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Dichiarazione di Dario FRANCESCHINI

Alla data della dichiarazione: Deputato (Gruppo: PD) 


 

«Eravamo Davide contro Golia. Qui non vincerebbe neanche Obama» - Colloquio

  • (08 giugno 2009) - fonte: Corriere della Sera - Aldo Cazzullo - inserita il 08 giugno 2009 da Carraro Gasparin

    «Non mi dimetto, è stata l'ennesima partita truccata».
    «Non ci saranno scissioni»

    «Eravamo Davide contro Golia; e non sempre Golia perde.
    E' stata l'ennesima partita truccata; e ormai siamo talmente assuefatti che diranno che cerco scuse. Ma non è così. In questi giorni ho toccato con mano una disparità enorme di soldi, di mezzi, di tv, di giornali tra il Pd e Berlusconi.
    Non c'è una sola democrazia al mondo in cui il confronto politico sia così squilibrato. Nelle condizioni «italiane», neppure Obama avrebbe mai battuto McCain.
    Non per questo è il momento di cedere; anzi, ora più che mai dobbiamo restare uniti. Ieri sera, alle otto e mezza, ho convocato nella sede del Pd il gruppo dirigente, a urne chiuse. C'erano tutti: i capigruppo, i segretari regionali, i big.
    E ho detto: «Questo è il momento di serrare i ranghi, di essere solidali tra noi. Tutto sommato un certo recupero di fiducia c'è stato; se in questi tre mesi avessimo litigato come stavamo facendo prima, sarebbe andata peggio.
    Se da stanotte i litigi riprendessero, se ricominciassimo a dividerci, allora davvero sarebbe la fine.
    I militanti che si sono battuti anche stavolta, gli elettori che ci sono rimasti fedeli, non ce lo perdonerebbero mai».

    «NON MI DIMETTO» - E' l'una e mezza di notte, Dario Franceschini risponde al cellulare.
    «No, io non mi dimetto. Perché dovrei? Sono segretario da tre mesi e dieci giorni, ho un mandato sino a ottobre, farò il mio dovere sino in fondo. Rinviare il congresso? E perché?
    I tempi sono dettati dallo statuto. Scissioni? Non mi pare proprio l'aria. Non è in gioco la sopravvivenza del partito; tornare indietro non avrebbe senso.
    Tutti hanno fatto il loro dovere in campagna elettorale.
    Certo, anche Rutelli ed Enrico Letta. D'Alema si è dato molto da fare. Ho avuto tutti al mio fianco, dal mio predecessore Veltroni al fondatore, Prodi.
    Non mi sono sentito solo, anche se forse l'impressione dall'esterno può essere stata quella, visto che ero io ad andare in tv».
    Un merito Franceschini lo rivendica: «Non ho fatto una campagna elettorale sul fatto del giorno, mi sono battuto sui temi di fondo, l'economia, i valori, il modello di società.
    Dobbiamo restare uniti perché è il tempo di costruire non solo il partito, ma anche un sistema di principi alternativo alla destra.
    Dobbiamo stare nella società, darle uno scossone, svegliarla, ribaltare la gerarchia di valori imposta dalla tv. Ho fatto campagna in mezzo alla gente, non solo tra i militanti, e ho visto energie fresche, un paese diverso da quello coperto e raccontato dalla televisione.
    L'Italia non è il Grande Fratello. Dobbiamo ricordarcene soprattutto adesso, nell'ora più dura».

    Dario Franceschini ha passato la domenica in famiglia. Pranzo al mare, a Fregene, con la moglie e le due figlie. Pomeriggio sul terrazzo di casa, un appartamento pieno di libri, sulla via vicino alla fontana di Trevi dove viveva Vittorio Foa. Poi la riunione, il richiamo all'unità, l'invito a evitare polemiche.
    «Ai big ho detto di mantenere il metodo di questi mesi. Non discutiamo all'esterno, non litighiamo sui giornali. Discutiamo, prendiamo insieme anche le prossime decisioni, a cominciare dal rapporto con il Pse e dal referendum elettorale; ognuno dice la sua, poi si decide e si tiene fede alla scelta collettiva».

    «SPROPORZIONE DI MEZZI» - Quanto a Berlusconi, «ha vinto, ma non ha sfondato. Certo, un pezzo d'Italia lo adora a prescindere, qualunque cosa dica e faccia; ma non è il 45%. Mi sarebbe piaciuto affrontarlo ad armi pari; purtroppo, da quindici anni a questa parte non è possibile.
    E' stato come giocare tutto il campionato in trasferta, come salire sul ring con un braccio legato dietro la schiena. Mai come stavolta si è toccata con mano la sproporzione di soldi, potere, spazi televisivi.
    Ma ormai non ne parla più nessuno: non è chic, non è snob». Franceschini fa due esempi: «Ricevo molte mail da elettori del centrodestra che mi rimproverano di aver fondato la campagna sul gossip. Ma quando mai? Io non ho detto una parola sulle vicende familiari di Berlusconi. Non una. Ho detto che un politico deve rispondere alle domande. Non ho mai citato i figli di Berlusconi. Mai.
    Ho parlato dell'educazione dei nostri figli, dei valori da trasmettere alle nuove generazioni. Eppure l'apparato mediatico del premier ha manipolato le mie parole e le ha strumentalizzate.
    In realtà, al centro della campagna il Pd aveva messo la crisi, i disoccupati, i precari mandati a casa, le famiglie che soffrono. Abbiamo formato un gruppo che ha lavorato per sei mesi al programma per l'Europa, e sui giornali non è uscita una riga. Sono andato a Sky all'ultima trasmissione, mi hanno fatto sette domande su Berlusconi, l'ottava era:
    "Ma perché di Europa non parlate mai?". E come facevo, se mi chiedevano solo del Cavaliere?».

    Il Pd arretra un po' dappertutto, in particolare al Nord.
    «Ma al progetto io ci credo ancora — dice Franceschini —. Il Partito democratico resta una grande idea. Purtroppo, appena nato, l'anno scorso ha dovuto affrontare una prova elettorale durissima.
    Abbiamo perduto il leader dopo il voto amministrativo in Sardegna. E subito è ricominciata un'altra campagna molto difficile.

    Adesso ci attende un lavoro politico lungo e in profondità, che non sia finalizzato al voto successivo. Dobbiamo dialogare con le opposizioni, certo, ma in primo luogo dobbiamo batterci per costruire un'alternativa sociale e culturale a Berlusconi».

    Fonte: Corriere della Sera - Aldo Cazzullo | vai alla pagina

    Argomenti: Berlusconi, partito democratico, centrodestra, sardegna, sociale, televisioni, campagna elettorale, congresso pd, pse, dirigenti, elezioni 2009 | aggiungi argomento | rimuovi argomento
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