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Dichiarazione di Giuliano AMATO


 

Violenza sulle donne. «È un’emergenza ancora più grave di quella mafiosa» - INTERVISTA

  • (15 gennaio 2009) - fonte: l'Unità - Elena Doni - inserita il 15 gennaio 2009 da 31

    Giuliano Amato, da ministro dell’Interno, stupì il mondo politico con una dichiarazione-bomba: ogni anno in Italia 1,2 milioni di donne sono vittime di violenze: cifra che risultava elaborando il numero delle violenze denunciate ed il fatto che solo il 6% delle italiane denuncia, anche perché quasi sempre i fatti avvengono nell’ambito familiare. Perché le violenze contro le donne sono in continuo aumento?
    «Ho detto più di una volta che nell’ambito dei delitti gravi quelli contro le donne sono più preoccupanti di quelli commessi dalla criminalità organizzata. Le ragioni non sono chiare. Possiamo solo fare alcune ipotesi. Forse oggi c’è una reazione del maschio contro la parità uomo-donna. Prima si sentiva unico padrone in seno alla famiglia, ora deve fare i conti con un essere umano paritario di sesso femminile».
    Pensa che l’aumento del fenomeno faccia parte di un generale incremento di aggressività che si riscontra in altri settori della vita, dal bullismo alla prepotenza stradale?
    «In una società in cui si sono allentati i vincoli sociali si assiste alla crescita dell’homo homini lupus. E se si allentano le regole sono sempre i più deboli, quindi le donne, a rimetterci».
    D’altronde oggi in Italia il modello vincente è quello di un uomo che non ama le regole…
    «Questo non basta a spiegare tutto. La nostra è una società in cui l’assorbimento dei valori collettivi e del rispetto dell’altro è sempre stato difficile. In un paese di debole sentimento nazionale l’azione delle comunità intermedie – i partiti, la scuola, la famiglia – costituiva un antidoto alla violenza. Poi è avvenuto un cedimento delle comunità intermedie: i partiti, come scuola di educazione civica, hanno cessato di esistere, la scuola ha svolto egregiamente la sua funzione formativa finché è stata una scuola di élites. Poi, con gli anni sessanta e i grandi numeri della scolarizzazione di massa, la scuola nonha retto. Esi è trovata di fronte a famiglie povere, o distratte dai bisogni della vita. La famiglia stessa è diventata un problema. E non è neppure giusto addossare alla scuola troppe responsabilità. Spesso le classi sono affidate a giovani professoresse precarie, costrette a correre da una scuola all’altra per fare punteggio. C’è un ottundimento dei valori tra i ragazzi: filmare con i cellulari le botte ai più deboli dimostra la drammatica solitudine».
    Ma esistono antidoti a questa violenza diffusa, in particolare alle violenze contro le donne?
    «Non basta predicare l’amore per l’altro, è necessario indurre la paura delle conseguenze. In Italia lo Stato ha da sempre scelto di limitare il proprio intervento nell’ambito famigliare. Si dice che spesso, forse soprattutto in passato, davanti alle denunce delle mogli picchiate, il pubblico ufficiale assumeva un ruolo paterno piuttosto che quello di tutore della legge. Ma il “lasciamo correre” non va sempre bene: in certi casi è necessario intervenire e ci deve essere inflessibilità da parte dell’apparato sanzionatorio».
    Quale consiglio può dare alle donne oggi?
    «È necessario privare il maschio della convinzione di avere davanti una creatura debole. Una “lei” che non protesta può apparire consenziente e i giudici dovrebbero essere attrezzati a capire certi silenzi ».
    Cosa pensa di quello che è accaduto ieri al Senato?
    «Spero che sia raccolta la sfida alla Camera».

    Fonte: l'Unità - Elena Doni | vai alla pagina
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