcosa l’ex leader dei Ds Piero Fassino, che osò dirlo due anni fa. Ma Prodi sa bene che questo è lo schema utilizzato con successo in Iraq dal generale Petraeus e sa bene che esattamente questa è la posizione del Presidente degli Stati Uniti. E tra l’altro, i vertici militari statunitensi e inglesi, in un incontro riservato svolto due giorni fa a Londra, avrebbero valutato che proprio questo è l’approccio da perseguire. Seppur consapevoli delle difficoltà derivanti dalla differenza tra la struttura più compatta dei clan iracheni e quella più parcellizzata, per villaggi, dell’Afghanistan. 
&lt;p&gt;Sostiene Prodi: «L’Afghanistan è stato a lungo usato come territorio di guerra dai Paesi circostanti, è stato luogo di commercio di droga, ma ora né gli Stati Uniti né i Paesi che partecipano alla missione, intendono colonizzare l’Afghanistan».

&lt;p&gt;
Sulla politica estera Romano Prodi si tiene in palla. A 70 anni ha ripreso a girare il mondo. Qualche mese fa, a Pechino, il primo ministro cinese Wen Jabao lo ha voluto a cena, tre ore di colloquio così informale che l’incontro si è svolto senza la presenza degli ambasciatori. Un anno fa, a Teheran, il Professore ha incontrato Ahmadinejad, tre giorni fa Prodi era al Cremlino con Putin, presto riprenderà le lezioni alla Brown University, una delle più prestigiose e selettive università americane.
 E fra qualche giorno il Professore inizierà una nuova, sorprendente attività: quella di commentatore alla televisione cinese.

&lt;p&gt;
Eppure, anche in Italia fioccano gli inviti. La scorsa settimana l’Ufficio Studi di Confindustria lo ha invitato ad un convegno sulle prospettive dell’economia. E in quella circostanza, alla presenza della presidente Emma Marcegaglia, parlando della sua passione da economista per le imprese, Prodi ha raccontato un aneddoto davvero gustoso: «Si è sempre detto di un mio rapporto difficile con Enrico Cuccia. In realtà ebbi un unico contrasto con lui. Una volta l’incontrai e mi disse: “Professore, ho sentito che lei va a visitare le imprese: non lo faccia perché ci si affeziona...”». Lì parlava il pragmatismo del banchiere, ma Prodi tiene il punto: «E invece io mi appassiono!».&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=NFMWU&quot;&gt;La Stampa - Fabio Martini&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Pier Luigi BERSANI: Afghanistan. «Basta indecisioni, un disastro andare via adesso»  -  INTERVISTA</title>
  <link rel="alternate" href="http://politici.openpolis.it/dichiarazione/2009/09/19/pier-luigi-bersani/afghanistan-%C2%ABbasta-indecisioni-un-disastro-andare-via-adesso%C2%BB-intervista/417788"></link>
  <updated>2009-09-19T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
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  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;Il Carroccio tenta di lucrare, ma l'esecutivo è sconcertante. Si chiarisca le idee e poi venga in Parlamento con una proposta.
&lt;p&gt;
Critica gli «ondeggiamenti» del governo, richiama Di Pietro ad uno stile più attento. Pierluigi Bersani, nell’intervista, condivide però senza mezzi termini la linea del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che esclude qualsiasi ritiro da Kabul. «Sono parole solide e sagge - spiega il candidato leader del Pd - Anche perché, nelle ultime ore, da parte del governo, ci sono state dichiarazioni incerte. Noi invece diciamo con chiarezza, nel ribadire il lutto e il dolore, che non possiamo andare via da soli. È una missione che coinvolge tredici paesi più la Nato, anche altri hanno pagato un tributo di sangue. Se adesso andassimo via tutti sarebbe un disastro, una caduta di credibilità, una sconfitta storica della comunità internazionale di fronte ad un regime oscurantista e terrorista. Non può essere questa la risposta. Così come non può essere quella di restare lì e basta».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;A sinistra, però, non tutti sono su questa linea. Di Pietro, ad esempio, la pensa in maniera molto diversa.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Spero che nell’opposizione ci sia un modo attento di ragionare. L’Afghanistan non è l’Iraq, Anzi, l’avventura irachena è stata una causa indiretta dell’indebolimento dell’iniziativa in Afghanistan che, ricordiamo, è sotto l’egida dell’Onu. Insomma, non possiamo sottrarci al nostro impegno. Il che non vuol dire che non ci possa essere una riflessione ponderata. E, anche in presenza di oscillazioni così evidenti nel governo, bisogna avere una posizione chiara».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Cioè?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Già nel febbraio del 2007, con Prodi al governo e D’Alema ministro degli Esteri, avviammo un’iniziativa molto chiara, alla quale cominciarono ad aderire molti paesi europei, a cominciare dalla Spagna. Proponevamo una conferenza con tutti gli alleati che affrontasse due temi. Un adeguamento della strategia militare e un’estensione delle responsabilità a livello internazionale. Ci sono paesi cruciali, dal Pakistan all’Iran, e paesi come la Russia e la Cina che dicono di stare lì ma non danno una mano. Occorre una strategia che privilegi il controllo del territorio finendola con i bombardamenti, che responsabilizzi le forze locali e che garantisca che non si ritorni a un regime sanguinario. Una linea che non ebbe successo in epoca Bush ma che è stata ripresa da Inghilterra, Francia e Germania. Notiamo con amarezza che nel gruppo non c’è l’Italia...». 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Scusi, ma non ha la sensazione di essere stato scavalcato a sinistra da Bossi?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Siamo un partito di governo, non ragioniamo sull’onda delle emozioni. La Lega spera, invece, di lucrare con la sua strategia di lotta e di governo. Ma questo è un tema serio, ci sono 3mila italiani sul campo, lo Stato deve parlare con chiarezza. Non si possono fare speculazioni politiche».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Fra La Russa e Bossi quale linea sceglierete in Parlamento?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Giovedì è stata una giornata sconcertante. Prima la linea di La Russa, poi dopo due ore le dichiarazioni di Bossi, infine Berlusconi che tenta di aggiustare i cocci. Non è un modo serio di affrontare i problemi. Cerchiamo, ora, di accogliere con dignità le salme e di stare vicini alle famiglie. Quindi, il governo raccolga le idee, raffreddi la testa e poi la settimana prossima si presenti con un giudizio possibilmente unitario ed equilibrato». 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Anche il Pd ha i suoi problemi. A cominciare dalla futura leadership...&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;«Intanto definire un congresso un problema interno non è corretto. E poi, come si vede in queste ore, sull’Afghanistan, stiamo garantendo una posizione univoca nel nostro partito».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Anche sul Mezzogiorno? Per il Sud il governo ha annunciato un piano Marshall. Dal Pd non sono arrivate ricette organiche.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Se mi consente noi avevamo cominciato a produrre fatti. Siamo in una fase particolare della vicenda meridionalistica, invece di combattere il divario si cerca di interpretarlo, con una certa facilità di tirare fuori parole come piani Marshall, agenzie, casse. Tutte cose che vogliono solo mascherare la rinuncia».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Ma, in concreto, che cosa bisogna fare?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Occorre tenere fermo, per cinque-dieci anni, il credito di imposta sugli investimenti e l’occupazione aggiuntiva. Poi, premiare le amministrazioni che assicurano standard di servizi in linea con quelli erogati in altre parti del Paese. Infine, bisogna riprendere un tavolo di concertazione con le parti sociali e i protagonisti istituzionali per rimettere il Sud al centro delle politiche»&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=NFOMJ&quot;&gt;Il Mattino - Antonio Troise&lt;/a&gt;</summary>
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  <title>Ignazio Roberto Maria MARINO: Afghanistan. «Se siamo in guerra dobbiamo ritirarci»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-09-19T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>417786</id>
  <summary type="html">Alla data della dichiarazione: Senatore (Gruppo: PD) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br /&gt;
Ignazio Marino, senatore del Pd e candidato alla segreteria, vuole sapere se l'Italia sta combattendo una guerra oppure no. Se le condizioni dei nostri soldati sono le stesse di quando si è votata la missione. E, se sono cambiate, come. Per verificare che non siano in contrasto con l'articolo 11 della nostra Costituzione, quello che dice che «l'Italia ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali». Perché se così fosse, non si potrebbe più stare là. E gli unici che possono dirlo sono i ministri degli Esteri e della Difesa, invitati a riferire al più presto in Parlamento.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Senatore, lei ieri ha detto che «sono cambiate le condizioni per la nostra presenza in Afghanistan». Cosa intende dire?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Sarei arrogante se dicessi che sono sicuro che le condizioni sono cambiate. E quindi non lo dico. Ma ci sono degli indizi che lo fanno pensare, e da cui bisognerebbe partire per aprire un ragionamento sull'opportunità o meno della nostra presenza in quel paese.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Parla dei sei soldati morti l'altro giorno?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Non solo. Già nell'agosto scorso alcune dichiarazioni del ministro della Difesa La Russa facevano intendere che qualcosa era cambiato. Ecco, ci devono spiegare cosa.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;In che modo?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
I ministri degli Esteri e della Difesa, che sono gli unici che davvero hanno il quadro completo della situazione, devono venire in Parlamento con una relazione dettagliata sulla vicenda afghana, e dirci chiaramente se il nostro paese sta partecipando a una guerra.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Secondo lei sì?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Non ho gli strumenti per poterlo dire. Sicuramente alcune azioni lo sono, e questo lo ammettono anche gli americani. Come stiamo noi in quel paese ce lo deve dire il governo. A quel punto bisognerà capire se il nostro atteggiamento è in contrasto o meno con l'articolo 11 della Costituzione.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Se così fosse bisognerebbe pensare a una exit strategy, come richiesto da Umberto Bossi.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Le uscite di Bossi e Berlusconi (che ieri ha parlato di una «transition strategy», ndr) vanno lette all'interno di una strategia internazionale. Mi spiego: c'è in corso una manovra della destra internazionale di delegittimazione e accerchiamento del presidente statunitense Barack Obama. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dei nostri rappresentanti di governo. Non credo che se alla guida degli Stati Uniti ci fosse ancora George W. Bush avrebbero detto quelle parole.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il Partito democratico sembra schierato su una posizione chiara: si resta in Afghanistan.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Le dichiarazioni dei membri del mio partito mi sembrano corrette: non si deve e non si può rincorrere «l'onda emotiva» del momento. Sarebbe da irresponsabili. Ma una riflessione sui nostri compiti a livello internazionale va fatta. Non ci si può appiattire su una posizione senza capire davvero se e come le cose sono cambiate.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Dove va fatto questo ragionamento?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
In Parlamento, che è l'organo sovrano e che può prendere queste decisioni. Se le condizioni dei nostri soldati in Afghanistan sono cambiate, se siamo lì con un mandato parlamentare per compiere una missione di pace e poi invece ci troviamo coinvolti in una guerra, deve essere il Parlamento a decidere se la cosa va bene, se dobbiamo continuare a restare, oppure no.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;In che tempi?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Il prima possibile. Adesso so bene che è il momento del cordoglio, del dolore per la morte dei nostri militari. E in questo momento il Parlamento deve essere unito per rappresentare al meglio il dolore della nostra nazione per la morte dei nostri soldati. Immediatamente dopo però deve esserci questo dibattito, non si può aspettare ancora a lungo.
&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Ma secondo lei il ministro La Russa verrà in Aula dicendo «siamo in guerra»?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Il ragionamento va fatto sulla base di quello che ci diranno i ministri. A quel punto avremo chiara la situazione. E si dovrà prendere una posizione. Che deve tenere al centro la sicurezza dei nostri uomini e il rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, e solo in secondo piano gli equilibri internazionali.&lt;br /&gt;
&lt;br/&gt;fonte: &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=NFMBO&quot;&gt;Il Manifesto -  Alessandro Braga&lt;/a&gt;</summary>
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