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Dichiarazione di Andrea BOSSI

Alla data della dichiarazione: Consigliere  Consiglio Comunale Casalpusterlengo (LO) (Lista di elezione: LISTA CIVICA) 


 

Parmesani contro il velo. Una scelta che non aumenta la sicurezza

  • (20 agosto 2010) - fonte: Sito dei Gd del lodigiano - inserita il 27 luglio 2011 da Andrea BOSSI
    Da lunedì 12 Luglio è in vigore nel nostro comune un’ordinanza che, prefiggendosi lo scopo di tutelare la sicurezza e l’ordine cittadino, vieta abbigliamenti che possano rendere difficoltosa l’identificazione dei soggetti. Pur non citandolo mai esplicitamente, il provvedimento si riferisce esplicitamente al burqa, il velo integrale indossato da alcune donne islamiche. L’ordinanza del nostro primo cittadino presenta innanzitutto due elementi di contestabilità sotto il profilo giuridico, tali rischiare di renderla illegittima ed immotivata. Il primo elemento di contestabilità riguarda la competenza; come ben ricordato nel Febbraio 2010 dal Prefetto di Milano in merito ad un’ordinanza analoga emanata dal sindaco di Peschiera Borromeo: “ i sindaci possono emanare ordinanze in tema di sicurezza urbana ma non di ordine pubblico e sicurezza, la quale è una competenza esclusiva dello Stato” (si veda l’articolo 117 della Costituzione). Nel tentativo di legittimare il provvedimento, il sindaco, si è anche appellato impropriamente all’art.2 del Decreto del Ministro dell’Interno del 5 Agosto 2008. Pur di giustificare quanto operato, si è piegato il testo della fonte normativa alle proprie convenienze, ignorando ciò che essa dispone precisamente: il Decreto conferisce sì al sindaco il potere di intervenire con ordinanze ma solo per tutelare la sicurezza urbana e l’incolumità pubblica in corrispondenza di precise fattispecie (situazioni urbane di degrado, comportamenti che danneggiano il patrimonio pubblico, abusivismo alloggiativo e commerciale, intralci alla viabilità, alterazioni del decoro urbano, illecite occupazioni del suolo pubblico, comportamenti lesivi della pubblica decenza e della sanità pubblica come prostituzione e accattonaggio coatto). Non esiste dunque alcuna deroga su materie che provocano uno scontro tra il bene giuridico della sicurezza e la sfera delle condotte individuali riconducibili al corredo di libertà personali. In questo ambito la competenza è esclusiva dello stato, dunque l’ordinanza del nostro primo cittadino appare una forzata intromissione nel campo di una responsabilità che non gli compete. Altro aspetto critico concerne il carattere di necessità ed urgenza intrinseco alla natura stessa dell’ordinanza. Essa, “contingibile ed urgente, è finalizzata a prevenire gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini. La valutazione della necessità e dell’urgenza deve essere esposta precisamente nell’atto dell’amministrazione e, proprio sotto questo profilo, il testo presentato da Parmesani appare zoppo e vago. Non vengono descritti casi specifici, a detta del sindaco ci sono state solo due segnalazioni in merito: decisamente troppo poco per farne derivare un segnale di pericolo e di necessità. L’ordinanza è dunque priva dei presupposti propedeutici alla sua giustificazione e alla sua legittimazione. Negativa è anche la ricaduta psicologica sulla città: l’uso inflazionato delle ordinanze genera insicurezza sociale anche in corrispondenza di fattispecie che non dovrebbero cagionare timori e tensioni. Questo abuso di provvedimenti urgenti insinua nella testa dei cittadini meno informati l’idea che le priorità cittadine e i principali problemi di Casale siano proprio quelli esposti nei testi delle ordinanze del primo cittadino. Questioni come quella inerente al burqa, che interpellano anche fattori culturali, umani, concezioni sociali e antropologiche (decisamente contestabili), non possono essere affrontate dall’autorità amministrativa con lo strumento dell’ordinanza: essa è un espediente aggressivo, sanzionatorio, di urgenza. Su simili snodi sociali e culturali non si possono rischiare provvedimenti a macchia di leopardo, promotori di un dannoso particolarismo giuridico; nemmeno si possono sottovalutare le tradizioni e gli usi propri di una cultura che, seppur vessatoria e repressiva nei confronti delle donne e del loro ruolo sociale, si è sedimentata in certe abitudini di vita. Pertanto è necessaria pazienza e sensibilità, per evitare di acuire le già esistenti distanze e per non sortire effetti peggiorativi. La promozione di diritti insiti ad una democrazia non può essere fatta a colpi di provvedimenti invasivi e punitivi, è necessario l’appoggio di una cultura e di un’etica civica comune condivisa che, in materia di libertà sia individuali che sociali, non può che prescindere da un dialogo pluralista e da una progressiva convergenza delle prospettive: in democrazia, per quanto concerne i diritti e le libertà, nulla si impone ma tutto si condivide. Prima occorre l’educazione, il senso civico e una sana cultura della libertà, tutte cose che non possono essere inculcate con strumenti quali ordinanze e, più in generale, leggi, poiché sono esse a formare lo spirito civile di un paese e dunque precedono il diritto stesso. Seppur contrari a pratiche aggressive e irrispettose della dignità femminile, siamo però consapevoli che l’argomento burqa non si può limitare ad essere percepito come una semplice questione di ordine pubblico. Occorre instaurare un serio confronto tra i diversi gruppi etnici presenti nella nostra città per comprendere le difficoltà che affrontano quotidianamente le donne e, grazie alla presenza di mediatori culturali e alla promozione e al potenziamento di appuntamenti pubblici (scambi culturali nelle scuole, corsi di lingua e di cittadinanza, incontri mirati alla trattazione di specifiche materie che prevedano l’intervento di voci differenti, l’istituzione di una consulta stranieri finalmente rappresentativa delle istanze e delle particolarità dell’universo dell’immigrazione …), indirizzarsi verso un più generale, omogeneo e armonico umanesimo dei diritti.    Andrea Bossi
    Fonte: Sito dei Gd del lodigiano | vai alla pagina
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